L’oste uscì dal bancone per chiudere ancora una volta la porta che sbatteva. La tormenta soffiava più forte, quel pomeriggio, avrebbe preferito chiudersi dentro casa, eppure continuava ad alimentare la stufa con la legna ormai umida, che puzzava di muschio e di terra desolata, come quel paese, dimenticato da Dio.

Solo con i suoi demoni, si versò un bicchiere di vino rosso da un fiasco abbandonato sul tavolo, vicino alla finestra. L’angosciante timore di incompiuto lo obbligò a indietreggiare subito, piegandosi sulle ginocchia doloranti per raccogliere un fante di bastoni.
Vent’anni prima il vecchio Felice amava chiudere la serata con una partita a scopa, prima di tornare da sua moglie, che ora rassettava la chiesa dalla mattina alla sera. L’oste avrebbe giurato di trovarla lì anche con un tempo spaventoso come quello, a chiedere scusa di essere ancora viva, mentre tutti gli altri se n’erano andati al creatore in quel giorno demoniaco.

Udì tra i cardini il vento sibilare come un branco di lupi e l’insegna cadere dall’asta con un colpo secco. Di malavoglia uscì tra le raffiche gelate per recuperare la tavola, e tenendola in mano per la prima volta, scoprì che del disegno era rimasto solo un incerto spicchio di luna sul vacuo contorno di una torre merlata.

Si mosse verso l’entrata, ma un disagio improvviso lo spinse fin davanti alla finestra e oltre il vetro vide un’ombra con un crocefisso, che dal tavolo saettava verso l’uscita. La porta si spalancò di colpo e fu travolto da un freddo presentimento e una triste condanna. Nient’altro.

Rapido e risoluto, chiuse la bettola insieme allo stuolo di misere anime perse. Fuori, l’ombra con il crocefisso saettava bisognosa, attorno ai ruderi della torre. Riconobbe il frusciare dell’oscurità, come lingue che scivolavano lungo i vicoli stretti del paese, avvolti da un mantello nero. Si affrettò rassegnato, verso il suo nascondiglio.

Alle sue spalle, dietro al campanile ovattato dalla nebbia, una nuvola di terra vorticò su se stessa, producendo un lamento simile al pianto. L’oste ormai davanti alla porta, esitò un istante di troppo. Dalla chiesa uscì una scheggia di luce che folgorò l’oscurità ricacciandola sotto terra, e la vecchia pazza inginocchiata sugli scalini del sagrato cominciò a pregare ad alta voce «Sia fatta la tua volontà!».
Il vento divenne tormenta, ma la scheggia di luce non vacillò e la pazza con le mani al cielo, si accasciò in un istante.

Con la schiena curva e la testa incassata, l’oste si voltò sconfitto. Era l’ultimo, era solo. Ma il richiamo dell’ombra con il crocefisso lo tormentava e dovette arrendersi al suo volere. Incerto, mosse un piede e una freccia di fuoco apparve nella neve. Affondò gli stivali in un miscuglio di lava fredda fino alle macerie della torre, tra resti confusi e scarni.
Nella terra rimestata trovò le solite vanghe, che ogni mattina chiudeva nella carbonaia e armato di coraggio, raccolse tanta putrefazione quanta riuscì a sollevarne. Entrò in chiesa inseguito da un totem di fango con le mostrine in vista, che urlava parole indistinte.

Trafitto dalla scheggia di luce, il totem vacillò e avvolto nei suoi miasmi perse forma, colò a terra in un agglomerato melmoso fino a ridursi a un mucchietto di polvere che il vento spinse ai piedi dell’altare. Un prete rintanato dentro il confessionale, apparve, fece il segno della croce, raccolse i poveri resti e li gettò nelle fiamme che brillarono di un blu intenso.
L’oste consegnò la vanga e uscì dalla chiesa. La tormenta era scomparsa e nevicava dolcemente. Si allontanò nel manto immacolato. Dietro di lui la neve restava immutata, solo un leggero calpestio si percepiva al suo passaggio, finché non divenne un puntino sospeso sopra il bianco infinito, poi un bagliore lo avvolse.

Michela Santini

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