L’idiota razzista, di Agostino Pietrasanta

Domenicale Agostino Pietrasanta https://appuntialessandrini.wordpress.com

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Alessandria: Ritorno sui ragionamenti della scorsa settimana; tuttavia, se chiedo scusa ai miei lettori per l’insistenza, due fatti mi la consigliano. Intanto la senatrice Segre è ora sotto scorta e c’è una vicenda locale che mi fa penoso e preoccupato. Una matura e rispettabile signora, con insistenza e arroganza avrebbe preteso che una bambina, considerata diversa, si collocasse sull’autobus, lontano da lei.

Un mio amico, attento osservatore dei fenomeni, dei comportamenti e delle mentalità, mi ha fatto osservare che una decina di anni addietro, una simile penosa sceneggiata non sarebbe stata possibile.

Come dire che anche le reazioni emotive, di qualunque genere, anche le più censurabili sono possibili solo in un contesto ideologico, elaborato, nel nostro caso, grazie ad una deviazione culturale, ad un sonno della ragione che rischia sul serio di produrre mostri.

Per questo non mi convince il commento di una personalità di rilevanza pubblica cittadina, da me giudicata con amicale rispetto, che ha tacciato di idiozia l’atteggiamento della matura signora escludendo invece ogni pregiudizio razzista; non mi convince perché non è detto che l’idiota non possa essere anche razzista, anzi i peggiori razzisti potrebbero essere proprio e anche idioti.

Le mie considerazioni settimanali prendendo spunto da questi episodi, non si vogliono limitare alla loro citazione.

Si va dicendo, non senza ragione che la ripresa delle sceneggiate e delle dimostrazioni ideologiche razziste derivano dalla mancanza di una memoria adeguata degli eventi devastanti che i totalitarismi hanno posto in essere. In parte è vero, ma solo in parte; le più avvertite narrazioni dei protagonisti vittime dei vari genocidi (e nel caso nostro mi riferisco soprattutto alla Shoah) non possono essere che di carattere individuale, non possono riguardare che le esperienze vissute da vittime e talora da carnefici, non possono che testimoniare di un vissuto esperienziale. Inevitabile, di conseguenza, che venuti a mancare i narratori, la memoria non possa più esprimere se non un potere molto precario. Come dire, la memoria del vissuto costituisce un passaggio fondamentale, ma non sufficiente per costituire un magistero permanente di scelte virtuose e comunque risolutive dei nodi più negativi della vicenda storica. Necessita la storia; in altre parole è indispensabile inserire il racconto memorialistico in una valutazione di medio e lungo periodo sulle motivazioni, sui presupposti o pregiudizi, sulle cause e sui fenomeni di contesto in cui anche l’evento di devastazione potrebbe essere descritto nelle forme più adeguate ad un magistero di lungo periodo. Insomma, la storia potrebbe o dovrebbe essere maestra; la memoria non basta.

Mi permetterei di andare oltre; anche un racconto immediato delle vicende più aberranti potrebbe risultare del tutto inadeguato. Persino gli spettatori più diretti della degenerazione e della crudeltà bestiale potrebbero non imparare nulla, se non disponibili alla contestualizzazione dei fenomeni, se non formati a porsi la questione dei “perché”:l’osservazione ha le gambe corte e spesso viene condizionata da ideologie distorte anche di lungo periodo; soprattutto se non possono fruire di un progetto per un futuro tanto risolutivo quanto migliore.

Cerco di spiegarmi accennando a due episodi. Nel settembre 1945 due giovani Ebrei sedicenni, usciti dal campo di Theresienstadt, mentre attraversavano i territori polacchi, nel tentativo di raggiungere un luogo di precaria residenza furono fermati da due soldati polacchi. Si ritenevano al sicuro, invece furono apostrofati con l’epiteto “ebrei di merda”, minacciati di morte e buttati fuori dal centro abitato in cui si trovavano. Eppure nessuno come i Polacchi era a conoscenza della distruzione perpetrata contro gli Ebrei, nessuno come i Polacchi aveva visto. Altro che memoria!

L’altro episodio è ben più inquietante. Siamo nell’estate del 1946, a Kielce, nella Polonia centromeridionale, non proprio lontano da Auschwitz, un bambino di otto anni accusò un Ebreo di averlo rapito La folla inferocita attaccò quanto rimaneva della sede della comunità ebraica e anche quando la polizia locale scoperse la falsità dell’accusa si scatenarono violenze sanguinose e quarantadue Ebrei furono massacrati nella indifferenza delle forze di sicurezza. Spiace aggiungere che anche il cardinale primate August Hlond, riconosciuta la carneficina come espressione inaccettabile di antisemitismo, ne negò la matrice razziale (quanta analogia con certe affermazione di oggi!)

Insomma, il vecchio tradizionale antisemitismo polacco, continuava a imperare imperterrito nonostante certe esperienze che direttamente (ripeto: altro che memoria!) bruciavano sulla pelle della Polonia del dopo/guerra.

Una conclusione si impone circa un progetto adeguato per il futuro che vada oltre l’insegnamento del passato. Con la globalizzazione una delle sfide più importanti è l’incontro con il diverso; se lo era nei circa due secoli trascorsi, se il racconto della memoria, ma anche della storia ci dice che nel passato, tale sfida è stata perduta, ora il compito è ben più difficile perché non si tratta di incontri all’interno dei singoli continenti, ma di livelli in cui tutto il mondo viene coinvolto. E non c’è scampo o si elabora una cultura e un progetto dell’incontro e del confronto tra civiltà diverse o si va inevitabilmente allo scontro. Ricordare è necessario, ma non sufficiente.

Sempre tenendo presente che il razzista potrebbe essere anche, e spesso, idiota.