Il paese

Il paese del socialismo surreale, di Marco Ciani

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Alcuni giorni fa il Ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, ha dichiarato «La logica di mercato e l’intervento dello Stato possono coesistere perfettamente, proprio perché esistono i fallimenti di mercato nei quali lo Stato non solo può, ma deve intervenire».

Posta in questi termini, la dichiarazione parrebbe scontare due presupposti: il primo, che in Italia la mano visibile pubblica non sia presente in modo sufficiente; il secondo, che problemi come Ilva, Alitalia, Popolare di Bari, per citare gli ultimi casi eclatanti di cronaca economica, dipendano da difetti – leggasi fallimenti – del mercato e non del regolatore – leggasi lo Stato.

In merito al primo punto, bisognerebbe valutare alcuni dati. Innanzitutto la pressione fiscale. In Italia nel 2018 era attestata al 42,1%, contro la media Ocse del 34,3%. Il che ci rendeva il 7° paese per tassazione. La CGIA di Mestre ha però calcolato che la pressione fiscale reale dei contribuenti italiani, cioè di coloro che non evadono e che versano fino all’ultimo centesimo è stata del 48%. In parole povere, ogni due euro prodotti, uno viene conferito allo Stato.

Se poi restringiamo il campo alle imprese, scopriamo che va in tasse il 59% dei loro profitti. A fronte di una media globale 2018 pari al 40,5 ed europea del 38,9%, secondo il rapporto Paying Taxes 2020 realizzato dalla Banca Mondiale e da PWC. Dunque, con riferimento alle sole aziende, possiamo dire che per ogni cinque euro prodotti, tre vanno a rimpinguare le casse pubbliche.

Passiamo oltre. Lo Stato possiede partecipazioni di maggioranza o di controllo in molte tra le più importanti società italiane: le prime due per capitalizzazione di borsa, cioè ENEL ed ENI. E poi STMicroelectronics, Monte dei Paschi di Siena, Leonardo, Poste Italiane, Cassa Depositi e Prestiti, Ferrovie dello Stato, RAI e molte altre.

Bisognerebbe aggiungere le società formalmente non statali ma i cui consigli di amministrazione sono per buona parte nominati dalla politica, come è ad esempio il caso delle fondazioni bancarie, che ancora oggi esprimono i vertici dei maggiori istituti di credito italiani: Intesa Sanpaolo e Unicredit in primis.

E infine, la selva delle municipalizzate, il cui computo è difficile da realizzare, ma che rappresentano, per dirla in stile gergale, tanta roba.

Venendo invece al punto secondo, ovvero il presunto fallimento del mercato, secondo la definizione corrente questo si realizza quando il mercato non è in grado di determinare allocazioni efficienti delle risorse. Per ragioni di sintesi non entreremo nel dettaglio. Basti sapere che la dottrina economica individua quattro ipotesi principali: i beni pubblici puri, le esternalità, i mercati non concorrenziali, l’asimmetria informativa.

Nessuna di queste evenienze si attaglia ai casi citati di Ilva, Alitalia, Popolare di Bari. In altri termini, che un’azienda incapace di competere venga liquidata non rappresenta un fallimento del mercato. Al contrario ne rappresenta il successo. Perché un’economia libera è un sistema di profitti e di perdite dove chi intraprende un’attività sa in partenza che si sta accollando un rischio: il rischio di sbagliare investimento. Dove ciò accada le risorse umane e finanziarie malamente impiegate verranno liberate per usi più produttivi. Ed è tutto perfettamente normale. A meno che il mercato non venga alterato da qualche entità pubblica. O privata, come nel caso delle infiltrazioni mafiose.

Ciò che è successo nei tre casi citati si può invece definire, con buona ragione, un fallimento dello Stato che si rivela quasi sempre incapace di gestire direttamente le aziende profit.

Prendiamo l‘acciaio. Quando l’ILVA era statale e si chiamava Italsider fu un disastro. Nel 1987 perdeva 450 miliardi di lire all’anno. Tornerà in dissesto con la gestione commissariale subentrata dopo il sequestro giudiziario del luglio 2012 alla famiglia Riva. E quanto all’ambiente, già nel 1971 Antonio Cederna scriveva sul Corriere della Sera «Un’impresa industriale a partecipazione statale, con un investimento di quasi 2000 miliardi (sempre di lire NdR), non ha ancora pensato alle elementari opere di difesa contro l’inquinamento e non ha nemmeno piantato un albero a difesa dei poveri abitanti dei quartieri popolari sotto vento».

Passiamo agli aerei. L’Alitalia ha appena l’1,9 per cento della quota di mercato europea. Tutti i grandi player continuano ad avere grandi margini. La nostra compagnia di bandiera ha registrato nel primo semestre una perdita di due milioni di euro al giorno ed è costata finora al contribuente, tra aumenti di capitale, prestiti e cassa integrazione, quasi dieci miliardi in mezzo secolo, dei quali quattro nell’ultimo decennio.

In quanto alla Popolare di Bari, formalmente una banca privata, sconta come quasi tutti gli istituti di credito a carattere cooperativo meccanismi assai opachi di gestione. Ad essere benevoli. Ed una carenza di controlli da parte dei regolatori, in primis Banca d’Italia.

Mi sono limitato a citare gli ultimi casi di cronaca. Ma potrei andare avanti a lungo.

La verità è che viviamo in uno strano paese. Da un lato, una parte molto consistente di politici, giornalisti, analisti economici, intellettuali e sindacalisti fanno a gara nell’attribuire le colpe di qualunque problema, dalla forfora al calo della libido, al neoliberismo. Come se vivessimo nella patria del mercato selvaggio, quando invece siamo soffocati dalla mano pubblica e dai suoi spesso dannosi provvedimenti, promossi sempre più frequentemente da politici e controllori incompetenti o in mala fede, non necessariamente alternativi tra loro.

A costoro vorrei chiedere dove vedono tutto questo neoliberismo imperante. Molti lo tirano fuori sperando di darsi un tono. Ma, a mio modesto parere, le loro inutili invettive hanno il gusto di italico provincialismo, sempre più sganciato dalla realtà.

In secondo luogo, chi invece si preoccupa giustamente delle ricadute dei fenomeni economici sulle classi più disagiate deve fare mente locale ad un aspetto: il welfare è una cosa, l’intervento diretto dello Stato nelle imprese un’altra. Il primo rappresenta un carattere essenziale per un paese civile. Il secondo invece no.

Dopodiché non è proibito ovviamente che lo Stato gestisca aziende. Ma lo deve fare alla pari con gli attori privati, cioè in regime di concorrenza vera, senza privilegi derivanti dall’esercizio di poteri pubblici. E vinca il migliore, senza aiutini o, più spesso, aiutoni.

Terzo e ultimo punto. Abbiamo già avuto esempi nella storia dove lo Stato, direttamente o meno, gestiva tutta l’economia. Erano i paesi comunisti. Dovevano realizzare il paradiso in terra. Invece hanno eliminato la libertà e si sono dimostrati economicamente fallimentari. Strano a dirsi, nessun paese uscito da quel sistema ha poi deciso di farvi ritorno. Forse un motivo ci sarà.

In conclusione.

È cosa molto buona che lo Stato svolga al meglio possibile le attività di regolatore del mercato e provveda a svolgere in proprio tutti quei servizi che necessariamente il privato per ovvie ragioni non può esercitare, come i compiti istituzionali, l’ordine pubblico, la difesa, etc.

È cosa buona e giusta che lo Stato garantisca i servizi di welfare, almeno in via principale, senza escludere la funzione sussidiaria del privato. Si può dimostrare facilmente che attività come la sanità, quando sono svolte dal pubblico, producono risultati assai migliori a costi più bassi. Ciò avviene perché si sposano male, in gran parte dei casi, con la logica del profitto. E questo produce sì fallimenti del mercato.

È invece cosa quasi sempre cattiva che lo Stato svolga funzioni economiche di tipo profit. Si possono fare alcune eccezioni per settori strategici come la difesa, le telecomunicazioni, etc., anche se esiste una certa tendenza a far rientrare nel concetto di “strategico” tutto, fossero anche le aziende di panettoni o preservativi.

Ma un’impresa in concorrenza (e sottolineo “in concorrenza” prima che qualcuno, con riferimento al ponte Morandi, introduca a questo punto il caso di Atlantia che evidentemente è concessionaria per un’attività svolta in regime di monopolio, e non in concorrenza, tra l’altro con evidenti carenze di controlli da parte pubblica oltre ad un colossale deficit di trasparenza nei contratti) sarà quasi sempre meglio gestita da un attore privato.

E ciò per un semplice motivo. Quando un’attività è svolta secondo criteri pubblici anziché di efficienza, finiscono per prevalere le logiche clientelari. Sto parlando di assunzioni, di promozioni, di creazioni di ruoli inutili, di scarsa produttività, etc. Anche se può accadere – ed in effetti avviene – che il privato malversi, vi sono anche casi eclatanti (penso ad esempio alla vicenda Eternit), di solito la gran parte dei privati non lo fa. Al contrario del pubblico che risulta più naturalmente portato a sostituire i fini di una gestione sana e corretta con scopi diciamo “politici”. Che non significa necessariamente illegali. Ma certo non orientati alla buona conduzione come obiettivo principale. 

Oggi in Italia, e non solo in Italia, la gran parte delle persone richiedono però una maggiore, e non minore, presenza della mano pubblica. Tradotto vogliono meno rischi, meno responsabilità. E più assistenzialismo. Anche in economia. Con costi enormi e crescenti per i contribuenti, per le aziende sane, e per le nuove generazioni. Il che ci garantisce un declino certo.

Ecco perché sinistra statalista, destra sovranista e movimenti populisti, pur divisi su molti altri aspetti, sembrano procedere invece concordemente verso un’accentuazione del carattere socialista delle rispettive proposte. Ma vista la fase della storia che stiamo vivendo e la stravaganza con la quale la politica tricolore gestisce normalmente le vicende industriali, l’approdo che ci si prospetta sarà un paese dal socialismo surreale.