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[ Lavoro dell’artista Sabina Comizzi – Pesaro ]

Quando pensi di non aver capito niente, in realtà, hai capito tutto.
Scansi solo la risposta, perché fa male, la lasci in sospeso per un po’, fino a quando la tua mente è pronta a recepire e ad accettare.
Non sempre le parole che si dicono (e che rendono detestabili) sono vere: a volte, le pronuncia proprio chi non riesce neppure a farsi amare, le dice in automatico chi è perdente per definizione. Quindi non me la prendo sul personale, anzi, mi sento onorata. Sì, è un onore compararsi a cotanta tracotanza.
Cosa urta di più chi non si sa esprimere emotivamente?
Che la persona con cui si pavoneggia possa ferirlo?
Oppure teme che la persona, alla quale ha fatto tanto male inutilmente, ha ancora il coraggio di credere nel resto del mondo, tranne che nelle sue ciarle insensate?
La seconda, e lo urta moltissimo, perché sa di non poterla meritare per l’ennesima volta.

Allora è necessario un capro espiatorio per sentirsi meno in colpa.
Un mio grosso dubbio riguarda costoro: dal mio piccolo punto di vista non si sentono affatto colpevoli né perdenti, anzi, sono abilissimi a raccontarsi di essere brava gente.
Il cattivo è sempre colui sul quale viene proiettata la loro personalissima inadeguatezza.

Tutto quanto ci rende persone serene diviene una proiezione positiva sugli altri, esattamente come ciò che ci rende fallaci e perdenti diventa una proiezione negativa. Così ha origine il gioco più antico del mondo: il lancio della melma su chi, per tutta risposta, è talmente impermeabile da lasciarsela scivolare via di dosso. La faccenda ha un ché di pericoloso: più critiche fasulle e ingiustificate fanno, più si auto accusano agli occhi di chi riesce a comprendere tutto serenamente. Basta poco. Pochissimo.
Ingratitudine, omissioni, mancanze di rispetto, di sincerità e – al contempo – vittimismi vari li rendono l’immagine di un sé distorto e disconnesso. Anche irresponsabile.

Quindi, per me, gli auguri li faccio a tutti: a chi mi ha offesa e si è guadagnato il mio totale distacco anche no ma, a chi mi vuole bene, a chi conosce e pratica il rispetto, li faccio ancora più di cuore che mai.
Io sono sempre la stessa e sono uguale tutti i giorni, non solo per le festività. La mia parola ha valore, non è fasulla, è intellettualmente onesta: chi mi conosce sa che le feste sono solo l’occasione di dedicare più tempo ai miei affetti. Non rappresento certo la pantomima ipocrita di chi, col Natale, diventa più buono. Per finta. Resto quella di sempre invitando gli altri a fronteggiare in ogni occasione le proprie responsabilità, poiché nulla si può nascondere sotto la coltre candida della neve: la primavera arriverebbe a scioglierla e, qualsivoglia sassaiola, si scoprirebbe.
Nonostante me che, francamente, non ho mai avuto timore di esporre la mia idea sapendo chiedere scusa qualora avessi commesso errori.

Dovreste avere un calendario differente, voi che avete usato e osato proferire parole dense di livore. Vi spetterebbero almeno tre o quattro giorni di Natale ogni anno, dato che, come gli infanti da spot pubblicitario, a Natale sembrate tutti più buoni.
Di mio vi regalo anche ferragosto: basterebbe solo restaste distanti, là dove ho deciso lucidamente di collocarvi.
Questo è un anno che concludo più serenamente rispetto allo scorso: non mi mancano coloro dai quali mi sono allontanata e sono gioiosa grazie alle persone che, casualmente (ma il caso non esiste) mi si sono avvicinate inaspettatamente.
A queste auguro tanta, tanta gioia perché sono un privilegio vero e raro.


 

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