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Lasciato Vasco al vicolo della Cisterna, dovevo sfruttare il fattore tempo. L’appuntamento con il museo era già fissato da settimane perché avevo pianificato tutto. Tony quel giorno era solita liberare il personale dovendo partire per le vacanze natalizie negli Stati Uniti e mentre lei era in casa a curare i suoi segretissimi affari, io andavo in scena facendomi prelevare da un taxi davanti casa sua e facendomi scaricare davanti casa sua.

Stanca, sfinita ed emotivamente provata, ero piombata sul mio letto dopo aver chiuso e staccato tutto. Avevo bisogno di dormire e crollai in un sonno profondissimo in cui apparivano di tanto in tanto immagini oniriche apocalittiche, distopiche e noir. Al mio risveglio tre giorni dopo avevo velocemente colorato i miei capelli seguendo il consiglio di Ludo. Ero tornata mora come vent’anni prima e non dovevo fare altro che attendere, immaginando quali potessero essere le reazioni di Tony alla scoperta di quella cifra sul conto, e sarebbe stato solo l’inizio. Cosa avrebbe pensato, sentendosi raccontare dal direttore del museo che era stata lì, che aveva venduto le sue sculture etrusche, che aveva fatto pure le foto? Ero certa che avrebbe preteso di vederle. Chissà, se vedendo la sua immagine, la sua stessa aria sofisticata, le sue stesse maniere snob, si sarebbe sentita scimmiottata? E la riproduzione della sua firma? Non c’era che dire. Avevo eseguito un capolavoro e l’esaltazione che provavo per quella esperienza mi aveva resa più audace.

Senza dimenticare lo spettacolo di Costante del giovedì sera, mi ero proposta a tutte le audizioni di Milano, trascurando Roma. Sui giornali i titoli riguardanti la sparatoria attiravano l’attenzione di tutti. Secondo i mass media non era sopravvissuto nessuno e speravo fosse solo una tecnica per proteggere l’identità di Vasco ma temevo per lui. Ne sentivo la mancanza e soprattutto avevo capito di essermene innamorata.

Tempo un mese la mia nuova carriera teatrale stava decollando, a Milano e non a Roma. Ero sulle locandine, firmavo contratti per musical e commedie ed ero richiesta all’estero, soprattutto Germania ma anche Francia. Una mattina di marzo ero all’agenzia delle entrate quando sugli scalini vidi Sandro e Tony salire nella direzione opposta alla mia. Cercai un posto dove nascondermi ma in un attimo mi furono davanti. Mi schivarono entrambi chiedendomi scusa per il disturbo. Incredula, rimasi immobile. Non mi avevano riconosciuto. Una volta a casa firmai la liberatoria per l’affitto, salutai il padrone di casa e aprì la porta in attesa dell’arrivo del taxi. Vasco era davanti al portone. Vivo e vegeto, selvaggio e indomabile. Più bello che mai.

«Ho chiesto il trasferimento. Vengo dove vai tu».

Michela Santini

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