Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, un brigante, Giuseppe Mayno, originario del sobborgo alessandrino Spinetta Marengo, fa parlare molto di sé.

Subito dopo la Rivoluzione francese, in questa zona, a metà strada tra Alessandria, Tortona e Novi Ligure, la popolazione sviluppa un forte odio verso i francesi, anche aiutati dal clero e dalla nobiltà, che vedono sminuire i loro privilegi a causa del dominio della nazione napoleonica, quindi, odio e malcontento fanno nascere il brigantaggio.

Nel libro, Mayno, abile e coraggioso, dalle indiscutibili doti di leader, riesce a riunire un bel gruppo di uomini, e anche di donne, che, adattandosi a vivere nella boscaglia fitta tipica di quella zona di allora, si nascondono, vivono rubando ai più fortunati, se necessario, uccidono, ma offrono le loro monete d’oro ai bisognosi d’aiuto.

Mayno è un maestro in tutto ciò, un “brigante gentiluomo”, uno dei tanti che si sono susseguiti in quegli anni, sicuramente, uno tra i più noti.

Durante la narrazione, si muove tra Piemonte, Liguria e Lombardia, tenero innamorato di Cristina, che, appena sposata, dovrà lasciare per sfuggire ai gendarmi, per evitare la coscrizione obbligatoria.

Da qui una vicenda avventurosa dietro l’altra: episodi di violenza si alternano a storie di profonda umanità, condite dalla voglia di vedere Cristina in ogni modo e momento possibile.

La giovane, pur restandogli fedele sempre, non riesce a condividere con lui la vita nei boschi, come, invece, hanno fatto molte compagne di altri componenti della banda, ma sarà vicina a lui fino alla sua morte, soffrendo come tutte le donne follemente innamorate.

Questa storia, che riproduce fedelmente la realtà narrata nei documenti a nostra disposizione, è la storia del popolo, delle classi sociali meno abbienti, ribelli, ma alla ricerca di vendetta solo per tutte le angherie subìte.

E’ bello sapere che, attraverso la narrazione, talvolta anche orale, di queste imprese, sia arrivata la storia “degli ultimi”, ma non meno importanti, fino a noi.