Una guerriera 2.0 – Sostieni Adelina 113

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Spesso mi sono ritrovata a tirare le somme riguardo ad alcuni aspetti sociali contemporanei, in particolare, quali siano le differenze, rispetto ad altri periodi storici. Proprio nella ricerca di storie, nell’ascolto delle stesse, uno degli aspetti più “tristi” e poco rassicuranti della nostra epoca è la mancanza di un umano “riconoscimento”, la mancanza di una coerente “solidarietà”, e tutta quella amara “solitudine” che comporta. Una “guerriera” che combatte, non per se stessa, ma per i diritti di altre, fosse in un primo Novecento, probabilmente sarebbe accolta, sarebbe sfamata, riscaldata, curata, protetta, certamente in molte case e in tante famiglie di sani principi umanitari.

Oggi, viviamo in un’epoca astratta, dove l’umano è uno slogan, una propaganda, un biglietto da visita, una puntata in televisione, un Twitter e una catena di Sant’Antonio… Le guerriere, se non sono in forza, se sono stanche, se sono affamate, se sono ferite e ammalate, non servono più… Forse, semmai, alla loro morte, qualcuno potrà tirare su il proprio profilo spendendo due parole vuote.

Ho fatto questa breve premessa, perché ho una voce che mi risuona dentro.
Quella di Adelina 113.

Ieri, nonostante le pesanti cure a cui è sottoposta da mesi, nonostante il dolore comprensibile e visibile, ho ascoltato la sua voce, una voce che pur non nascondendo l’amarezza, si muove con forza dentro a quello spirito ribelle, vivo, che non molla la presa da principi fondamentali di giustizia e umanità, che una donna come lei, giustamente, pretende.

Ma chi è Adelina 113?

Adelina, nel pieno della sua bellezza, a 17 anni, viene rapita, torturata, ripetutamente violentata, venduta e buttata sulle strade italiane a prostituirsi.
Ha vissuto quattro anni da schiava e un giorno, l’ennesimo in cui veniva brutalmente picchiata, ha fatto due numeri: 112 – 113.

Quel giorno, Adelina, si ribellò e con coraggio e determinazione varcò la soglia della Questura di Varese e denunciò i suoi sfruttatori.

Attraverso questo atto coraggioso di Adelina, le forze dell’ordine arrestarono decine di persone legate al racket della prostituzione e della tratta.

Ma questa guerriera non si è fermata. Da quel momento si è attivata in ogni modo per aiutare e salvare tante altre donne. Ha continuato a collaborare con le forze dell’ordine, scritto libri, presenziato dibattiti, ha messo la sua faccia in tante campagne contro lo sfruttamento alla prostituzione.

A distanza di anni, l’impegno di Adelina non è mai mancato, e oggi, colpita in primavera da una grave malattia, Adelina è quella guerriera che merita l’amore e la cura di una qualsiasi società che si ritenga civile ed umana.

Adelina ha creato una raccolta fondi, in un modo semplice e genuino, come, di chi dà per scontato quel senso di umano riconoscimento, e a riprova di quanto invece viviamo in questa società disumanizzata e priva di empatia, Adelina vive in solitudine in una condizione di estrema difficoltà e con un gran bisogno di aiuto concreto.

So, che la stratificazione sociale che si è creata, non rende facile la comprensione di quanto poco possa bastare per cambiare “il giorno” di una persona.
Si spendono migliaia di euro per eventi inutili, per passerelle e kermesse, si investono cifre da capogiro per personaggi che mai metterebbero a rischio un solo giorno della propria vita per la vita altrui…

Sempre a strati, si pensa che un vestito, un parrucchiere, una vacanza, possa renderci più importanti, più belli, ma la bellezza, così come l’importanza di un’intera esistenza, restano quelle preziose cose che si scolpiscono solamente con i propri gesti.
Io, che ho smesso di credere quasi a tutto, credo ancora, nell’individualità, perché certamente e fortunatamente ci sono ancora persone che capiscono e/o possono arrivare a capire il giusto valore delle cose.

Per questo confido e mi auguro che la campagna di Adelina, possa superare quella vergognosa soglia raggiunta fino ad oggi e possa ricevere quel sostegno e aiuto che non può che rappresentare semplicemente quel riconoscimento più che meritato.

Marzia Schenetti

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