Il parroco errante, di Dario Fornaro

Il parroco errante, di Dario Fornaro

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Alessandria: Questo bel titolo, in capo ad un articolo a tutta pagina di Repubblica-Torino  (del 30.10), riprende la crisi delle vocazioni sacerdotali e le conseguenze “organizzative” (a tacere delle altre più complesse), escogitate da una Chiesa attonita e confinata sulle difensive da un “cambiamento climatico” socio-culturale dalle conseguenze e durata imprevedibili.

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L’articolo prende le mosse da un caso (Cavallermaggiore), nemmeno particolarmente eclatante, di estensione  delle “competenze” di un parroco, per  riandare al  fenomeno, ormai generalizzato,  dell’aggregazione territoriale di parrocchie, con corrispondente aumento delle responsabilità pastorali e gestionali dei singoli  parroci titolari, trascelti nell’albo dissanguato dei “disponibili”.

Se necessità insuperabili di aggregazione amministrativa cominciano a manifestarsi anche a livello di diocesi (vedi recentemente Torino e Susa), vuol dire che l’erosione alla base dell’edificio ecclesiastico, comprensivo di sacerdoti (e “consacrati”) e fedeli (o popolazione di riferimento dell’offerta religiosa) sta procedendo a ritmi e con modalità sconcertanti.

Vale a dire che anche, e simmetricamente all’”offerta”, la “domanda religiosa”,  o risposta popolare al richiamo evangelico, si contrae con un passo e una consistenza non meno gravi del gelo delle vocazioni da tempo lamentato. Come, del resto, sondaggi d’opinione e statistiche fattuali, ripresi anche nell’articolo dianzi citato,  illustrano e confermano ai vari livelli territoriali, demografici, pastorali e organizzativi.

Estendere  l’area territoriale (comuni e frazioni) di pertinenza di un parroco, così come di una parrocchia-guida, per compensare il calo delle forze in campo, non consente tuttavia di consolarsi con il classico “far di necessità virtù”. Se la necessità, infatti, è palese e apparentemente inaggirabile, la virtù (il buon esito possibile) è soggetta a dubbi non indifferenti, sia a carico dei sacerdoti coinvolti che delle comunità e dei fedeli  ricombinati in un nuovo scacchiere pastorale.

Con il “parroco errante” costretto a inventarsi una sorta di ubiquità formale, alla quale corrisponde una pratica quotidiana di mobilità frenetica, sul territorio assegnato, per  collegarsi alla nuova , in tutto o in parte, cura d’anime.

Il tentativo (eroico?) consiste nel mantenere formalmente in vita il reticolo tradizionale di “postazioni ecclesiastiche” sul territorio (parrocchie) attraverso presenze sacerdotali itineranti che garantiscano  almeno le principali occasioni di culto presenziato.

Come sistema-tampone la redistribuzione, in aumento, delle pertinenze dei parroci in servizio sembra funzionare, pur con qualche fatica attiva e disorientamento passivo, ma  non mancano elementi di fragilità in una “risorsa” gestita, e percepita dalle comunità interessate, in via burocratico-autoritaria da chi ne ha indubbia competenza e agisce con  decreti inappellabili.

Se il problema “della messe e degli operai”, già evocato dal Vangelo, sembra, in questa fase storica della Chiesa e della società  italiane, indirizzato a difficoltà crescenti, allora anche l’aspetto  del “consenso informato” dei destinatari si attualizza sensibilmente.

Le forme di compartecipazione dal basso alla ridefinizione della  “geografia ecclesiastica” sono ancora tutte da inventare e legittimare, ma la dimensione e l’urgenza del  fenomeno che si prospetta  (ristrutturazione della rete, come oggi si direbbe),  richiedono un’attenzione comunitaria inedita e propositiva.

Prima che, umanamente, il problema diventi ancora più intricato.

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