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Che farmene delle stelle,
di questo vento leggero che mi accarezza la sera;
che farmene di una finestra spalancata sul mondo,
sull’orizzonte, se tu non ci sei?
Tutto ha una luce diversa se sei qui con me.
Tutto ha senso solo se posso raccontartelo.

Due mesi senza incontrarci.
Un secolo
E nove secondi.

Nudo il tuo corpo,
autentico –
risposta definitiva al niente.
Vieni.

Non scordiamoli mai – disse – i buoni insegnamenti, quelli
dell’arte greca. Sempre l’azzurro di fianco
al quotidiano.

Non avevo da aggiungere
altro verso,
altra parola.
Nel tuo corpo vivevo
tutta la poesia.

Mio blu – dicevi –
mio blu.
Lo sono.
E anche più del cielo.
Ovunque tu sia
io ti circondo.

Neanche stanotte la luna piena.
Ne manca una parte.
Il tuo bacio.
Quando mi posavi la mano
sul ginocchio o sulla spalla,
o sul fianco
cambiava posa il mondo.

Come sei bella.
La tua bellezza mi spaventa.
E ho fame di te. E ho sete di te.
E ti supplico: nasconditi.

Qualsiasi cosa tocchi,
la carta, il tavolo, il bicchiere,
è te che tocco.
Le mie mani
attaccate ai tuoi seni.
Non le controllo le mie mani.
Le mie mani ti ricordano
più profondamente della memoria.

Sei tornata ridendo dal mercato, carica
di pane, frutta e un’infinità di fiori. Sui tuoi capelli, vedo,
ha passato le dita il vento.

Gettasti i lenzuoli
apristi le finestre
ci riempimmo di stelle.
Una farfalla d’oro
sui tuoi capelli.

Eppure chissà
là dove qualcuno resiste senza speranza
è forse là che inizia
la storia umana, come la chiamiamo, e la bellezza dell’uomo.

Voglio descrivere il tuo corpo. Il tuo corpo è infinito. Il tuo corpo
è un tenue petalo di rosa in un bicchiere d’acqua chiara.
Il tuo corpo
un bosco selvaggio con quaranta spaccalegna neri. Il tuo corpo
profonde umide valli prima che sorga il sole.
Il tuo corpo due notti con campanili, stelle filanti e treni deragliati.

No. No.
Non voglio partire.
Trattienimi.
Vicino a te ho paura
– ma pure amo il mio timore.

Ghiannis Ritsos