Le male piante dei negazionismi peggiori, di Agostino Pietrasanta

Domenicale ● https://appuntialessandrini.wordpress.com

Alessandria: Gli insulti alla senatrice Segre, sopravvissuta alle aberrazioni dei lager nazisti, espressi con gli strumenti ben noti disponibili tanto alle persone più sagge e colte, quanto agli imbecilli più incivili, suscitano reazioni inevitabili, ma non del tutto generalizzate; e poiché nulla nei percorsi della storia succede, senza una spiegazione, mi permetto qualche ragionamento.

Personalmente ritengo che le peggiori forme di negazionismo, non stiano nel mancato riconoscimento dell’esistenza dei lager; sono certamente le più censurabili, ma non le più pericolose. Le testimonianze, il ricordo, l’indagine e la critica storica non hanno particolari difficoltà a rintuzzare una tesi tanto aberrante, quanto reazionaria, cristallizzata nella peggiore ideologia. Il pericolo sta altrove e, se si potesse, schematizzare al massimo, sta nel perdurante antisemitismo che ha resistito dopo la Shoah e nonostante la Shoah. Tuttavia, nel secondo dopo/guerra e negli anni successivi si è proposto in forme diverse e gravemente lesive dei diritti del popolo ebraico e non solo in Europa. Dico lesivo degli Ebrei, non dello Stato d’Israele che si ostina e definirsi ebraico, secondo i canoni di un’imbarazzante identità sionista.

La caduta iniziale avvenne alla liberazione dei campi di concentramento e sterminio. Nessuno potrebbe negare che in quei campi non morirono solo gli Ebrei; tuttavia la negazione di una specificità ebraica fu una delle prime radici del negazionismo antisemita che si protrae nei tempi dell’ultimo secolo circa. Cominciamo dall’”armata rossa”; sarebbe ingeneroso non sottolineare che l’esercito U.R.S.S.  si adoperò con tutti i mezzi possibili per soccorrere la popolazione concentrazionaria. Resta il fatto che i campi, la loro scoperta e le testimonianze raccolte furono usate quasi esclusivamente in funzione anti/fascista. La cosa può giudicarsi comprensibilissima e anche opportuna, non lo è però un’esclusività che ha rimosso la particolare condizione fatta a un progetto di sterminio degli Ebrei d’Europa. Eppure Hitler, al riguardo non aveva mai smesso di ripetere anche in pubblico, anche a fronte di una sconfitta imminente che il suo progetto di soluzione definitiva rivestiva un ruolo essenziale, un ruolo che neppure la caduta del Reich avrebbe  dovuto porre in crisi.

Veniamo alle scelte degli alleati. Dopo la liberazione, gli Ebrei, come tutti gli altri deportati, ricevettero cure spesso risolutive, ma nessuno sembrò proporre adeguata risposta al problema di fondo: che solo loro erano ormai privi di una qualunque patria che non fosse la Palestina. Le scelte e gli atteggiamenti che ne conseguirono furono molto contraddittori: l’Inghilterra era condizionata dal mandato tradizionale, gli U.S.A. ben presto preoccupati dalle conseguenze della cosiddetta “guerra fredda” non potevano ignorare la necessità di un avvicinamento alla Germania federale che escludeva attenzioni specifiche a una responsabilità cui gran parte del popolo tedesco aveva collaborato. Insomma una realpolitik supportata peraltro da un antisemitismo espresso dalle stesse nazioni che avevano subito il nazismo, Polonia in prima istanza, una realpolitik che ha facilitato la fuga degli Ebrei dall’Europa verso la Palestina. Le successive vicende del riconoscimento dello Stato d’Israele non solo non hanno sciolto il nodo, ma l’hanno ingarbugliato. Il protagonismo sionista che pone la componente ebraica e nazionalista a fondamento delle istituzioni, deriva da una lunga storia in cui, i fenomeni succitati hanno agito da cassa di risonanza e amplificazione.

Purtroppo oggi la frattura che si sta verificando in terra santa trova, in prospettiva, questo tipo di storia e spiace che le componenti filo/palestinesi, quando, a giusta ragione difendono i diritti e provvedono all’assistenza di costoro, attuali perseguitati; spiace dicevo, che non sappiano distinguere adeguatamente i diritti di un popolo e di una stirpe, rispetto alle prepotenze dello Stato che si definisce ebraico.

Così tutto si complica e la memoria della Shoah rischia una pericolosa rimozione, anche più causata da scelte di politica internazionale che non dal passare del tempo.