Marco Parodi: grande cine-teatrante appartato, di Nuccio Lodato

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Alessandria: Il suo nome oggi, assurdamente, potrebbe non dire molto persino a cultori di teatro appassionati e aggiornati, specie se inferiori a una certa età. Ma non ci sono dubbi. Marco Parodi, nativo di Sanremo (1° marzo 1943), scomparso per morbo tanto fulmineo quanto inesorabile il 14 settembre nella “sua” Genova, dopo aver speso gran parte di esistenza e operosità a Cagliari, dirigendovi a lungo anche il Teatro di Sardegna, va annoverato con decisione nel ristrettissimo drappello dei registi italiani realmente di primo piano nell’ultimo mezzo secolo (abbondante: firmò un memorabile Orazi e Curiazi di Brecht già nel 1968).

Marco Parodi

Chi voglia farsi un’idea immediata e irreversibile della sua grandezza, si guardi integralmente https://www.youtube.com/watch?v=GcGvid5tZS8: La famosa commedia del Genovese liberale. Cronaca di uno spettacolo di piazza (settembre 1971, dai Programmi Sperimentali Rai, con la sua stessa regìa). Sono 73’ che fissano provvidenzialmente nel tempo numerose scene di uno dei più incredibili vertici del teatro italiano concepito per la strada, sulla scia allora immediata dell’Orlando Furioso di Ronconi. Il dramma di Lope de Vega El Genovés liberal, sceneggiato con la sua compagna di allora Mara Fazio, fu proposto -in tre successive giornate e in molteplici scene-situazioni simultanee in altrettanti luoghi del centro storico cittadino- giungendo a coinvolgervi un seguito complessivo di spettatori pari a qualcosa come ventimila persone. Si vede reiteratamente, di spalle, lo stesso Marco, allora ventottenne, mentre dirige e istruisce i suoi numerosissimi attori. Almeno una quindicina, tra loro, già avviati a tramutarsi in quel fior di nomi della scena nazionale che si sarebbero poi confermati. Di Lope, Parodi avrebbe poi inscenato, tra l’altro, anche il capolavoro Fuenteovejuna.

Negli ultimi anni – quasi un presagio? – aveva affidato a una piccola ma fierissima editrice alternativa, La Mongolfiera di Sibari, tre volumi, condensandovi tanto il suo lavoro che il proprio punto di vista sul teatro. Se ne riporta la scheda editoriale perché è lo stesso autore a scrivere, in terza persona, di sé (ma anche del nostro paese e soprattutto di come è realmente ridotto oggi…):

«E’ nato a San Remo durante la guerra, nella stessa strada in cui il padre di Italo Calvino dirigeva un fantastico Orto Botanico. E’ andato all’asilo nello stesso edificio in cui Eugenio Scalfari frequentava il liceo. Ha seguito la famiglia in Sicilia, facendosi accompagnare a scuola dal capomafia di Casteldaccia e sedendo nello stesso banco col cugino di Dacia Maraini. Attore per caso, a soli diciassette anni è stato scelto da Aldo Trionfo per un noir scandaloso di Jean Genet insieme a Paolo Poli. Folgorato da Giorgio Strehler, è stato gratificato da un intenso scambio epistolare con Paolo Grassi, e molto più tardi anche con Ivo Chiesa. Passato alla regia, ha vinto una “Noce d’oro” che gli è stata subito rubata da una banda di zingarelli. Dopo il ’68 è stato fatto segno di ripetuti assalti da parte di alcuni socialisti craxiani, già pronti a trasferirsi alla corte di Berlusconi, per la sua adesione al PCI. Ciò nonostante è riuscito a far conoscere Karl Valentin in Italia, a riscoprire Achille Campanile, a rendere omaggio a Giorgio Gaber “da vivo”. Ha organizzato eventi en plein air, rassegne di spettacoli e poesia, corsi di recitazione un po’ dovunque, arricchendo i curricula di tanti giovani attori. Oggi dirige a Cagliari “La Fabbrica Illuminata”, con l’intento di ridare spazio ad autori, attori, musicisti, scenografi, costumisti, sopravvissuti ad un teatro che rispecchia il nulla che siamo: paese senza più morale, popolo senza più cultura, collettività senza più identità. Un pubblico che ama il nulla e si specchia gaudente nella propria inesistenza».

I tre libri. Nel 2009 Note di regìa. Cinquant’anni di teatro 1960-2010 («Ho raccolto in questo volumetto le note di regìa di alcuni fra i più di 120 spettacoli che ho allestito in cinquant’anni»). L’anno prima Memorie di una vita futura. Storia di un’educazione teatrale: uno spaccato del teatro italiano del secondo Novecento, in cui era stato coinvolto, dalla Borsa di Arlecchino appunto all’Orlando Furioso di Ronconi (del quale fu tra gli assistenti nell’edizione primigenia, dirigendo poi per lui nel ‘75 la versione Rai dell’Orestea); dalla creazione del Teatro di Sardegna agli spettacoli popolari con Gianfranco D’Angelo e Enzo Iachetti. Sul recentissimo Aneddoti al ristorante dopo lo spettacolo (con scritti di Maria Paola Masala e Giuseppe Manfridi) sono consigliabili le recensioni di Attilio Gatto ne «Il Risveglio della Sardegna» e di Andrea Bisicchia ne «Lo Spettacoliere». Li aveva presentati a Genova, con lui, l’amico di sempre Eugenio Buonaccorsi: l’ultimo lo scorso aprile, l’altro nel 2010. Ma si veda ora in generale anche, di Antonio Attisani, Atto secondo. Nel mare del teatro (1966-1993), Celid 2018.

Una ricostruzione pur sommaria della sua vastissima teatrografia richiederebbe troppo spazio, e non si vuole togliere al lettore il piacere di approfondire per suo conto: impossibile però non ricordare almeno, appunto, Tingeltangel ovvero Caffè concerto di e da Karl Valentin, con la versione della Fazio pubblicata qualche anno dopo da Adelphi, favorendo la riscoperta del sommo cabarettista bavarese. E’ invece più appropriato e consono, anche in ragione del suo minor volume, richiamare il meno noto, ma non poco indicativo lavoro per il cinema di Parodi: sebbene né Mereghetti né Morandini abbiano avuto poi modo di registrarne, anche in ragione delle loro difficoltà o particolarità distributive, gli esiti.

La sua già ravvisata inclinazione brechtiana, consolidata dall’assiduità e dell’ammirazione per il lavoro di Grassi e Strehler, si sarebbe materializzata nel bellissimo Brecht in Americadel 1973. Sarebbero seguiti dieci anni dopo, l’uno dopo l’altro, La bisbetica domata e La maschera e il volto, tratti da suoi spettacoli scenici. Per concludere col più personale I padroni dell’estate (1986), direttamente legato all’esperienza sarda e meritoriamente riproposto da RaiMovie lo scorso settembre, dieci giorni dopo la scomparsa dell’autore. Per dare l’idea di quale rilevanza, autorevolezza e attrattività possedesse il suo richiamo, basterà ricordarne i rispettivi cast: Glauco Mauri, la Scarpitta e Virginio Gazzolo nel primo; la Tanzi, Pambieri e Vittorio Duse per il secondo; Mariano Rigillo, Paola Quattrini e Massimo Ghini col terzo; Enrico Maria Salerno e Massimo Wertmuller quanto all’ultimo.

Youtube offre un canale “Marco Parodi”, nei cui lo spettatore ritroverà, oltre a sequenze soprattutto di Brecht in America ma non solo, parecchi irresistibili brani degli splendidi allestimenti dei brevi “atti unici” di Achille Campanile, che riportò all’attenzione con magistrale irresistibilità (insita già nella scelta di farlo) al “Duse” di Genova, negli anni d’oro dello Stabile di Chiesa e Squarzina. Particolarmente rivelatrice è la sua intervista veneziana alla Biennale, in cui parla di Sergio Atzeni e del suo spettacolo Passavamo sulla terra leggera. E non si trascuri lo splendido stralcio -proprio dal Genovés liberal – in cui canta magnificamente, in un vicolo, la grande Marzia Ubaldi: postato in omaggio alla straordinaria attrice-cantante-doppiatrice dallo stesso regista.

Negli indimenticabili anni universitari genovesi (1965-70) anche chi scrive ha avuto l’inestimabile privilegio di conoscere, frequentare e apprezzare Marco, ed essere da lui invitato persino a collaborare proprio all’impresa del Genovés (un’intempestiva cartolina-precetto avrebbe impedito il relativo piacere).  Questa modesta rievocazione valga anche a significare la nostalgica gratitudine per la sua grande umanità: e per quel periodo non solo individualmente perduto.

«Dopo una breve e improvvisa malattia, si è spento nella sua amata Genova il nostro caro Maestro e direttore artistico Marco Parodi», hanno scritto Elena Pau, compagna di vita e lavoro, lo staff organizzativo Claudia Benaglio e Manuela Perria e l’attrice Valentina Sulas. «Nel dolore di questo giorno, ricordiamo un passo da lui stesso citato: Campanile immaginò il suo arrivo nell’aldilà, accolto da Eschilo e Sofocle che in lacrime gli sussurravano: ‘Anche tu giungi nella valle oscura’; e lui sereno: ‘Colleghi, non facciamone una tragedia!’».

                                                                 (“Diari di Cineclub”, 77, novembre 2019)