I libri belli Sono quelli belli da raccontare, di Marco Candida

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I libri belli sono quelli belli da raccontare. Così adesso, parlo un po’ di libri belli, che mi sono rimasti impressi.

It di Stephen King l’ho messo al primo posto, perché quello è stato un libro che mi ha aiutato a vivere, e che credo, tra l’altro, abbia aiutato a vivere non so quanti altri ragazzi come me (quando ho letto It la prima volta avevo quattordici anni). C’è un fumo magico che si sprigiona dalle pagine di quel volume di oltre mille e duecento pagine tutte le volte che lo apro (anche adesso, a ventisette anni): un fumo colorato (blu o arancione), e un po’ dolciastro (come gli sboffi delle case stregate o degli autoscontri al Luna Park), però in un modo tutt’altro che sgradevole.

Il terrore che sarebbe durato per ventotto anni, ma forse di più, ebbe inizio, per quel che mi è dato di sapere e di narrare, con una barchetta di carta di giornale che scendeva lungo un marciapiede in un rivolo gonfio di pioggia. La barchetta beccheggiò, s’inclinò, si raddrizzò, affrontò con coraggio i gorghi infidi e proseguì per la sua rotta giù per Witcham Street, verso il semaforo che segnava l’incrocio con la Jackson. Le tre lampade disposte in verticale su tutti i lati del semaforo erano spente, in quel pomeriggio d’autunno del 1957, e spente erano anche le finestre di tutte le case. Pioveva ininterrottamente da ormai due settimane e da due giorni si erano alzati i venti. Allora quasi tutti i quartieri di Derry erano rimasti senza corrente e l’erogazione ancora non era stata ripristinata. Un bambino in impermeabile giallo e stivaletti rossi correva allegramente dietro alla barchetta di carta.

E mi fermo, anche se la voglia di ricopiare tutto il capitolo (14 pagine; 4 sotto-capitoli) fino alla descrizione dei cavalletti dipinti d’arancione che sbarrano la strada, e la parte della fabbricazione della barchetta di carta con la paraffina (o “p-p-pparaffina” come dice Bill Denbrough), e l’incontro di Georgie (il fratello di Bill Denbrough) con il clown nello scarico della fognatura (il clown è un incrocio tra Bozo e Clarabella e Ronald MacDonald: il Signor Bob Gray, signori, altrimenti noto come Pennywise, il Pagliaccio Ballerino…!) che tiene in una mano un mazzo di palloncini, di tutti i colori, “come succulenti frutti maturi”, e nell’altra tiene la barchetta di Georgie e gli dice: “Vuoi la tua barca, Georgie?” e Georgie che allunga il braccio dentro all’impermeabile giallo e…

Fiesta l’ho letto sei o sette volte, e anche adesso, come dicono tutti, trovo i dialoghi impressionanti… Li leggo ogni volta e mi dico: “Ma questa roba che cos’è?” e poi mi ci ritrovo dentro e da lì non posso più uscire.

Pagina 83, un dialogo qualsiasi, (lo metto in orizzontale, non in verticale):

Salve, tesoro” Brett gli porse la mano. “Salve, Jake” disse Mike “Ieri sera, temo, dovevo essere un po’ sbronzo”. “Lo eri e come” disse Brett “Una cosa vergognosa. “Ehi” disse Mike “quando vai in Spagna? Ti dispiacerebbe se venissimo con te?”. “Sarebbe magnifico”. “Davvero non ti dispiacerebbe? Io a Pamplona ci sono già stato, sai? E Brett è impaziente di andarci. Sei sicuro che non ti daremo fastidio?”. “Non dire stupidaggini”. “Devi sapere che sono un po’ brillo. Se no non te lo chiederei in questo modo. Ma davvero non ti dispiace?”. “Oh, smettila, Michael” disse Brett “Come può dire che gli dispiace in questo momento? Glielo chiederò io dopo”. “Ma a te non dispiace, vero?”. “Non chiedermelo più se non vuoi farmi arrabbiare. Bill e io partiremo la mattina del 25”.

Ora, che cosa c’è che ancora funziona tremendamente in questo dialogo? (E l’ho scelto a caso). È la rappresentazione dell’insistenza di Mike nei confronti di Jake. Mike e Jake sembrano due macchiette, e tutto il dialogo sta a un passo dal comico demenziale. Perché mai, ci domandiamo, Mike è così insistente – d’accordo: sostiene di essere brillo –, ma perché insiste così tanto? Sembra tutto molto gratuito e per questo demenziale. Per di più il ventiseienne Hemingway non ci dice una parola al di fuori delle virgolette per spiegarci gli stati d’animo di Mike e di Jake. Il giovane Hemingway ci invita a raccapezzarci da soli, e non ci dà altro indizio che le parole che escono di bocca dalle due persone (non ci aiuta nemmeno con le espressioni del viso o con certi movimenti del corpo). Dobbiamo cavarcela da soli, messi in mezzo a questa situazione che ci suona comico-demenziale ma che è anche così asciutta che ci rendiamo ben conto che l’intenzione dell’autore è tutt’altro che quella di metterci in una situazione comico-demenziale. È la rappresentazione delle cose nude che porta alla luce gli aspetti grotteschi delle cose stesse e delle loro relazioni. Ma appena una pagina più in là tutto quadra, e sempre senza che il giovane Hemingway ci metta il becco.

Mike uscì. Brett e io restammo seduti al bar. “Ne vuoi un altro?”. “Forse”. “Ne avevo bisogno” disse Brett. Salimmo a piedi la Rue Delambre. “Non ti ho visto da quando sono tornata” disse Brett. “No. “Come stai, Jake?”.

Ecco qua: Brett, l’accalappiatrice di uomini, e il povero Mike Campbell (ex pugile) è il merlo di turno. Ecco spiegata tutta quell’insistenza del povero Mike. Quel dialogo rappresenta tutti i sospetti di Mike nei confronti di Jake ma soprattutto di Brett che non è proprio quel tipo di donna che ti fa vivere un idillio quando decidi di stare con lei. Quel che più conta è che tutto questo viene reso solo sul piano linguistico come se per il giovane Hemingway quel che contassero di più fossero le parole che escono dai personaggi. Sono le parole che diciamo e un certo uso delle parole che tirano fuori nel modo più potente e privilegiato i nostri stati d’animo. Fiesta, Addio alle Armi, e Per Chi Suona La Campana(tutti inseriti nella classifica) funzionano così. Il linguaggio che Hemingway crea è un linguaggio speciale sempre fortemente allusivo dell’interno dei personaggi. Hemingway rappresenta le anime, il subconscio e tutto quel che più di nascosto si agita negli uomini e nelle donne, e lo fa solo attraverso quel che di loro possiamo vedere e sentire. Dispone sulla pagina le tracce e gli indizi che molto presto si costituiscono come prova dell’interiorità del personaggio. In questo senso Hemingway è realista: si affida alle parole che puntano di più alle cose e non alle parole che puntano soltanto verso altre parole ancora, ossia quelle parole che non si possono spiegare se non per mezzo di altre parole e per mezzo di altre rappresentazioni precostituite e per questo non completamene adatte per rappresentare le particolarità del singolo evento.

Ci sono libri belli che non ho letto, e libri che non riesco a leggere. Vineland di Pynchon proprio non riesco a leggerlo. Rumore Bianco di DeLillo o Cane che corre non riesco a leggerli. Ci provo, e mi diverto mentre li leggo, ma poi qualcosa rompe l’incanto, e non ho nessuna voglia di tornarci sopra, e non credo proprio che se leggessi i titoli che il carniere preparato da Leonardo Colombati propone le cose migliorerebbero. Di Rumore Bianco in particolare sono innamorato del personaggio di Babette la quarta moglie di Jack Gladney, un professore di studi hitleriani intriso del culto per la cultura popolare americana moderna. Jack e Babette sono spassosissimi, anche se il passaggio più gustoso del libro (che non ho letto tutto; mi sono fermato a pagina 244) è affidato alla voce di un altro personaggio Murray J. Siskind. Ecco qua, pagina 15.

Diversi giorni più tardi Murray mi chiese notizie di un’attrazione turistica nota come la stalla più fotografata d’America. Quindi facemmo in auto ventidue miglia nella campagna che circonda Farmigton. […] Presto cominciarono ad apparire i cartelli stradali. La stalla più fotografata d’America. Ne contammo cinque prima di arrivare al sito. Nell’improvvisato parcheggio c’erano quaranta auto e un autobus turistico. […] Tutti erano muniti di macchine fotografiche, alcuni persino di treppiede, teleobiettivi, filtri. […] “La stalla non la vede nessuno” disse finalmente Murray. Seguì un silenzio. “Una volta visti i cartelli stradali diventa impossibile vede la stalla in sé”. […] “Noi non siamo qui per cogliere un’immagine, ma per perpetuarla. Ogni foto rinforza l’aura. Lo capisci, Jack? Un’accumulazione di energie ignote”[…] “Trovarsi qui è una sorta di resa spirituale. Vediamo solamente quello che vedono gl’altri. Le migliaia di persone che sono state qui in passato, quelle che verranno in futuro. Abbiamo acconsentito a partecipare a una percezione collettiva. Ciò da letteralmente colore alla nostra visione. Un’esperienza religiosa, in un certo senso, come ogni forma di turismo.” Seguì un ulteriore silenzio. “Fotografano il fotografare.”

Questa desacralizzazione delle liturgie e sacralizzazione dell’oggetto pagano e popolare (la stalla a me ricorda il presepio, tra l’altro), anche se oggi come oggi mi sembra un po’ abusata, se non altro mi diverte moltissimo – e in passato deve avermi anche fatto riflettere molto. L’umorismo di DeLillo è corposo, palpabile e mi fa girare per lo stomaco moltissime risate, e va detto molte di queste mi finiscono anche fuori dai denti. Come qui. Pagina 34.

Due sere alla settimana Babette frequenta la chiesa congregazionalista all’altro capo della città per insegnare la posizione corretta agli adulti riuniti nello scantinato. Fondamentalmente insegna loro come stare in piedi, sedersi e camminare. La maggior parte dei suoi allievi sono anziani. E non mi è chiaro perché vogliano migliorare il loro portamento. Noi sembriamo ritenere che sembri possibile tenere lontana la morte seguendo regole di buon comportamento. A volte vado con lei mentre sta in piedi, si volta, assume diverse pose epiche, compie gesti aggraziati. Fa riferimenti allo yoga, al kendo, al camminare in stato di trance. Parla di dervisci sufi, di montanari sherpa.

Invidio a Don DeLillo la capacità di trarre lezioni di vita, di servire al lettore riflessioni filosofiche partendo da situazioni ridicole, e di riuscire a fare questo (…a servire riflessioni filosofiche…) senza alterare il suo perfetto tono umoristico. Praticamente Don DeLillo può fare tutto: dal predicare allo sbobinare riferimenti ricercatissimi senza apparire mai eccessivo o fuori luogo – o semplicemente antipatico. E tuttavia, anche se in possesso di tutte queste doti, dopo un po’ la mia mente deflagra come una pentola a pressione – e forse proprio a causa di tutti quei riferimenti ricercatissimi – e smetto di leggere. Ci sono autori che non riesco a finire di leggere perché mi fanno venire voglia più o meno istantaneamente di mettermi a scrivere – su questo concetto conto un giorno di ritornare a riflettere – e forse Don DeLillo è tra questi autori.

Ubik di Philip K. Dick è un libro bellissimo. Di Philip Dick ho letto se non tutto moltissimo – e nei Fine Novanta è stato il mio autore di riferimento. In particolare mi aveva impressionato che si sospettasse che Dick avesse avuto degli ictus di cui lui stesso non si fosse accorto, e che questi ictus avessero causato la sua ben nota propensione all’allucinazione e alla schizofrenia. Noto tra l’altro che Dick è bravissimo non tanto nella costruzione di mondi paralleli (come in Ubik e nella Svastica del sole) ma soprattutto quando questi mondi collidono e cominciano a sovrapporsi parzialmente o integralmente. Nelle sue costruzioni allucinatorie, insomma, Dick diventa uno scrittore potentissimo: quando comincia a tagliuzzare e a incollare pezzetti di un mondo in un altro mondo, a rendere il mondo di facciata A improvvisamente incongruo a causa di alcuni oggetti anacronistici che spuntano – diciamo – da un sottomondo B (che chiamo “sottomondo” e non “mondo vero”) e questi oggetti come escoriazioni cancrenose cominciano a costituire interi tratti di mondo e poi a sostituirlo del tutto, ecco è qui che viene fuori il Dick che se non altro preferisco. Anche se l’allucinazione più potente probabilmente ci arriva quando ci rendiamo conto che è il soggetto che prova le sensazioni di sdoppiamento non della realtà ma della sua mente, e veniamo continuamente sballottati, noi lettori, precipitiamo dall’esterno all’interno del soggetto, e non riusciamo più a capire se stiamo leggendo una narrazione di sequenze di fatti oppure il resoconto di una mente allucinata, schizofrenica e folle fin dal principio.

Charles Bukowski. Ho letto Storie di ordinaria follia, Musica per organi caldi, Compagno di sbronzee… qualcos’altro che adesso credo di non ricordare… e credo che non smetterò più di pensare con gratitudine a questo autore. Come è possibile farlo – non pensare a lui con gratitudine? Come si fa se si conservano in qualche angolo della memoria passaggi come questo dal racconto Dodici scimmie volanti che non volevano fornicare come si deve?

Gira l’angolo e sparisce. Io richiudo la porta e torno allo scrittoio. Ho uno spunto: c’è uno scienziato pazzo che ha insegnato a volare alle scimmie. Ce n’ha undici, di scimmie. Queste scimmie sono in gamba. Lo scienziato gli ha insegnato a far le gare. Fanno gare, volano e virano intorno a dei piloni. Fin qui tutto bene. Ora, vediamo. Devo cavarne fuori un buon racconto. Per venderlo però, hai da metterci dentro qualche bella scopata. Un fracco di scopate, va anche meglio. Decido di portare a dodici le scimmie: sei maschi e sei femmine. Molto bene. Andiamo avanti. Le scimmie eseguono la prima virata intorno al pilone. Ma poi come le porto alla scopata? Son due mesi che non vendo un racconto. Avrei dovuto rimanere alle Poste. Ecco la virata. Magari, le faccio scappar via. D’un tratto se la svignano. È una trovata. Volano a Washington e svolazzano intorno al Campidoglio. Faccio che uno centra il Presidente, con uno stronzo? No, questo è chiedere troppo. Bene, allora facciamo che uno stronzo colpisce il Segretario di Stato.

Oppure in Musica per organi caldi dal racconto Dolore di scarto.

Il poeta Victor Valoff non era un grande poeta […] Ma Vicki come succede a molte donne si faceva incantare dagli sciocchi, continuava ad andare a sentirlo a leggere. Era una serata calda, un venerdì, in quella libreria femminista-lesbico-rivoluzionaria. L’ingresso era gratuito. Valoff leggeva gratis […] Victor Valoff iniziò. […] Victor declamò l’ultimo verso urlando e in quel mentre qualcuno vicino a me esclamò: “Splendido!”. Era una poetessa locale, una femminista che si era stancata dei neri, e adesso si portava a letto un dobermann. Aveva una treccia di capelli rossi, gli occhi spenti, e declamava le sue poesie accompagnandosi con un mandolino. Era sposata con un medico che le passava un lauto assegno per continuare a scrivere e per nutrire il dobermann. […] “Pietà gommata” continuò Valoff “E’ questo che siamo, pietà gommata, gommata gommata pietà…”; “Adesso vedrai che tira fuori il corvo” dissi; “Pietà gommata” prosegue Valoff “e in eterno il corvo…”. Scoppiai a ridere. Valoff riconobbe la risata. Abbassò gli occhi su di me. “Signore e signori” disse. “Stasera abbiamo tra noi il poeta Henry Chinaski”. Qualcuno tra il pubblico fischiò. Mi conoscevano. “Sporco maschilista!”, “Ubriacone!” “Ciucciacazzi!”. Buttai giù un sorso. “Continua pure, Victor”. Continuò.

Di Landsdale ho letto Drive-in e Drive-in 2 e il racconto lungo Nel lontano deserto delle Cadillac con il popolo dei morti contenuto nella raccolta Il ritorno degli zombi edito da Urania. Credo anzi che questo sia stato il primo racconto di Landsdale che ho letto. Ecco di che cosa si tratta.

Dopo un mese di inseguimento, una notte Wayne si imbattè con Calhoun in un piccolo locale chiamato Rosalita’s. Questo non significava che Calhoun si fosse alla fine lasciato andare e fosse diventato imprudente: non aveva paura, tutto qui. Aveva ucciso fino ad allora quattro cacciatori di taglie e Wayne sapeva che non gli sarebbe importato molto di ucciderne un quinto. L’ultima cacciatrice di taglie che aveva ucciso era stata la famosa Pink Lady McGuire (la mamma cattiva), centotrenta chili di disgustosa ciccia traballante provvista di un Regminton a ripetizione calibro dodici e di un pessimo carattere. La cosa andò che Calhoun la assalì alle spalle, le tagliò la gola e, tanto per divertirsi se la scopò prima che morisse dissanguata. Questo non solo dimostrava a Wayne che Calhoun era un pericoloso figlio di puttana, ma anche che aveva pessimi gusti.

Ho letto questa roba negli anni Novanta in pieno boom Tarantino – avrò avuto i miei soliti diciassette, diciotto o diciannove anni – e ho trovato tutto, mm, succulento – be’, magari: morbosamente succulento, d’accordo. Drive in è un libro rigorosamente da far fuori in macchina, fermi a un autogrill con un cartoccio di patatine fritte di McDonald’s rovesciato un po’ sulle gambe e un po’ sul sedile, le dita unte di senape, e nelle orecchie il rumore dei denti che masticano la carne macinata di un hamburger a due piani. Di Landsdale ho anche letto Il Mambo degli orsi (ma non mi è piaciuto) e un altro racconto contenuto in una raccolta che devo aver buttato in qualche scatolone assieme a una quantità di scatolette vuote di cereali e confezioni di burro d’arachidi. Di quel racconto mi ricordo solo che due ragazzi annoiati si tirano dietro per una cittadina texana il cadavere di un negro agganciato al paraurti posteriore della loro automobile, e che c’è la descrizione di una violenza carnale durante unosnuff movie (con l’uccisione della donna violentata) e poi la storia che non ho più dimenticato di questa donna che viene scopata da nove uomini in fila con un borsone di pelle nera sulla testa perché è così brutta che ci finirebbero sopra le mosche, e che uno dei protagonisti è il quinto della fila, ma il terzo della fila, mentre scopa, gli viene in mente, che, cazzo, lui vuole vedere la faccia della fica che sta scopando, non vuole scoparsi un borsone di pelle nera, e allora toglie il borsone e appena vede la faccia della fica il cazzo gli si ammoscia e quasi si ritira, e la faccia è così brutta che si ammosciano tutti i cazzi fino in settima fila. Be’, insomma, questo mi ricordo, più o meno.

Di Elmore Leonard ho letto La scorciatoia (ma non l’ho finito, perché non m’è piaciuto) e ho lettoImbroglio che ho trovato molto bello. Ho letto di McInerey Le mille luci di New York e L’ultimo dei Savage (che trovo molto bello; soprattutto le pagine finali quando il protagonista principale – perché di protagonisti ce ne sono due – confessa al foglio bianco un’inclinazione omosessuale inconfessata in ossequio alla sua scelta di condurre una vita regolare, anzi esemplare, costruita sull’affermazione nel campo del lavoro e su un solido nucleo familiare, cercando insomma di perseguire tutti gli obiettivi di una persona normale e positiva, e per questo soffocando qualunque altra inclinazione che non rientri in questa visione certamente innervata di sacrificio). Steinbeck è stato uno dei primi autori che ho letto. Ho letto tutto di Steinbeck (a dodici anni) e mi piaceva moltissimo perché era il primo scrittore ‘tecnico’ che leggevo. Le storie di Steinbeck avevano strutture perfette – purtroppo per Steinbeck poi ho letto Hemingway e Faulkner, e anche per me (come per molti altri) Hemingway e Faulkner hanno finito per mettere così tanto nell’ombra l’autore nato a Salinas in California da farmelo un po’ dimenticare. Ma qualche volta me ne ricorderò. Di Faulkner un libro bello è Scendi, Mosè e L’urlo e il furore.