Padre Virgilio, l’amico Gesuita, di Nuccio Lodato

Padre Virgilio, l’amico Gesuita, di Nuccio Lodato

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Alessandria: Con il venir meno di padre Virgilio Fantuzzi S.J., che ci ha lasciati lo scorso 24 settembre a 82 anni, la critica cinematografica italiana, che nel complesso, obiettivamente, non sta già proprio benissimo di suo, ha perso una delle voci più libere, originali e indipendenti. E anche delle più limpide e chiare, come aveva giustamente annotato Adriano Aprà nella bella prefazione (Virgilio e i suoi Dante) al suo ultimo libro uscito lo scorso anno: Luce in sala. La ricerca del divino nel cinema (“Civiltà Cattolica” ed.).

Da quasi mezzo secolo, la titolarità della rubrica di competenza sulla rivista dei Gesuiti aveva certo accresciuto l’autorevolezza di Virgilio grazie al prestigio della testata: ma, per quanto attinente all’ambiente del cinema, era accaduto in qualche misura anche il contrario: molti gli addetti ai lavori e gli appassionati divenuti lettori regolari della “rivista più antica in lingua italiana, dal 1850” grazie all’incisività delle sue analisi. Con le quali aveva rivoluzionato il modo di approssimarsi allo schermo dell’ordine fondato da S. Ignazio, sulla scia dello straordinario ma ormai remoto lavoro non solo genovese e ligure di padre Angelo Arpa, e rispetto a susseguenti approcci altrui, non sempre caratterizzati da orientamenti ed esiti del tutto convincenti.

Con le carte preparatorie persino troppo in regola, avendo studiato addirittura a Parigi con Christian Metz proprio negli anni in cui la semiologia del cinema era all’apogeo e pareva destinata ad eternarsi, il mantovano Fantuzzi aveva in realtà dimostrato da subito di avere invece molto da dire di suo: per indole e per cultura, per gusto personale e per acutezza delle domande che sapeva porre alle immagini dipanate dal proiettore. E non a caso ci sono stati e anzi ci sono parecchi autori di prima grandezza, anche limitandoci al solo cinema italiano, a lui debitori non soltanto di apporti preziosi sul loro lavoro già svolto, ma talora anche di altrettanto vitali suggerimenti su quello ancora da affrontare.

A cominciare tanto per dire da Roberto Rossellini, del quale padre Virgilio è stato anche stretto e direi vitale amico personale, nell’ultimo non agevole periodo della di lui esistenza e creatività: per non dire di Pasolini e di Olmi, dei Taviani e di Sergio Citti, di Bertolucci e di Bellocchio. Con cui pure ha saputo intrattenere, come con Fellini, un proficuo e non scontato dialogo interpersonale. Ed è stato il più completo e convincente nell’illuminare l’autentica grandezza, purtroppo ignota ai più, di un regista dal magistrale rigore e dall’irriducibile indipendenza quale Paolo Benvenuti.

Se non può essere per tutti un suggerimento praticabile quello di andarsi a cercare in biblioteca gli arretrati della rivista in house cui collaborava, lo può diventare l’indicazione di andarsi a rileggere o meglio ancora leggersi per la prima volta i suoi libri: proprio quelli su Pasolini, Fellini e appunto Benvenuti (rispettivamente del 1978, ’84 e 2004) o, con più ampio respiro antologico, Cinema sacro e profano (1983).

Ho citato Aprà in apertura, e lo rifarò tra poco concludendo, per la coincidenza di aver condiviso proprio con lui e con padre Virgilio (conosciuto anzi esattamente nella prima delle due occasioni), un’alfa e un’omega convegnistici non irrilevanti, accomunanti nel segno di Rossellini, col condiviso amore per l’immenso cineasta e la sua opera. All’inizio il plebiscitario raduno commosso, con retrospettiva integrale, del settembre 1978 a Sanremo, a un anno dalla scomparsa del maestro, con sua figlia Isabella che portava in giro tra la generale commozione il profilo come replicato della madre Ingrid, all’epoca ancora in vita e sulla breccia. Ma nel ricordo di quei giorni (giusto alla vigilia dell’inaugurazione del Teatro Comunale diAlessandria!)  restano ancora più vividi i suoi “discorsi a tavola”, quando l’allor giovane gesuita raccontava, essendone stato l’aiutante, le impervie avventure rosselliniane dei consulenti biblici ufficiali, i suoi confratelli Padri Carlo Maria Martini (non ancora arcivescovo di Milano e cardinale: chi l’avrebbe mai pensato…) e Stanislao Lyonnet, per dare vita dieci anni prima alla sceneggiatura di quell’assoluto capolavoro ulteriore che sarebbe stato Atti degli Apostoli. E l’altro, relativamente più recente, organizzato col compianto Vincenzo Buccheri all’università di Pavia nel 2006 -il centenario della nascita di Rossellini- anche per annunciare un decisivo progetto editoriale dalla totalizzante ambizione, che infatti non sarebbe poi purtroppo riuscito a vedere la luce. Con una fitta platea di studenti convenuti spontaneamente e intenti ad ascoltare con profondo interesse, ma con l’identico atteggiamento, inevitabilmente, che li avrebbe contraddistinti se avessero seguito una lezione di archeologia.

Esattissimi i termini nei quali ancora il preannunciato Aprà ha saputo esprimersi sul “manifesto”, il giorno successivo alla scomparsa: “Di saggisti cinematografici non accademici, non presi dalla frenesia settimanale del capolavoro, non ce ne sono tanti da noi. La sua voce e la sua scrittura ci restano nel cuore e nella mente. Non sappiamo come sostituirle”.

(“Diari di Cineclub”, 77, novembre 2019)

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