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Brexit: la caduta dell’ex Impero Britannico, di Giorgio Penzo

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Il Regno Unito ha confermato la sua volontà di abbandonare la Comunità Europea in favore di un isolazionismo molto datato.
Questa volta il classico pragmatismo anglosassone si è spinto troppo oltre.
Ha voluto fare dei programmi a corto-cortissimo termine, senza vedere un futuro prossimo o remoto.
In realtà, l’Impero Britannico è nato da una valutazione molto precisa ed egoistica del rapporto fra vantaggi e svantaggi in una diacronia che data dal Regno di Elisabetta I.
Diciamolo francamente: gli è andata sempre molto bene ed hanno potuto sviluppare un modello di imperialismo, che Rudyard Kipling descriveva come “Il Fardello dell’Uomo Bianco”, intendendo per bianco quello per eccellenza, cioè l’Anglosassone.
La formazione dell’imperialismo britannico è stata crudele, durissima e ha tenuto poco conto dei sudditi a cui imponeva la propria legge.
Visto che ho viaggiato in tutti gli ex Dominions del vecchio Impero, direi che oggi solo Hong Kong rimpiange quel vecchio sistema di amministrazione.
D’altronde, questa “way of ruling” ha operato benissimo (a favore degli Anglosassoni) per molti secoli.
Ha smesso di funzionare quando il vecchio Churchill si accorse, dopo il meeting di Teheran, che i due grandi, Stati Uniti ed Unione Sovietica, Roosevelt e Stalin, si accordavano senza badar troppo alle richieste britanniche.
Più tardi, negli anni ’60, un grande europeo, Charles De Gaulle, ingiustamente non ritenuto tale, mise il veto all’entrata del Regno Unito nella Comunità Europea, poiché riteneva, giustamente, che avrebbe introdotto nel motore di questo Continente, a trazione Franco-Tedesca, degli elementi di disgregazione e sarebbe stato un “cavallo di Troia” per conto degli Stati Uniti.
Acuto e preveggente come al solito, il vecchio Generale.
Per quaranta anni il Regno Unito ha agito da freno per tutte le iniziative europee: in particolare la Thatcher è stata una remora ed una palla al piede.
Come al solito, i Britannici volevano solo i vantaggi dall’Europa, scaricando gli svantaggi sul Continente.
Adesso se ne vanno, veleggiando in quello che essi ritengono il Mare Nostrum, cioè l’Atlantico, ma vanno verso dove?
Nell’immaginario collettivo, il Regno Unito era come una solida portaerei in grado di portare libertà e democrazia dove si fosse aggregata.
Ma non è più così, e da molti decenni.
Un’economia non molto competitiva, un’industria tutto sommato attempata, che non può basarsi solo sui prototipi dell’Aston Martin o della Lotus, ed un Nord agricolo-vetero industriale, che non serve a molto.
Solo Londra rappresentava un modello importante, in quanto vera capitale finanziaria e, per certi versi, culturale dell’Europa.
Ma ora non sarà più così.
A metà strada fra Stati Uniti ed Europa continentale, il Regno Unito appare per quello che è in realtà, una piccola isoletta.
Il vecchio Impero si è disgregato, il Canada guarda sempre di più verso il potente vicino statunitense, l’Australia guarda e guarderà la Cina come partner commerciale e non solo, l’India, sfruttata e bastonata nell’800, se ne andrà per la sua strada, e non basteranno le ridicole riunioni di una piccola Regina, fotografata assieme a molti capi di Stato, sempre più insofferenti, a darle un’ancora di salvezza.
Dove è la gloria di Horatio Nelson e della sua nave ammiraglia Victory?
Quest’isola assomiglia sempre di più ad un Titanic, che si scontra contro un iceberg composto da grande ignoranza a livello popolare, la solita supponenza, che conosciamo, tipica dei sudditi inglesi e da una visione del mondo frutto di un passato coloniale ed imperialistico, ahimè per loro, morto e sepolto.
Così il paese, vaso di coccio fra veri vasi di ferro, vede i suoi sogni infranti; abituato ai clamorosi successi del passato, oggi si scontra con la dura realtà di un Presente, per il quale conta poco o nulla.
La Brexit è stata un grande errore e il paese ne pagherà le conseguenze nei prossimi decenni.

Giorgio Penzo