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Quello stronzo di Pippo mi fece una foto con la sua nuova macchina digitale, ostentai sicurezza anche se pensavo fosse arrivata la mia fine. «Buongiorno. Deve venire con noi al commissariato per alcune domande».
«Si tratta del furto in casa Barento? Ho letto sul giornale…».
«Ci segua, le domande le facciamo noi».

Rimasi chiusa per oltre un’ora da sola in una stanza bianca, non c’era lo specchio come nei film americani, supposi quindi che non mi stavano osservando. L’attesa mi creava una strana frenesia forse a causa del piano che stava saltando. Entrarono due con le felpe scozzesi, si sedettero davanti a me, e da uno scatolone uno di loro tirò fuori il borsone rosso di Giuliana e un pezzo della collezione di Tony Barento.
«Riconosce questi oggetti, signora?». Deglutì e provai a parlare ma avevo la bocca asciutta, l’altro mi allungò una bottiglietta d’acqua ancora sigillata.
L’aprì con le mani tremanti e sudaticce. Iniziai dalla storia più facile. «Quello è il borsone di Giuliana… De Santis, fa la bottegaia a Porta Portese, vende roba usata, svuota garage, cantine, soffitte… Io le ho dato una mano a riconoscere i pezzi migliori, ma abbiamo litigato — Tossii— scusate… e non la vedo da settimane». Lo studiai certa di averlo già visto, ma mi sfuggivano le immagini del posto.
Spostai lo sguardo sulla statuina funeraria, osservandola con attenzione. Mi tornò in mente Giovanni quando l’aveva avuta tra le mani. «Questo è un falso ben fatto,» ripresi fiato mentre loro metabolizzavano la notizia e aprivano bene occhi, orecchie e cervello, «di un pezzo etrusco del sesto secolo avanti Cristo, in bronzo. È il più piccolo della collezione, sono sette in tutto e gli originali li ho venduti a Tony Barento nel 1975 per dieci milioni di lire che non ho mai incassato». E pensai, sono finita.
Uno dei due guardò la statuina e la girò su se stessa «Come fa a sapere che è falso? È un’esperta?». Cercavo di mettere a fuoco.
«Suvvia, voi sapete tutto di me». Li guardai «Sbaglio?».
«Sappiamo che suo padre era un tombarolo, sappiamo che ha venduto pezzi pregiati sottobanco, che ha avuto un alterco pesante con Tony Barento alla fine dell’estate e che fa spogliarelli in un locale gestito da pregiudicati».
«È vero, ci sono finita grazie ai lunghi tentacoli di Tony. Mi sta rovinando la vita da vent’anni pur di non pagarmi ma non ho eseguito il furto, né l’ho commissionato».
«Dov’era lei questa notte».
«È stato questa notte? Terminato lo… spettacolo, sono andata a dormire e non ero sola. Purtroppo ho dovuto lavorare ancora, se capite cosa intendo, per Marcello Bonomi». Mostrai l’occhio tumefatto e vidi il guizzo negli occhi. «Ma questo è un pezzo che non hanno rubato?».
«Abbiamo fermato due uomini con la sacca piena. La signora Barento sostiene che sono copie e se fossero di bronzo, ce li ha messi lei».
Che bastarda… gli oggetti in bronzo lasciano tracce dove sostano, un chimico può trovare polveri microscopiche anche dopo anni». I due si guardarono e uno uscì di corsa.
«E come se lo spiega che i ladri hanno trovato solo copie». Chiese l’altro dopo aver preso appunti.
«Un investitore attento mette sempre al sicuro i suoi oggetti. A Roma c’era un vero artista delle casseforti era soprannominato ‘Menestrello’». Sorrisi pavida «Il padre di Giuliana». Lo lasciai di stucco.

Parcheggiai al vicolo della luce che poi era la zona più buia del Testaccio. Presi la torcia da sotto il copione di Aldo che avevo riempito di scritte e aprì il baule. “Un infame e un debosciato allo stesso tavolo” aveva detto. La sacca rossa stava lì, bella piena, le sette statuine votive in bronzo erano meravigliose. Stavo quasi per tradirmi quel pomeriggio, quando il poliziotto me ne aveva mostrata una. Avevo visualizzato la scena per settimane, per essere certa di non tradirmi, ma dopo vent’anni mi era apparsa più bella che mai. Tony ne aveva avuto la massima cura e ora toccava a me.
Avevo fatto tardi. Vasco si era raccomandato di sparire prima ma c’era voluto più tempo del previsto per rubare tutti i pezzi dal deposito. Facendomi luce per scendere gli scalini fino al seminterrato, mi accorsi che le chiavi di Giuliana erano attaccate, Nico doveva essere lì. Le tolsi senza fare rumore e le misi in tasca. Quello stronzo non so perché, se l’era tenute. Dovevo inventarmi qualcosa.
Aprì piano e trovai Giuliana distesa, con gli occhi spalancati e metà faccia spappolata. Un fremito mi invase dallo stomaco alle gambe e poi alla testa. I piedi iniziarono a formicolarmi e mi mossi lenta, superando le colonne interminabili. Sentivo rovistare e vidi un bestione davanti al vecchio armadio, con le mani nella merce rubata dal suo capo. Doveva averlo sorpreso e stupida com’era, non aveva fatto bene i conti. Sentii il cuore battermi in gola, la voce in testa gridare “scappa” e quando finalmente trovai il coraggio di muovermi era troppo tardi.

Michela Santini

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