“Ci dicevano: Non Drammatizzate”* di Renzo Penna (da “Rassegna Sindacale” del 21 novembre 1994)

“Ci dicevano: Non Drammatizzate”* di Renzo Penna (da “Rassegna Sindacale” del 21 novembre 1994)

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Alessandria: L’alluvione del 5 e 6 novembre è stata la più grande calamità naturale che si è “abbattuta a memoria d’uomo” sul Piemonte. Le cifre del disastro parlano di 63 morti, decine di feriti, centinaia di Comuni invasi dalle acque e migliaia di persone sfollate in alloggi di fortuna.

Le città di Alessandria e Asti, Alba e buona parte della provincia di Cuneo, Varallo Sesia, Trino Vercellese e alcune località nelle vicinanze di Torino, risultano le realtà più colpite dai lutti e dalla distruzione per un evento in larga parte prevedibile e che invece ha colto di sorpresa e impreparata la popolazione.

Nessuno ha avvertito per tempo la gente, la Protezione Civile non è letteralmente esistita nonostante che le condizioni atmosferiche e l’entità eccezionale delle precipitazioni fossero note da giorni e il maltempo avesse già causato pesanti conseguenze nelle zone di confine del sud della Francia.

La Giunta Regionale ha calcolato nei primi giorni in 5.500 miliardi i danni, ma con il passare delle ore e l’emergere di un quadro più preciso della situazione, le previsioni della catastrofe attestano più credibilmente in almeno 10.000 miliardi l’ammontare delle conseguenze del disastro, mentre sono oltre centomila i lavoratori dipendenti e autonomi rimasti senza lavoro cui si dovrà provvedere con interventi e misure straordinarie.

Personalmente mi è capitato di vivere “da dentro” l’esperienza dell’alluvione di Alessandria, seguirne le tappe tragiche, quasi irreali, di una città completamente indifesa, in poche ore tagliata in due e resa incomunicabile dalle acque e dal fango. Ho assistito nella tarda serata di sabato 5 alla chiusura dei principali ponti sul Tanaro decisa dal Comune per la crescita impetuosa del fiume, e al fatto incomprensibile che nella notte e nelle prime ore di domenica nessuno sia intervenuto per dare l’allarme e provvedere all’evacuazione dei quartieri e delle zone più a rischio, mentre le conseguenze della piena si erano già fatte drammaticamente sentire nelle valli del cuneese, ad Asti, e il fiume fosse uscito dagli argini solo nella tarda mattinata di domenica. Un fatto assurdo per la società dei media, delle comunicazioni, dei “fax e dei telefonini”, su cui riflettere, che ne denuncia le clamorose debolezze strutturali, e ci riporta ad una realtà crudissima tutt’altro che “virtuale”.

Le responsabilità per l’alluvione di Alessandria e delle altre località del Piemonte sono gravissime e colpevole l’incompetenza e la paralisi manifestata dalla Protezione Civile sia nella fase decisiva della prevenzione che nell’organizzazione dei soccorsi. Ancora nel pomeriggio e nella serata di domenica a disastro avvenuto, con il centro della città allagato, le zone più colpite sommerse da oltre due metri d’acqua e la gente arrampicata sui tetti, in Prefettura si invitava a “non drammatizzare la situazione”.

Si dovrà a tutto questo rispondere in maniera convincente, una volta superata l’emergenza, accertando le evidenti responsabilità, in primo luogo per rispettare il dolore e le sofferenze di tanta parte della popolazione, e perché poi una impreparazione e una disorganizzazione così evidente della Protezione Civile – in Piemonte già manifestatasi con l’incidente al pozzo petrolifero di Trecate – risulta in contrasto stridente con le necessità di una società avanzata ed efficiente che può convivere con i rischi solo se questi sono resi compatibili con l’ambiente e la sicurezza delle persone. Da questa prova di gravissima e colpevole inefficienza vanno esclusi e in generale elogiati per l’impegno profuso, il personale dei Vigili del Fuoco, le Forze della Polizia e dell’Esercito che hanno tratto in salvo moltissime persone, e in particolare le Forze del Volontariato che si sono attivate in autonomia e che in questi giorni stanno assistendo gli anziani, gli sfollati, liberando dal fango le strade e le case e supportando le carenze e la confusione dei soccorsi ufficiali.

CGIL – CISL – UIL del Piemonte in maniera del tutto unitaria stanno rispondendo bene a questa evenienza drammatica. Il Sindacato è impegnato con le proprie strutture e le sedi agibili (la Camera del Lavoro di Asti è stata allagata) nella raccolta di indumenti e materiali di primaria necessità e nella organizzazione dei soccorsi.

Alla Camera del Lavoro di Alessandria, trasformata in centro operativo unitario, ho visto arrivare centinaia di lavoratori, moltissimi giovani, molte le ragazze, e impegnarsi per ore nel fango nelle zone più colpite della città dove spesso non era ancora intervenuto nessun aiuto. La scelta in questo senso compiuta dalle Segreterie Regionali di essere presenti alla manifestazione del 12 novembre a Roma con delegazioni ridotte, dalle realtà colpite, ha risposto ad una necessità morale, all’esigenza di non sguarnire di forze chi più ha bisogno, ed è risultata in piena sintonia con la solidarietà diffusa che si vive in questi giorni dove la disperazione e le sofferenze risultano maggiori.

Lo striscione listato a lutto di CGIL CISL UIL del Piemonte ha aperto, nella straordinaria manifestazione di Roma, il corteo confluito in Piazza San Giovanni, e la delegazione di Alessandria – insieme a quelle di Alba ed Asti – ha ricevuto, lungo tutto il percorso, una commossa attenzione e una vivissima solidarietà.

Per il Piemonte questa alluvione non rappresenta infatti solo un evento tragico, ma “ordinario”, archiviabile come “locale”. Al contrario, la vastità del territorio interessato, la varietà e la ricchezza dell’apparato economico e produttivo distrutto, rischiano di pesare, se non riattivato con misure straordinarie, sulla stessa ripresa del Paese, condizionandola negativamente. Sono centinaia le imprese industriali, grandi e piccole con i macchinari e gli impianti inservibili e da sostituire, è la struttura commerciale di intere città che è stata sconvolta, l’agricoltura di vaste zone cancellata, ma sono numerosissimi gli interventi di ripristino delle infrastrutture sul territorio da realizzare in tempi rapidi (centinaia di ponti e cabine elettriche distrutte, centinaia di frane e interruzioni stradali e ferroviarie, interi ospedali evacuati e resi inagibili).

La piena non ha risparmiato il patrimonio artistico e culturale (decine le chiese allagate, i centri storici distrutti). A Santo Stefano Belbo, nel cuore delle Langhe, il torrente omonimo ha distrutto il Centro Studi “Cesare Pavese” e compromesso in maniera forse irreparabile gli scritti originali dell’autore de “La luna e i falò”. Ad Alessandria preoccupa la stabilità della chiesa di Santa Maria di Castello già in condizioni precarie.

Una volta superata l’emergenza, il problema riguarderà i tempi, la programmazione degli interventi, l’entità delle risorse da mettere a disposizione e la responsabilità della gestione da definire per rendere più utile, credibile e tempestiva la fase della ricostruzione. Bisognerà per il Piemonte in tutti i modi scongiurare il rischio del ripetersi di altre negative esperienze fatte di corruzione e di opere mai completate.

In una fase politica nella quale il “federalismo” è sovente annunciato e gridato, è importante che al governo della Regione sia garantita la piena titolarità nella gestione della ricostruzione. Gli intenti dirigisti e centralisti del Governo, già evidenti nei primi comportamenti, vanno scongiurati perché predestinati ad affondare nelle clientele e nei meandri della burocrazia e a diluire gli interventi con una tempistica insopportabile.

I tempi degli interventi devono essere rapidissimi, e le decisioni conseguenti hanno bisogno di procedure semplificate e straordinarie che sono possibili solo a ridosso dei problemi. Nell’assegnazione delle risorse e dei contributi necessari si dovrà ad esempio dare assoluta priorità a chi intende nei diversi campi riprendere l’attività economica ed i lavoro.

Si può davvero sperimentare e mettere in pratica per il Piemonte un progetto di “federalismo fiscale di emergenza” (come sostiene Mario Deaglio) nel quale, sino a ricostruzione ultimata, le imposte pagate in Piemonte vengano spese in Piemonte. Questo risulterebbe credibile per una Regione che non è mai stata assistita, che versa in una condizione eccezionale, che non è debitrice verso lo Stato e non intende venir meno ai doveri di una solidarietà più generale.

Per il Piemonte, che attraversava ancora una fase di ripresa molto debole e senza nuova occupazione dopo anni di una crisi non congiunturale del suo apparato produttivo, l’alluvione è stato un colpo durissimo. La volontà dei singoli non è in discussione, ma il “rimboccarsi le maniche” invocato dal Presidente del Consiglio non è sufficiente e non può bastare.

* Da ‘Nuova Rassegna Sindacale’ del 21 novembre 1994

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