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L’ANAFFETTIVO, di Vittoriano Borrelli

Mi ami ma non sento alcun brivido sulla mia pelle. Anche se le funzioni organiche reagiscono perfettamente agli stimoli provocati dal movimento delle tue mani, niente si muove dentro di me. Potresti girarmi e rigirarmi come una trottola, stringermi fino a farmi mancare il respiro, provare a strapparmi il cuore come si fa con i lupi mannari. Sarebbe tutto inutile.

Non riusciresti a scombussolare quello che si nasconde sotto il manto epidermico perché ogni cosa al suo interno rimane intatta e refrattaria a qualsiasi impulso esterno. Come un bunker costruito apposta per difendersi dai bombardamenti o per parare i colpi lanciati da nemici che cercano di scardinare, senza riuscirci, la porta che conduce ai meandri della mia anima.

Da quando sono diventato così? Non ricordo esattamente il giorno, l’ora, il momento in cui ho smesso di emozionarmi. Probabilmente l’ho fatto da sempre che non ci faccio più caso. Sarò nato così, senza capo né coda, come un’oloturia che sguizza nel fondo marino avanzando o tornando indietro senza alcun orientamento.

O forse è stato per uno sguardo, quando i miei occhi hanno incrociato altri occhi che non avrei mai voluto incontrare. Un ricordo che avrò dimenticato o rimosso dalla mia mente che a volte dubito di averlo vissuto veramente. Come una violenza subita che si cerca di debellare pensando che sia capitata a qualcun altro.

Così mi vedi piangere o ridere ma dentro di me è come se non fosse successo niente. So che per te è un dramma, una sofferenza che patisci ogni giorno per farmi diventare una persona diversa, modellata secondo il tuo volere. Come la plastichina che i bambini usano per mettere su un bel pupazzo, buffo e sorridente ma inanimato. Così io, che non do segni di vita dentro di me. E il guaio è che non riesco a rammaricarmene.

“Io ce la farò a cambiarti.”

Quando mi hai detto queste parole ho creduto per un momento che ci saresti riuscita veramente. Mi sei venuta sopra e hai iniziato ad operare con la perizia di un chirurgo. Le mani sono scivolate su tutto il corpo come una piuma leggera che si posa delicatamente sulle ferite. Poi hai stretto forte la mia testa e mi hai detto:

“Vorrei tanto entrare nella tua testolina per vedere cosa c’è.”

Ho ricordato Zeus dalla cui testa nacque Atena, la sua figlia prediletta, e ho pensato che sarebbe stato bello rinascere ed essere una persona nuova. Ti sei spogliata e mi hai mostrato la tua sottana rossa. Ho avuto un sussulto e ho gridato respingendoti come se avessi visto un fantasma.

Mi sono alzato a sedere e ho visto quello che per lunghi anni avevo seppellito nella mia memoria: gli occhi di mio padre che sono apparsi dopo che mia madre, di spalle e avvolta nel suo scialle rosso, cascava  a terra senza vita.

Sono andato di corsa alla finestra, l’ho aperta e mi sono proteso in avanti. Ho sentito la pioggia battere sulla mia testa incessante e impetuosa.

Ho levato gli occhi al cielo e sono stato rapito dalla luce di un bellissimo arcobaleno.

L’ANAFFETTIVO

Racconto breve

di

Vittoriano Borrelli

(Ogni riferimento alla realtà è puramente casuale)

https://vittorianoborrelli.blogspot.com