Racconto. Una risposta alla solitudine, di Stefania Pellegrini

La giornata s’apre, come ogni altra in quell’estate rovente, su un silenzio umido e appiccicoso. Teresina s’aggira in cucina nelle sue pantofole di feltro e una vestaglia in poliestere a fioroni rosa. Si muove leggera, come a voler sfiorare il pavimento, non ha voglia di litigare ancora con il vicino per i rumori e i passi molesti che lamenta provenire dal suo alloggio alle prime ore dell’alba.
“Cosa mai potrà sentire, quello? È solo un vecchio brontolone”, borbotta tra sé, contrariata.
“Non è colpa mia se dormo poco e le pareti di questi alloggi sono così sottili che sembrano fatte di cartongesso”.

Da quanto è morta la madre, la donna vive da sola, in quel piccolo appartamento condominiale di case popolari, con un piccolo mensile che le viene da una pensione di reversibilità. Ormai a quarantotto anni suonati un lavoro non lo cerca più. Chi l’assumerebbe?
Una ventina di anni prima, lei un impiego ce l’aveva e aveva anche delle amiche.  Poi, la malattia e l’invalidità della madre bisognosa di cure costose che non le permette di assicurarle una badante, il bisogno di accudirla e seguirla passo, passo; non ancora trentenne si licenzia e si chiude tra quelle quattro pareti a smaniare come un uccellino in gabbia. Le amiche, una vita loro, se la fanno e a lei restano le briciole.

Un giorno finisce anche questo: la madre muore, e Teresina è finalmente libera di gestire la sua vita. Ma a quale prezzo? Vent’anni ha sacrificato, i suoi vent’anni migliori, che nessuno le potrà più restituire. È troppo tardi per tornare indietro, troppo tardi per riprendere da dove ha lasciato.
Saranno poche le cose che la impegneranno, la profonda solitudine in cui vive le toglie energie, spesso è spaesata, senza stimoli. Sente di non contare più per nessuno. Inutile, svuotata dentro, è incapace di reagire.
Nell’appartamento pensa spesso a voce alta e s’aggira per le tre stanzette senza saper cosa fare. Immancabilmente finisce che prenda in mano l’ultimo numero della rivista “DIPIU’” o ”Chi”, e si sieda a leggere sulla vecchia poltrona del soggiorno per tutto il pomeriggio.

Tutto in quell’appartamento rispecchia il suo stato d’animo indolente: maglie, cappelli, una sciarpa di lana sono ammucchiati, sulla cassapanca in soggiorno, in modo disordinato. I soprammobili coperti di polvere, testimoni passivi di un vissuto passato, non cambiano posizione dalla morte della madre. La confusione vegeta indisturbata, come gramigna. E i vicini non contribuiscono certo a farla stare meglio e meno sola. Non c’è attrattiva, non c’è simpatia e, se possono, la evitano: i vestiti pieni di macchie, l’orli delle gonne in parte scuciti, le giacche senza qualche bottone e i capelli grigi sulle spalle sempre arruffati.  Mette a disagio la sua trascuratezza e quelle sue chiacchiere inutili che fanno perdere tempo prezioso.
Eppure Teresina, a parte la sua figura, è una pasta di donna e si farebbe in quattro per aiutare gli altri.
C’è una cosa che prende a fare quotidianamente, dopo la morte della madre: salire sull’autobus davanti casa, raggiungere il capolinea e ritornare, scambiando quattro chiacchiere con i passeggeri incontrati nel tragitto. Magra consolazione, diremmo noi, che non riempie certo i vuoti che ha attorno.


La mattina in questione, scende in strada per il consueto giro intorno alle dieci, ma attende a lungo l’autobus delle 10,15 e quando vi sale lo trova stranamente vuoto. Alle fermate successive l’affluenza non cambia, s’aggiungono: un vecchietto zoppicante e un giovane con grossi tatuaggi su braccia e collo; due persone con cui la donna non trova niente da condividere.
Di solito quell’autobus è sempre affollato, Teresina non sa spiegarsi la stranezza, non ricorda che è il 15 agosto e in città sono rimaste poche persone, con quel caldo soffocante. D’altra parte, un giorno per lei è uguale all’altro. Annoiata e un po’ confusa, quando vede avvicinarsi la fermata del parco si prepara a scendere.
“Inutile proseguire, forse al parco mi andrà meglio”. La vecchietta seduta su una panchina, una madre a passeggio con il suo bambino, pensa che qualcuno troverà per scambiare quattro chiacchiere.

Il sole a picco, rende l’ora rovente, ma sul viale, in parte ombreggiato da grosse piante e arbusti, si gode una piacevole frescura. Il parco è un’oasi di pace e Teresina se ne va passeggiando senza fretta, parlando ogni tanto a qualche passero che cinguetta tra i rami.
Di persone però neanche l’ombra, solo un cane l’avvicina e prende a camminarle a fianco. Teresina un po’ stupita si ferma a osservarlo: un bastardino di taglia piccola.
Ha il pelo corto fulvo e ispido, un occhio cisposo e mezzo chiuso, zoppica, e pare molto vecchio. La donna scuote la testa: “Non sei messo troppo bene tu, da dove sbuchi?” … “Ti hanno abbandonato, è? … Bastardi! “

“Possiamo farci compagnia, ma sappi che a casa non ti porto…”

“Un giorno ho raccolto un gattino perché non aveva più la mamma, l’ho portato a casa mia e gli ho dato da mangiare. Poi è cresciuto… è diventato grande, e l’ingrato è scomparso… non è più tornato.”
Sfila un fazzoletto dalla tasca della gonna, si soffia il naso, e riprende:
“Poi c’è stato un colombo con un’ala rotta che s’è fermato sul davanzale della mia finestra… Io l’ho medicato e l’ho aiutato a guarire. E sai che ha fatto dopo? “.
Il cane continua a camminarle accanto in silenzio, muove la coda a destra e sinistra. Emette qualche guaito, che la donna interpreta come risposta.
“Se n’è andato. Già, andato.” E nel dirlo Teresina alza la voce, anche se su quel vialetto del parco, ci sono solo loro due.
“Adesso arrivi tu. E io dovrei portati con me? … non voglio rimanere di nuovo sola”.
Dopo un’ora però, al momento del rientro a casa, Teresina parla ancora e il cane le è sempre accanto.
Prova a scacciarlo una, due volte, ma la sua voce non è molto convinta. È combattuta. Vorrebbe portarlo con sé e poi… con quel caldo… avrà sete, forse fame? Ma ha paura, paura di affezionarsi a lui.
Quando l’autobus si ferma, per farla salire, il bastardino monta con lei. L’autista fa notare alla donna che senza collare e guinzaglio i cani non potrebbero salire, poi data la giornata particolare e i pochi passeggeri, non aggiunge altro e rimette il mezzo in movimento. Teresina non replica, prende il cane in braccio e va a sedersi in fondo, rassegnata a portarlo con sé.
“Hai vinto tu. Ma sì, facciamoci compagnia, al resto non pensiamoci, in fin dei conti la vita non dà certezze.” Gli dice sottovoce, carezzandolo dolcemente.

Stefania Pellegrini©

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