CopertinaUn romanzo d’esordio pubblicato dalla CA “Edizioni Effetto” in uscita il 1° dicembre 2019 disponibile ora su Amazon e Feltrinelli.

Complimenti Alessandro!

Quarta di copertina (breve sinossi):

“Proprietà Degenerative della materia e altre catastrofi” è la storia surreale Palmiro: un uomo che come molti si crogiola nella sua rassicurante solitudine e nelle sue piccole paranoie. Un giorno scopre di essere affetto da un “male” inspiegabile che si manifesta con una profonda depressione allo stomaco. In suo soccorso arriva Tebaldo, un parvenu che per tutta la storia rimarrà in bilico tra la figura del salvatore e quello del carnefice, il quale gli suggerisce di curarsi entrando in possesso di “sfere magiche”, che a suo dire hanno potere di conferire forza e sicurezza, quando in realtà precipitano Palmiro sempre più verso la perdizione dei sentimenti e dei valori umani. Attraverso situazioni grottesche e surreali Palmiro vivrà sulla sua stessa pelle la prostituzione del suo essere in favore di un avere vuoto ed effimero.

Ne verrà fuori “l’uomo” in tutta la sua desolante e comica meschinità. Un “uomo” visto attraverso una lente acuta, tagliente e ironica che mette a fuoco l’ipocrisia sempre più diffusa, l’isolamento e la mercificazione dei valori umani. Una lente che non risparmia nessuno.

Alessandro Genovese informa che “Per fornire maggiori coordinate sull’opera vi comunico che il mio romanzo contiene, a grandi linee, alcuni elementi narrativi che lo riuniscono al genere del “realismo magico”, lo stesso di Garcia Marquez, Allende, Borges, Calvino, Sepulveda, Buzzati… “

Ecco un estratto del romanzo:

…«Porco mondo! Cos’è questo fottuto vuoto qui in mezzo?» si domandò Palmiro, ma il timore di sembrare un fenomeno da baraccone gli impedì di dimostrare al mondo la sua clamorosa metamorfosi, così camuffò il gesto di ispezionarsi l’addome con quello della ricerca di un non meglio specificato documento o di un fantomatico foglietto di una certa importanza.

Constatato che nulla era cambiato, si lasciò andare a considerazioni sconnesse e confuse come il suo stato d’animo: «Ci vorrebbe un luminare in materia, ché questi sintomi inspiegabili li spieghi. C’è il caso, per nulla remoto, che si tratti di un male incurabile. Per cui una risposta potrebbe essere, nell’ipotesi che il luminare in questione non abbia peli sulla lingua, “signore mio si rassegni, ormai è troppo tardi. A questo punto ormai non c’è più nulla da fare”; oppure, ridendo di gusto, sempre il luminare, “… Ahahahah… stia tranquillo, lei ha solo sofferto di un occasionale quanto banale crampo allo stomaco, probabilmente dovuto a un ancor più banale reflusso gastroesofageo”. “Sarebbe?” avrei domandato con il sospetto dell’ignoranza: “Una stupidaggine, una cosa da niente in confronto a quello che sono abituato a diagnosticare ad altri pazienti meno fortunati di lei”, nel caso sia sfrontatamente bugiardo. Ché non ti puoi mai fidare fino in fondo dei medici e dei luminari in particolar modo. Il più delle volte mentono per non ammettere che non sanno che pesci prendere e le altre poche, direbbero loro, “per il tuo bene”».

«Del resto» si chiese Palmiro, «cosa cambia? Il punto è che sono costretto a trovare subito la cura. Tutti dicono che c’è un rimedio per qualunque male… se uno se lo sa cercare.»

E mentre Palmiro diceva tutto questo, ecco che il passeggero che l’aveva sostenuto, e che casualmente era sceso appresso a lui e sempre casualmente quel giorno non doveva andare a destra, ma a sinistra, e non una qualsiasi sinistra, ma una orientata proprio dalla parte dove stava andando Palmiro, sentì l’imprecazione, accelerò il passo finché non gli arrivò a pochi metri e disse: «Scusi signore!»

A quell’appello imprevisto, Palmiro, già angosciato per la preoccupante depressione allo stomaco, reagì come una lepre che ha avvertito dietro di sé il sinistro crack di un ramo spezzato dal piede di un cacciatore e, voltandosi spaventato verso chi l’aveva chiamato, rispose: «Dice a me?»

«Sì, sì. Proprio a lei» ribadì l’uomo, raggiungendo l’incredulo Palmiro. Poi, senza perdere tempo, proseguì: «Intanto mi presento: Tebaldo Carmona Reyes».

«Piacere, Palmiro Garcia Parra.»

«Normalmente sono un tipo riservato e non mi curo degli affari e dei problemi altrui» chiarì subito Tebaldo Carmona Reyes, e infatti proseguì: «sa, per evitare spiacevoli sorprese, ché il mondo è pieno di gente isterica e squilibrata che basta poco perché ti mandi al diavolo o peggio, e mi creda che succede, ti molli un destro in piena faccia pure quando la vuoi aiutare. Pensi un po’!»

«Sì, ma che diavolo vuole?» replicò secco Palmiro che aveva voglia di tutto tranne che dar retta a uno sconosciuto e a quanto sembrava, pure ficcanaso più del Molina.

«In tutta onestà giuro che non ho potuto fare a meno di ascoltare, ma soprattutto di vedere, quella depressione che cerca tanto di nascondere» spiegò, pacato, Tebaldo. «Per sua fortuna, credo di aver vissuto la sua stessa esperienza, certo non so in che misura lei l’abbia accusata… Sapesse che sofferenza ho dovuto sopportare! E pure quando se n’è andata del tutto, alla fine qualcosa rimane sempre. A volte, il solo ricordo mi riporta ai momenti in cui quel crampo mi stringeva lo stomaco. Ah!»

«Ehi, amico! È proprio così» riconobbe Palmiro, cambiando decisamente tono. L’argomento lo interessava e decise di prestargli attenzione studiando il suo interlocutore. La prima impressione fu quella del tipo George Clooney, meno bello ma più abbronzato, che senza sbracciarsi avrebbe ricevuto immediata e sorridente assistenza dall’addetta informazioni di un brulicante centro commerciale alla sua ottava ora di domande cretine. Palmiro non poteva nascondersi che un po’ lo invidiava.

«Ha visto che non mi sbagliavo!» commentò, compiaciuto, Tebaldo.

«E lei, mi dica, che male aveva?» domandò Palmiro, stimolato dalla prospettiva di una cura veloce ed efficacie per il suo male, alzando la voce per sovrastare il frastuono della sirena di un’ambulanza che sfrecciò accanto a loro.

«Sebbene sia un male molto diffuso non è facile spiegarlo, sa?»

«Be’, a questo punto, ci provi.»

«Le prometto che non mi dilungherò, ma sarebbe meglio partire dall’inizio della storia con la necessaria premessa che non sono ipocondriaco. Dunque… la prima volta che avvertii quel dolore, lo imputai a una patologia fisiologica. In tal senso feci ricerche approfondite, ma non ne venne fuori nulla. “Lei è sano come un pesce”, mi ripetevano i numerosi luminari che consultavo. Intanto, il tempo passava e i disturbi si facevano più frequenti e dolorosi. Allora ripetei gli esami clinici e così scoprii che non avevo più lo stomaco. Mi era sparito. Capisce? Era diventato un microscopico e insignificante groviglio di carne testardamente avvinghiato a un’ansa periferica del duodeno.»

«Madre di dio! Mi sta dicendo che anche a me è successo questo?»

«Temo di sì.»

«E lei, lei… come ha risolto? Voglio dire… come si è curato da questo maledetto male? Me lo dica subito, cazzo!»

«Questo è l’aspetto più interessante e, se vogliamo, incredibile della faccenda. Perché… vede, tutti quei luminari hanno asserito, col tono enfatico di chi ne sa davvero, che non esiste nessuna patologia conosciuta capace di provocare una metamorfosi del genere. “Stia tranquillo”, mi ripetevano, “sa a quanta gente manca qualche pezzo senza che nemmeno lo sappiano? A chi un rene, a chi la milza e chi addirittura il cervello! E vedesse come campano felici e spensierati… a volte meglio di tanti altri che si credono sani”, questo aggiunsero per placare la mia angoscia. Ma io, con lo scrupolo di chi vuol vederci chiaro, ho approfondito. Se non era una patologia fisica, doveva dipendere da qualcos’altro. E alla fine sa cos’ho scoperto?»

«Cosa?» domandò ansioso Palmiro, trasalendo nell’udire l’imprecazione di un tizio che aveva appena scoperto di essere stato depredato del portafoglio.

«Che il mio problema non era interno, ma esterno. Mi mancava qualcosa, o meglio, qualcuno mi aveva sottratto qualcosa, ecco!»

«Incredibile. E cos’era?» chiese meccanicamente Palmiro.

«Se glielo dicessi così, a bruciapelo, non mi crederebbe mai. Sarebbe meglio raccontarle di mia nonna Clotilde. Che Dio l’abbia in gloria. Dunque, quell’anima candida, in casa sua, una splendida villa di tre piani in cima al Tibidabo, con vista panoramica su Barcellona, dodici stanze per piano, con i soffitti a botte affrescati dai migliori artisti del Novecento e con le pareti impreziosite da splendide boiseries o da arazzi di eccellente fattura, tra le numerose e inestimabili suppellettili, aveva, carissima, una cristalliera Biedermeier. Negli anni, la noia di una vita senza il pepe di imprevisti o di rovesci e il capriccio femminile di conservare le cose più inutili ma necessarie a rinfrescare dolci ricordi, l’avevano riempita di inutili bomboniere celebrative di matrimoni, comunioni, cresime, battesimi, di ninnoli d’argento, di oggettini in onice, di miniature in avorio e di una sterminata raccolta di cianfrusaglie realizzate con i più disparati materiali. Ecco, provi a indovinare fino a che età è campata?»

«Ottanta, novanta?»

«Più di cent’anni! Per essere precisi, fino alla bella età di centoquattro primavere. E mai una malattia o un disturbo. Insomma in perfetta salute fino al giorno in cui, in apparenza, la stanchezza di vivere ha avuto la meglio sulla sua tenace fibra. Ma come dicevo, solo in apparenza. E l’ho scoperto solo dopo, quanto… in apparenza. Non appena sono entrato in possesso della casa e dei suoi averi, giacché la cara nonna mi aveva nominato, a mia insaputa e senza che lo sperassi più di tanto, erede universale di un immenso patrimonio, ho iniziato ad accusare il suo stesso disturbo. Cos’è? Cosa non è? Le solite domande che ci si fanno e che lei Palmiro conosce benissimo, ormai. Come le ho detto, il mio disturbo peggiorò e in uno dei pochi momenti in cui il crampo allo stomaco mi dava tregua, guidato forse dall’amore per la simmetria o dallo spirito benevolo di nonna Clotilde, ho notato che su uno dei ripiani in vetro della cristalliera, tra una miniatura in avorio di un cinese congelato nell’azione di trainare un risciò e un elefantino in onice con la proboscide protesa verso il cielo nel gesto beneaugurante, spiccava una chiazza trasparente stranamente ignorata dal sottile strato di polvere che aveva velato tutto il resto. Se non ricordavo male, in corrispondenza di quel vuoto c’era una ballerina in antimonio adagiata a terra con la testa tra le gambe, nella posizione finale dell’ultimo atto di un’opera che azzarderei fosse, nelle intenzioni dell’arista che l’aveva realizzata, Il lago dei cigni.»

«E con questo?»

«E con questo mi è venuto il sospetto che la ballerina fosse la causa principale del male.»

«Una ballerina!»

«Non la ballerina, per la miseria! L’antimonio! Sa a cosa serve, l’antimonio?»

«Non ne ho la più pallida idea.»

«Glielo dico io. Tra i tanti possibili impieghi, è utile anche per curare e prevenire i disturbi gastrici. Il medico personale di mia nonna: professionista quasi incorruttibile sul piano deontologico, ma assai debole su quello squisitamente economico, dopo avermi estorto la promessa che avrebbe mantenuto l’incarico vita natural durante, e con un salario raddoppiato, mi rivelò che mia nonna se n’era andata proprio per una complicazione gastroenterica. A quella veneranda età, tuttavia, non si fa caso alle cause della morte. Si dice, infatti, con un tono tra la rassegnazione e il sollievo che se n’è andata in pace e basta. Io però, che ormai avevo scoperto l’arcano, sapevo che rischiavo di fare a breve la sua stessa terribile e dolorosa fine. Recuperare la ballerina, se mai qualche sconsiderato parente l’avesse trafugata, sarebbe stata un’impresa quasi impossibile… date le ramificazioni dirette e indirette della schiatta; e sconveniente, perché vai a dire a un tuo consanguineo, che peraltro è venuto a sapere che sei l’unico erede del testamento di un parente immensamente ricco com’era nonna Clotilde, che covi il sospetto, ingiustificato e, vista l’ingente eredità, pure esagerato, che abbia sottratto, non si sa come né perché, una stupida statuetta in antimonio. Insomma… ridicolo!

La sola cosa che potevo fare per curarmi dal male era impossessarmi di un qualsiasi oggetto dello stesso terapeutico materiale. Per risolvere definitivamente la questione, ho acquistato una sfera bella grossa in antimonio. Ma non creda sia stato facile. C’è molta richiesta di queste sfere, sa? Più di quanto lei immagini. Inoltre, gli esercizi commerciali che le vendono sono relativamente limitati in confronto all’enorme richiesta. Lei, per esempio, dove abita?»

«Sulla Ponferrissa. Carrer del Duc numero 18.»

«Mi pare che da quelle parti, al Raval, ce ne sia uno ben fornito. Chieda in giro di tale Maxìm… come si chiama… ah, sì! Maxìm Lladrò. Ecco, acquisti una sferetta di quel materiale, se la metta sulla pancia per un paio d’ore al giorno e mi creda, tra una settimana il suo vecchio e caro stomaco tornerà al suo posto, gonfio e pronto a digerire quel che vuole, e alla fine di questa spiacevole esperienza le rimarrà solo un ricordo, terribile e fastidioso come le ho detto, ma comunque ricordo.»

«Tutto questo sembra così assurdo… è proprio sicuro di quel che dice?»

«Perbacco! Posso metterci la mano sul fuoco. Del resto, quante cose usiamo senza sapere come funzionano. Prenda l’aspirina, per esempio… o la televisione, o gli antibiotici, l’orologio o il cellulare. Pochi conoscono i loro principi e i loro meccanismi, eppure tutti ce ne serviamo senza farci troppe domande, non è vero?»

«Google dice che sì, i minerali possono curare molte patologie; l’antimonio proprio per lo stomaco, il quarzo rosa per il cuore, il diaspro per il mal di gola. A questo punto che posso dire… Sono confuso… lei… lei è un angelo. Mi ha salvato la vita» iniziò a farfugliare Palmiro, «e mi creda, sento che qualunque cosa farò per lei, sarà sempre troppo poco. Non so davvero come ringraziarla.»

«Ma cosa vuole che sia! Tra gentiluomini è il minimo. Sono certo che lei avrebbe fatto lo stesso per me. Comunque non mi sentirò tranquillo finché lei non sarà completamente guarito. Tenga, questo è il mio biglietto da visita. E mi raccomando, mi chiami appena ricompare il suo stomaco. Intesi?»

«Sarà il primo a saperlo, ci conti.»

Le strade di Palmiro e di Tebaldo presero direzioni diverse.

Chi Alessandro Genovese?

Alessandro Genovese nasce a Roma nel 1971 e fin da piccolo mostra un carattere ribelle e una irrequietezza interiore che si rivolge verso la creatività e all’arte in generale. Si cimenta prima nella pittura, poi nell’arte orafa e poi nella scultura con buoni risultati. Ma è nella scrittura che trova il modo di esprimere tutta la sua sconfinata fantasia. Autodidatta e divoratore di libri, impara dai grandi classici della letteratura mondiale e ne fa tesoro. “Proprietà degenerative della materie e altre catastrofi” è il suo romanzo di esordio definito da qualcuno “sui generis” per la tematica affrontata, per la trama surreale e per lo stile ironico con cui viene trattato.

Foto dell'autore inserito nell'aletta del libro