Cotton lo superò facendogli appena un cenno di saluto, non perché non provasse simpatia ma perché ogni movimento oltre al minimo per lui era uno spreco di energia. Parlava poco e quel poco che diceva era sempre scarno, misero e poco empatico. Per questo piaceva a Alpino e non piaceva a tanti altri. Ma Cotton se ne infischiava di quello che pensava la gente di lui. Sapeva che il suo rifugio era l’unico nella zona e tutti erano costretti a passare lì e poi la sua era la cucina tipica migliore di tutta la Carnia, anche per il rapporto qualità/prezzo. Perché sapeva fare bene i conti. In inverno, quando il rifugio era impraticabile, Cotton lavorava al CED di Udine occupandosi di allevatori e agricoltori. Dopo la morte di Bear Jo in tanti avevano provato a mandare avanti il Floriani chiudendo ogni anno in perdita e ritirandosi. «Che ci vuole, compri a tot e rivendi al doppio, come si fa a non guadagnare!?» commentavano quando qualcuno di loro conoscenza aveva provato e ci aveva rimesso anche le mutande.

Poi si facevano convincere a prenderlo in gestione e rimanevano scottati. In quegli anni Cotton ascoltava e guardava i conti «Questo non è il Sud Tirolo che gode di agevolazioni speciali — diceva — qui i guadagni sono magri e la gente poca» poi tre anni prima, a sorpresa, aveva firmato il contratto con la regione e non si era scottato mai, questa era la quarta stagione. Lui era soddisfatto anche se non lo dava a vedere, la regione era soddisfatta perché incassava puntualmente tutte le tasse e i turisti erano contenti perché c’era ampia scelta di piatti e bevande a tutte le ore ed era pulito, anche le quattro camere al piano superiore.

Anche Alpino era soddisfatto perché dopo la sua solita ferrata tornava affamato e Cotton gli faceva trovare pronto il frico con speck e patate proprio come piaceva a lui, con formaggio fuso e una crosticina stesa sopra. Dopo averlo lasciato mangiare in silenzio gli si avvicinava con due bicchieri di Friulano doc e gli chiedeva se avesse visto qualcosa di particolare, lo ascoltava senza interromperlo, infine gli raccontava con dieci parole quello che qualsiasi altro friulano avrebbe potuto raccontare con sessanta, descrivendo gli avvenimenti di una settimana, perché Ernesto faceva quel percorso ogni lunedì che Dio mandava in terra, tranne quando c’erano i fulmini. Saliva anche d’inverno quando il rifugio era chiuso e se la zona era immersa di neve indossava le ciaspole.

Il lunedì il suo negozio di frutta e verdura restava chiuso tutto il giorno, perché preferiva tenere aperto la domenica mattina, con i turisti che invadevano il paese e passavano sempre a comprare ciliegie, mele, uva o frutti di bosco, uova dei contadini o verdure fresche dell’orto. Preparava anche i contorni, i tempi erano cambiati e aveva saputo adeguarsi, soprattutto da quando sua madre, malata, si era ritirata lasciandogli gestire il lavoro suo malgrado. Il negozio era tutta la sua vita, infatti pochi mesi dopo se n’era andata all’altro mondo. Inoltre c’era troppa gente inesperta ad affollare i sentieri la domenica, a fare le file per le attività organizzate dai gruppi montani, a chiedere informazioni, a fare domande banali. Ernesto detestava la gente di città. Non voleva abituarsi neppure alla presenza degli ex tossici che avevano preso possesso delle malghe abbandonate, salvandole dal degrado, ristrutturandole e avviando aziende agricole con uno sparuto gregge di capre, con l’obiettivo di iniziare una nuova vita sana, riempiendo la giornata di impegni assidui e ripetitivi. Ma per lui erano comunque dei forestieri che non si adeguavano alle tradizioni carniche, erano pieni di tatuaggi, orecchini, avevano i capelli rasta come i giamaicani, abitudini diverse e non avevano rispetto per le regole dei vecchi. E lui cominciava a sentirsi grande perché presto avrebbe compiuto cinquant’anni.

A poche decine di metri sopra di lui giungevano le grida di due bambini francesi che sembravano non aver voglia di salire, si fermò dietro una curva con massi alti e stabili che nascondevano alla vista e dopo aver annaffiato quei sassi prese il binocolo e controllò la montagna. Non c’era anima viva quel giorno, non vide neppure i caprioli che probabilmente erano raccolti dietro la prima forcella. Gli sembrò a quel punto di vedere una figura con indosso una maglia bianca tra le pieghe delle rocce che formavano il crostone più esteso, ma a un secondo sguardo era scomparsa, forse chi la indossava aveva proseguito lungo il tratto che seguitava sul lato in ombra oppure si era semplicemente sbagliato. Dalla parte opposta, proprio dietro al rifugio che ora rimaneva nascosto dal sentiero davanti a lui, vedeva qualcuno fermo come in contemplazione, indossava la sua stessa maglietta e un cappello verde.

Continua…

 

Michela Santini

Foto: Pinterest