Atmosfera surrealistica, universo onirico e visionario, insomma tutto il trascendentale dell’essere umano, l’illusionismo interiore dell’animo sono il basilare concetto che escono sorprendentemente raffigurate, dalle opere del grande artista Dalì, altrettanto in questa che oggi propongo (17 gennaio) in ricorrenza del giorno della venerazione del Santo Antonio Abate, “La tentazione di Sant’Antonio”.
L’opera del 1946, nasce da una profonda ricerca del pittore su le recenti ricerche scientifiche avvenute e sensibilizzate in seguito alle esplosioni delle bombe atomiche alla fine della seconda guerra mondiale trasportandole verso un iconografia paranoica e mistica, prendendo in esame l’iconografia religiosa occidentale.
Sant’Antonio si trova in basso, sulla sinistra del quadro, nudo e inginocchiato, che fermamente e risoluto esorcizza con una croce, formata da due legni uniti da una semplice corda, le assurde e orribili visioni che gli si presentano davanti a volerlo travolgere, sono un cavallo bianco imbizzarrito che sta per travolgerlo con la particolarità delle gambe posteriori affusolate e allungate, al seguito quattro elefanti, anche loro dalle gambe allungate, che portano su di se, ognuno, oggetti e immagini delle tentazioni. Il primo elefanti reca una piramide alla cui sommità vi è una donna nuda in atteggiamento alquanto provocatorio e sensuale, il secondo, che ricorda una scultura del Bernini presente a Roma in piazza di Santa Maria Minerva, ha sulla sua groppa un obelisco in chiaro monito del simbolo del potere, gli altri due a seguire hanno una costruzione che riporta alla memoria una costruzione di stile palladiano, al cui interno si intravvedono i seni e il ventre di un corpo femminile ( quasi un accenno a Magritte), per finire con l’ultimo, nascosto dalla nuvole, con in dorso una torre netto cenno simbolico fallico. La deformazione di questi animali, con le zampe estremamente affusolate e allungate sono proprio il linguaggio surrealistico e onirico che lo stesso Maestro evolve nelle sue opere, gli elefanti, simbolo eterno di pesantezza che poggia sulla terra qui hanno il potere di esprimere invece leggerezza, capaci di vivere come tramite tra il cielo e terra, tra spiritualità e realtà. Il Santo, aggrappato con forza a un masso, ha nonostante l’invasione di queste enormi figure, la postura salda e con fermezza e assoluta decisione , simboleggiando appunto la sua ferrea e ferma fede, ferma con la croce la furia che lo sta travolgendo, la miriade di tentazioni a cui ha dovuto soccombere e lottare nella sua ascetica vita (la rappresentazione del teschio nelle sue vicinanze è proprio la lettura iconografica della tentazione in se stessa), ma il trionfo di tutto ciò è prossimo e Dalì lo identifica in lontananza sulle nuvole, con l’apparizione dell’Escorial, il castello monastero di re Filippo II, in quanto il Maestro lo considerava il simbolo della potenza dell’ordine divino e della supremazia sulle tentazioni.
Lo sfondo desertico dove si svolge l’azione aumenta l’atmosfera, ma è anche il luogo dove il Santo volle vivere, lontano appunto da tutte quelle occasioni che avrebbero distolto la sua assoluta devozione e prostrazione alla fede.

Ritornando all’opera ho sempre avuto la sensazione che Dalì, come del resto ha fatto spesso, abbia avuto ispirazione da un’opera seicentesca di Salvator Rosa, dove il dramma del soggetto, la rappresentazione del santo e le stesse figure allungate ne fanno uguale parte.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web: Salvador Dalì – Le tentazioni di Sant’Antonio