Capitolo 1 parte 1

«Marina Siena». Chiamò il giovane assistente di scena ad alta voce e io seduta in platea alzai tutto il braccio, muovendo freneticamente la mano.

«Prego, salga sul palco, tra pochi minuti si comincia». E dopo essersi tirato su le maniche della camicia, sistemò il tavolino del regista con il copione al centro e una penna per le annotazioni.
«Una precisazione: ora comincia Ludo, l’aiuto regista, quell’uomo alto e riccio che vede là con indosso la polo verde,» indicando un affascinante uomo di mezz’età con un filo di barba in piedi davanti al backstage «se il provino sarà di suo gradimento, interverrà anche la regista. È chiaro?». Annuì.
«Ha qualche domanda?».
«No, nessuna».
«Bene, io sono Nico… Se ha bisogno di me, chieda pure. Tony Valente è dietro le quinte con i suoi zelanti ruffiani». Prese fiato divertito, «Ma al momento giusto ci sarà. In bocca al lupo».

Ripensai a quando avevo conosciuto Antonia tornando con la mente al 1974 e al suo Gala a Corso Venezia dopo la nomination al Festival di Cannes. Mi ricordava la ragazza rotondetta della serie Scooby-Doo, con il caschetto rosso e gli occhiali giganti, ma geniale. Ne aveva fatta di strada, e non si può dire la stessa cosa di me. Più lei saliva sulla scala del successo, più io scendevo nel baratro del fallimento. Ma l’evento che aveva segnato la mia fine mi legava a lei molto più di quanto credessi.
«Prego…» Ludo mi invitò al centro del palcoscenico e si sedette incrociando le gambe sotto la sedia, appoggiando le mani sul mento e i gomiti sul tavolino. Fui improvvisamente colta da un tremolio sottile dietro la schiena e allo stomaco e un bisogno importante di fare pipì, mi irrigidì per la tensione. Il silenzio di tomba calato al suo ingresso, era interrotto da qualche sporadico brusio in platea o da un risolino tra i membri dello staff che si scambiavano occhiate divertite di sottecchi, a testa bassa o girando la schiena.
«Sono mortificata». Dissi incassando la testa tra le spalle e fissandomi i piedi, quando si avvicinò. Avrei voluto sotterrarmi per la vergogna. Sudavo.
Con gesti misurati e calmi delle mani e la voce sicura, mi mise a mio agio.
«Riprovi». Mi incoraggiò e riuscì a interpretare una Penelope muta, senza voce, uscita fievole e strozzata. Smarrita mi guardai intorno, il suggeritore nascose la bocca dietro al copione con gli occhi strizzati e la faccia rossa per quanto stava ridendo. Gli altri attori ammutolirono sconcertati.
Ludo appoggiò una mano sotto il mio petto «Respiri…», mi sentì pervadere da uno stato di estasi, sentì risvegliarsi qualcosa dentro e anche lì sotto, sciolsi le spalle e raddrizzai la schiena, «ha mai aspettato un uomo in vita sua? O un figlio?».
Tremai per la scossa che la domanda aveva provocato e fissai le linee dei listelli di legno per cacciare via il rimpianto e non incontrare i suoi occhi penetranti. Chiuse le palpebre e mi prese una mano insinuandosi tra le dita strette a pugno, fredde e umide.
«Provi a pensare cosa le manca di più e quanto le costa non avere quella cosa. La privazione, il dolore dell’assenza, il dubbio, l’incertezza». Riaprì gli occhi e mi lasciò andare.
«Ora è pronta». Mi incitò concedendomi tutto lo spazio.

«Magnifica!». La voce tagliente di Tony mi ridestò dall’intensa trance emotiva e avvertì uno strano disagio nel trovarla improvvisamente alla mia sinistra senza averne percepito la presenza prima. Lo sguardo ostile tradiva il sorriso benevolo. Rigida e altera si mosse come una prima donna verso il proscenio.

Michela Santini

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