Riprese il cammino e raggiunse la famiglia francese che con molta pazienza tentava di far camminare i due bambini semi svestiti per il caldo. Accennò con la testa un saluto all’uomo che doveva essere il nonno, tanto era vecchio e canuto e salutò in italiano la donna molto più giovane. I bambini lo guardarono in silenzio, intimoriti, mentre passava con il suo passo cadenzato e costante. Anche Alpino per un po’ di tempo aveva pensato di farsi una famiglia ma non era capitata l’occasione giusta. In quel periodo lui e Bear Jo uscivano insieme ad altri tre del paese a far bisboccia al Bar Sport dopo il lavoro e si divertivano, soprattutto, non c’era nessuna donna a rovinare il divertimento. Sì, perché quando il Vasco si era fidanzato non si era più fatto vedere e quelle rare occasioni in cui tornava, la domenica, era diverso, con la camicia e le scarpe da città, abbracciato alla ragazza che gli dava certe gomitate nei fianchi ogni volta che per strada si girava a salutare quelli del bar, all’angolo con l’edicola e davanti alla chiesa. E così erano finiti anche gli altri tre. Solo Bear Jo aveva promesso di non sposarsi mai ma se n’era andato per un infarto mentre trasportava i rifornimenti al Floriani.

Così Alpino era rimasto solo a sventolare la bandiera degli scapoli di Lavazè del Piano. La figlia di Bruno, il proprietario del Bar Sport, per un po’ gli era stata dietro e a Ernesto non dispiaceva perché era una bella ragazza di montagna. Non piaceva a sua madre, però. Quando veniva a casa con una scusa assurda come portare il caffè o chiedere una lampadina oppure domandare dei cerini, sua madre la trattava male. Lui era stato così stupido da pensare che lei sarebbe tornata comunque e che prima o poi avrebbe detto alla vecchia di stare zitta, invece un giorno Alessia se n’era andata senza neanche sorridergli, umiliata, e non era più tornata. Da quel giorno Ernesto aveva odiato sua madre in silenzio ma non aveva mai pensato di lasciarla sola per seguire un’altra donna e quando era morta, Alessia si era già sposata con uno di Cortina e aveva venduto il Bar a un damerino di Belluno. E lui per un po’ non c’era più entrato.

Quasi vicino al bivio per la forcella, alzò la testa verso sinistra e vide la bandiera italiana sul tetto del rifugio. Proseguì per meno di due cento metri e prese il sentierino che tagliava fino alla scalinata. Era arrivato. Cotton uscì dalla porta in quel momento per preparare i tavoli esterni. «Buondì Mauro, c’è già qualcuno alla Cassiopea?» Chiese digrignando quasi i denti per non essere il primo «Buondì Alpino. Se c’era qualcuno l’avrei visto con il binocolo» e mostrò a Ernesto il suo modello appeso al collo. Soddisfatto ma poco convinto, Ernesto sollevò un sopracciglio e poi fece un cenno di saluto «mandi» riprendendo il cammino e sentì l’altro che gli rispondeva «a dopo» osservandolo allontanarsi e portando il binocolo sugli occhi per guardare bene lungo la parete del crostone su cui saliva la ferrata più difficile della zona.

In tanti venivano per dominarla e in pochi, solo quelli davvero allenati, tornavano giù soddisfatti e senza graffi. Alcuni si fermavano addirittura sul punto più difficile esausti e spaventati, iniziando a lamentarsi per le forze che venivano meno. Allora quelli dietro o i più esperti davanti, chiamavano i soccorsi e li facevano agganciare all’imbracatura per riportarli a terra. Cotton non vide nessuno muoversi lungo la parete e seguì per un tratto la schiena di Alpino che saliva fino al bivio. Aveva la maglia gialla che gli aveva regalato lui il giorno che aveva firmato il contratto per la gestione. “Non sono più guardia forestale, Alpino, ma potresti aver bisogno di aiuto. Con questa non ti perdo.” Ernesto l’aveva accettata solo perché la sua si era strappata sulla forcella del Gessore quando era stato azzannato da un pastore del Caucaso. Mauro non gli sembrava uno in grado di proteggerlo anche se era serio e preparato, aveva poca esperienza sul campo.

Continua…

 

Michela Santini

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