Intervista a tutto campo al poeta e scrittore Ivano Mugnaini, a cura di Pier Carlo Lava

Alessandria today è lieta di pubblicare in esclusiva per il blog, un intervista al poeta e scrittore Ivano Mugnaini.

Ivano ciao e benvenuto su Alessandria Today è veramente un piacere ospitarti. Ci vuoi raccontare dove sei nato, chi sei, cosa fai nella vita oltre a scrivere e qualcosa della città dove vivi?

Grazie a voi per l’ospitalità.

Sono nato a Viareggio, all’ospedale Tabarracci, a poco più di cento metri dal mare.

Ma ho sempre vissuto in collina, a dieci chilometri da Viareggio. In un luogo dove abbiamo tanti ulivi, un bellissimo panorama e tanta fantasia. I monumenti che non abbiamo ce li immaginiamo.

Per motivi di studio e di lavoro ho vissuto a lungo a Pisa e a Lucca, le mie due città di adozione. Molto diverse tra loro, divise da una storica rivalità, ma entrambe, ciascuna a suo modo, coinvolgenti. Aspre, non facili, distanti nel profondo dalle immagini di copertina, quelle delle piazze più famose, delle Torri e delle Mura. Da scoprire passo dopo passo.

Oltre a scrivere, scrivo. In parte è una battuta, in parte no. Collaboro con alcuni editori e mi occupo di traduzioni, editing, recensioni, presentazioni di libri e di autori e altro. Esploro vari ambiti dell’editoria e non solo. E sono aperto a tutte le collaborazioni. A tutto ciò che ruota attorno al mondo della parola e della comunicazione.

Quando hai iniziato a scrivere e cosa ti ha spinto a farlo?

Anche qui potrei cavarmela con una battuta, che, forse anche in questo caso, battuta non è. Almeno non del tutto. Mi ha spinto la follia. Scrivere è un azzardo, una scommessa, specialmente in un paese come il nostro in cui il lettore sembra essere sempre di più un animale in via di estinzione.

Ho iniziato a scrivere piuttosto giovane perché mi piaceva e perché mi consentiva di dire, con e senza metafore, quello che in altri modi non avrei saputo né voluto dire, agli altri a me stesso.

Scrivere è una fatica e un piacere allo stesso tempo. Consente di parlare a se stessi e a una folla. La frase non è mia ma la rubo volentieri. Consente di parlare soprattutto ad alcune persone affini, a chi è sulla stessa lunghezza d’onda. E anche a chi segue altri elettromagnetismi. Ma è capace di ascolto.

Ci vuoi parlare dei libri di poesie e racconti che hai scritto?

Da alcuni anni scrivo sia narrativa che poesia. Anche se per molti anni ho pubblicato soprattutto narrativa. Proprio quest’anno sono tornato alla poesia con il libro La creta indocile, edito da Oèdipus. Ho scritto romanzi, Limbo minore, Il miele dei servi e Il sangue dei sogni, libri di racconti, La casa gialla e L’algebra della vita e alcune raccolte di poesie. Oltre a quella recente che ho già citato, ricordo Controtempo, Il tempo salvato e Inadeguato all’eterno.

Credo che già i titoli possano dare un’idea dell’approccio e forse anche delle tematiche.

Il primo libro è come il primo amore non si scorda mai, ci puoi raccontare quali difficoltà hai incontrato per pubblicarlo e quale è stato il tuo primo pensiero dopo averlo pubblicato?

Sì, ricordo il momento della pubblicazione, alcuni anni fa. Mi telefonò un editore di domenica mattina, giornata in cui al massimo ti aspetti il suono del campanello per la consegna di riviste che ti avvisano dell’imminente fine del mondo. Avevo inviato il manoscritto a vari editori. L’autore della telefonata avevo colto sintonie che gli altri non avevano percepito. È normale. La sensazione durante e dopo la pubblicazione fu la consapevolezza che quelle parole non erano più mie. Erano affidate anche allo sguardo e alla “riscrittura” di chiunque le avesse incrociate sul suo cammino. Una sensazione complessa. Ma alla fine sempre arricchente. Qualunque sia l’interazione, il confronto, la ricezione.

Dalla tua biografia apprendiamo che sei anche editor freelance, ce ne vuoi parlare?

Sì, alcune autrici e autori mi affidano i loro manoscritti.

Li leggo e propongo modifiche, integrazioni, limature.

Sempre con il rispetto e l’affetto per ogni testo che leggo. Non è retorica. Essendo anch’io autore so quanto si investe emotivamente in quello che si scrive.

Quindi, se è possibile, ed è possibile praticamente sempre, evito gli stravolgimenti assoluti.

Cerco di conservare lo spirito originale del testo, la sua natura, la sua individualità.

Lo rendo più accattivante. Per il mio gusto. Vicino a ciò che amo leggere, sempre nel rispetto di chi scrive e del suo lavoro.

Accetto manoscritti di ogni genere, o quasi. Mi riservo di evitare solo alcuni eccessi. Troppo estremi anche per chi come me ama la libera creatività. Per il resto, ogni genere e ogni tematica sono bene accolti.

Collabori con alcune case editrici come redattore e curatore di note critiche, recensioni e schede riguardanti libri e volumi antologici, ce ne vuoi parlare?

Contribuisco alla nascita di alcuni libri, con l’editing di cui si è detto, ma anche mettendo in contatto gli autori con gli editori. In alcuni casi scrivo la prefazione, oppure una recensione, che poi contribuisco a far girare in rete anche con il mio sito www.ivanomugnaini.it e il blog www.ivanomugnainidedalus.wordpress.com e tramite portali con cui collaboro.

Ho contributo anche alla nascita di alcune antologie, alcune legate a premi che ho organizzato, in particolare “La vita in prosa” e “Elogio alla follia” il cui volume antologico uscirà nei prossimi mesi.

Scrivi per alcune riviste, sia cartacee che on line, ce ne vuoi parlare?

Da alcuni anni collaboro ad esempio con la rivista “Gradiva”, storica come fondazione ma vivissima e attiva sia in Italia che oltreoceano. Faccio parte degli “editorial associates” assieme a vari amici e autori che stimo. Mi trovo e mi sono trovato bene anche con altre riviste cartacee “Nuova Prosa”, “Il Grandevetro”, “Italian Poetry Review”,  “L’ Immaginazione”. Tra le riviste on line mi vengono in mente ad esempio  “Poetarum Silva”, “Doppiozero”, “Zest – Letteratura Sostenibile”, “Carteggi Letterari” e tante altre (molte al momento le dimentico) che mi ospitano saltuariamente o in modo continuativo e con cui collaboro volentieri.

Oltre al tuo sito curi anche il blog letterario Dedalus, ce ne vuoi parlare?

Nato “la dodicesima notte”, per dirla in termini shakespeariani, ossia il 6 gennaio del 2008, il sito Dedalus è stato concepito con l’idea di dare rilievo soprattutto al testo, limitando al massimo l’inserimento di immagini, tranne in quei casi in cui la presenza dell’apparato iconografico non fosse utile per completare i lavori  proposti. Nella stragrande maggioranza dei casi il sito ha pubblicato, con sobrietà spartana, esclusivamente poesie o brani di prosa preceduti da un mio commento. Ritenevo che tale scelta, controcorrente rispetto a decine di siti coloratissimi e rutilanti, avrebbe limitato l’ambito dei lettori-visitatori riducendolo ad una manciata di timidi adepti, semiclandestini, contraddistinti da nomi in codice per non farsi riconoscere. Con mia sorpresa, mi accorsi di essermi sbagliato: il sito riceveva un buon numero di visite giornaliere, e, soprattutto generava dialoghi, commenti, e, quello che più conta, letture. Letture dei post del sito, che, in molti casi, diventavano letture di libri veri e propri, cercati con tenacia nelle librerie e sulle bancarelle, trovati, assaporati con voracità, commentati di nuovo assieme agli altri.

Un sito vecchiotto, stagionato. Ma continua a presentare voci nuove e voci molto collaudate e a destare interesse.

Hai partecipato con testi e saggi alle serate organizzate dalla rivista “La Clessidra” di Alessandria, ce ne vuoi parlare?

Ho un buon ricordo della provincia di Alessandria e in particolare di Novi Ligure. Sono stato ospite varie volte della rivista “La Clessidra” e degli amici Mauro Ferrari e Gianni Caccia. L’amicizia è nata anni fa tramite una loro lettura critica di alcuni racconti che avevo inviato loro per la rivista. Gli sono piaciuti ma mi hanno anche espresso esitazioni, dubbi, aspetti di cui non erano del tutto convinti. Avrei potuto archiviare il discorso e il dialogo e invece per fortuna ho apprezzato la loro lettura attenta, non approssimativa. Ne è nata una bella amicizia e una collaborazione che ancora oggi durano e di cui sono contento.

Diversi tuoi lavori sono stati premiati o segnalati in concorsi letterari, ce ne vuoi parlare?

Oggi partecipo pochissimo ai concorsi. Salvo qualche eccezione. Un tempo però inviavo abbastanza spesso sia poesie che racconti. Anche per “collaudarli”, diciamo così. Era divertente vedere come uno stesso testo, senza neppure una virgola modificata, in un concorso andasse benissimo e in un altro non venisse neppure considerato. Credo sia in parte normale: ogni giuria ha un’impostazione e un “gusto” specifici. Il valore del testo resta intatto. In caso di risposta positiva e anche di risposta negativa. Però è comunque bello vedere che ciò che si è scritto in alcune occasioni viene accolto, in modo anonimo, senza alcuna pressione, senza pregiudizi, nei casi in cui tutto è trasparente. E spesso ai concorsi si fanno begli incontri. Con scrittori e poeti, e anche lettori, che magari si conoscevano solo di nome e che ti ritrovi a fianco in carne e ossa. Anche in questo caso ho buoni ricordi e amicizie che ancora sono vive e vegete.

Infine collabori pubblicando articoli e curando la rubrica “Viaggi al Centro dell’Autore” con magazine culturali e di critica cinematografica, blog e periodici, ce ne vuoi parlare?

L’idea è nata grazie alla collaborazione di un’autrice che mi ha suggerito l’idea di parlare di alcuni grandi poeti e scrittori partendo dalla descrizione dei loro luoghi di nascita, di residenza e di elezione.

La prima Sezione, “Voli e sorvoli”, contiene esplorazioni, esercizi di lettura e rilettura, brevi ma appassionate escursioni informali. Indaga sul rapporto tra alcuni scrittori e poeti del Novecento e i loro luoghi, le città e i borghi in cui hanno vissuto e lottato per il diritto di esistere e resistere, per la necessità, il fardello e il privilegio dell’espressione.

La seconda Sezione, “Impressioni d’autore”, contiene scritti più brevi, annotazioni su un diario immaginario, tra riflessione e ironia. Schizzi, tratteggi e pennellate sull’universo di alcuni tra i più significativi scrittori di varie epoche, stili e mondi: da Aristofane a Sartre.  In questi mini-saggi l’occhio si fa giocoso, ma di un gioco serio: il confronto tra miserie e grandezze di ogni tempo, in un intersecarsi di punti di vista, riflessi e rifrazioni, tra ieri e oggi, tra ieri e sempre.

Ho parlato tra gli altri di Giacomo Leopardi, Luigi Pirandello, Anna Maria Ortese, Pier Paolo Pasolini, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Elsa Morante, Alberto Moravia, Primo Levi, Italo Calvino, Ennio Flaiano, Goliarda Sapienza, Antonio Tabucchi, Aristofane, Samuel Beckett, Bertolt Brecht, Georg Büchner, Pedro Calderon de la Barca, Anton Cechov, William Congreve , Euripide, Dario Fo, Jean Genet, Jean Giraudoux, Carlo Goldoni, Eugene Ionesco, Molière, John Osborne.

Spero possa nascerne un libro.

A tuo avviso che differenza c’è tra un poeta e uno scrittore, se ce ne sono?

Ci sono molte differenze a livello tecnico, formale, espressivo, chiaramente.

Ma lo strumento è lo stesso, la parola.

E identico è l’intento: tentare di dare emozioni. E anche di indagare insieme a chi legge sul senso di questo strampalato e fascinoso viaggio chiamato vita. Sempre ponendo domande. E raccontando, raccontandoci. Senza mai pretendere di possedere né di poter fornire risposte assolute o panacee.

Solitamente quali canali usi per pubblicizzare i tuoi libri?

Oggi il web aiuta molto. È un mezzo che può arrivare ovunque, potenzialmente. Non basta, certo, va integrato con presentazioni di persona, in circoli, librerie, piazze, paesi e città: viaggi in cui si vedono luoghi e si incontrano gli occhi reali della gente. Si vedono quelle emozioni e quelle essenziali interazioni di cui abbiamo parlato.

C’è poi anche l’antico e preziosissimo strumento del passaparola: il più sincero degli apprezzamenti. Quello non condizionato e autentico. Un amico consiglia il tuo libro ad un altro come se gli volesse fare un dono.

Cosa consiglieresti a chi vuole iniziare a scrivere?

Di non farlo.

Anche questa sembra una battuta, ma lo è solo in parte.

Ricordo di aver letto tempo fa la risposta che Byron diede alla giovane e adorata nipote che gli chiedeva: “Zio, cosa mi consigli di fare nella vita?”.

“Tutto, tranne che il poeta”, rispose Byron.

Beh, c’è del vero. Ma è vero anche che Byron il poeta lo faceva, anzi lo era. E allora la risposta va articolata. Evitare di scrivere a meno che non si senta dentro quel piacere e quella pena, quella pena e quel piacere che lo scrivere dona. Scrivere, non per mettersi in vetrina, ma perché è un modo per estendere il proprio mondo, non solo delle espressioni ma anche delle percezioni. Scrivere per raccontarsi, sapendo che la propria vicenda vale solamente per noi, eppure, in fondo, ciascuno può trovarci dentro qualcosa di suo, nel bene e nel male, nel dolore e nella ricerca del piacere e della bellezza.

Il “consiglio” (tra mille virgolette) è ascoltare tutti. Senza pretendere di avere scritto parole incise nella roccia eterna. Ascoltare tutti, con rispetto, con attenzione, poi seguire il proprio istinto, la propria inclinazione, la propria musica interiore.

Un consiglio senza virgolette forse c’è: leggere. Di tutto. Anche quello che ci sembra lontano da noi. Poi alla fine torna, per analogia e per contrasto. Farà da controcanto costante.

Secondo te nell’epoca in cui viviamo cosa pensano le persone dei poeti, degli scrittori e della cultura?

L’impressione è che predominino idee contrastanti: da un lato chi scrive è visto come un privilegiato, un punto di riferimento, un guru, o giù di lì.

Dall’altro è considerato uno (mezzo) matto, un originale, un perdigiorno, uno strano ma furbo che ha trovato il modo di non lavorare e non fare un emerito… nulla. Uno che scrive cose che non servono a niente e che non hanno neppure un senso.

Ebbene, credo che ci sia del vero, ma che non tutto sia esattamente così.

Chi scrive è spesso un artigiano, usa la parola, suda per arrivare alla giusta misura, al giusto incastro, come un sarto, come un falegname. Ha anche il dono e il fardello di avere come materia prima le idee e le sensazioni. Roba impalpabile. Eppure essenziale. Senza scomodare la parola cultura, chi scrive offre a chi la vuole la propria vita resa parola. Non solo le belle cose esteticamente perfette. Anche le ferite, le cicatrici. Sue e del tempo che vive. Ha l’onore e l’onere, come si suol dire, di mettere se stesso in quello che scrive. Non per narcisismo, ma per parlare di qualcosa che va oltre la parola, i libri, le copertine patinate, le foto e i selfie.

Qual’è la tua opinione sulla politica italiana, relativamente alla gestione della cultura e dei beni patrimoniali del nostro paese?

Il nostro paese è particolare: non ammette vie di mezzo. O siamo eccellenti o siamo scadenti. Ferrari e Duna, ricercatori che il mondo ci invidia e portantine rese letti stabili nei corridoi degli ospedali. Si potrebbero fare centinaia di esempi. Ognuno aggiunga quelli che gli vengono in mente. Spesso da noi le eccellenze devono farsi strada da soli, con immensa tenacia. Le carenze invece le coltiviamo, spesso con inazione, menefreghismo o cecità mentale.

L’Italia potrebbe vivere di cultura.

Non si tratta di uno slogan o di demagogia. Ogni italiano lo sa, e lo sanno anche gli stranieri, quelli che vengono da noi e ci guardano sorpresi e divertiti. Tanto poi tornano ad Amburgo o a Stoccolma con le foto ricordo.

Ci sono realtà ottime, circoli, associazioni, gruppi di volontari che fanno cose mirabili, in numerosi luoghi della Penisola. Ma lo fanno non grazie allo Stato. Lo fanno nonostante. A dispetto della burocrazia, di mille paletti assurdi ed estenuanti.

Il sogno, al momento del tutto irreale, è un cambio di mentalità: un apparato statale che comprenda che investire sulla cultura non è un spreco, non è giocare con i pesciolini del Luna Park. È fare reddito, e magari migliorare anche il nostro di vivere, di stare gli uni con altri.

Stai già scrivendo il tuo prossimo libro e nel caso ce ne vuoi parlare?

Ho vari racconti inediti. Continuo a scriverne. Anche se mi hanno detto chiaramente che in Italia i racconti “non sono commerciabili”. Ma a me piace scriverne. E spero magari un giorno di incrociare un editore “mosca bianca”.

Ho anche in cantiere un romanzo, ispirato ad un fatto di cronaca che ritengo metafora dei tempi.

E, per non farmi mancare niente, ho anche in progetto altre due raccolte di poesie. Dal tema opposto, ossimorico. Come la vita.

Progetti per il futuro e sogni nel cassetto?

Avere un cassetto.

Scherzi a parte, il “progetto” è quello di continuare a scrivere e a leggere, testi miei e di chi vorrà farmi leggere i suoi lavori, i suoi pensieri, i suoi sogni e le sue realtà.

Sperando sempre di incontrare chi è in sintonia, chi riceve e chi contribuisce alla completezza del messaggio