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I diari di Anaïs Nin, oggi, sono tradotti in molte lingue. I 150 volumi, le 35.000 pagine di questa grande opera sono custoditi nello Special Collection Department dell’UCLA, a Los Angeles. Il successo editoriale dei taccuini è enorme, e nessuno mette in dubbio la loro validità letteraria: ma non è stato sempre così.
Per raccontare la storia dei diari occorre tornare indietro, cercare a ritroso il punto in cui tutto iniziò: è il 1914, Anaïs Nin ha undici anni quando comincia a scrivere lunghe e accorate lettere al padre, Joaquin Nin, che ha abbandonato la famiglia. Da allora tenere un diario rappresenta per l’autrice la ricucitura giornaliera di un’identità frammentata, ferita dal tormentato rapporto con il paterno:

“Papà diceva che ero brutta. Quando scrivevo o disegnavo qualcosa, non credeva che l’avessi fatto io. Non ricordo una sola carezza o un complimento da lui, salvo quando per poco non morii all’età di nove anni. C’erano sempre delle scenate, botte, e i suoi  duri occhi azzurri su di me. Ricordo la gioia innaturale che provai quando mio padre mi scrisse un bigliettino qui a Parigi che incominciava con: “Ma jolie.” Non ho mai ricevuto amore da lui.  (da “Henry e June”, 1931- 1932)

É dal 1931 che i diari cominciano a prendere una forma più complessa, vale a dire dopo l’incontro della scrittrice con  Henry Miller.

“Ho conosciuto Henry Miller. È venuto a colazione con Richard Osborn, un avvocato che avevo dovuto consultare a proposito del contratto per il mio libro su D. H. Lawrence. Mi è piaciuto subito, non appena l’ho visto scendere dalla macchina e mi è venuto incontro sulla porta dove lo stavo aspettando. La sua scrittura è ardita, virile, animale, magnifica. È un uomo la cui vita inebria, pensai. È come me. Era caldo, allegro, disteso, naturale. Sarebbe passato inosservato in una folla. Era snello, magro, non molto alto. Ha occhi azzurri, freddi e attenti, ma la sua bocca rivela emotiva vulnerabilità.” (da “Henry e June”, 1931- 1932)

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