“heilige woud verwelkom ons nuwe seun, ons gee u die gees van die vulkaan sodat hy ‘n waardige lid van die doresta kan word en die luiperd, energie en lewe van ons dorp kan respekteer. So het ek gepraat, luister na my, groot vader!”

Dalla sua capanna, Leo seguiva a stento le parole che lo stregone pronunciava, come una cantilena da ore nella sua tenda. Si gettò indietro e guardò la nuvola di polvere sollevarsi dal letto morbido. La scacciò con una mano guantata e seguì i fili di paglia sul tetto intrecciarsi in tanti nodi.
Rise quando il pensiero andò a sua madre. «Se mi vedesse adesso, le verrebbe un infarto». Sdraiato sulle coperte come quelle della bancarella etnica che lei evitava ad ogni costo, con una testa di mostro vicina, uno sgabello in ferro per comodino e una cassetta di legno come guardaroba, minimo gli avrebbe urlato di togliersi quel costume pulcioso da leopardo e di andare a farsi una doccia. Come se nel villaggio senoufo, l’acqua fosse scontata.
Il tocco insistente dietro la tenda, lo fece saltare in piedi. «Nimba! Sei pronto?! Il maestro vuole parlarti». Se ci pensava troppo, quel nome a volte lo suggestionava, fino a fargli credere di essere davvero lo spirito del vulcano, come diceva lo stregone Uche. Uscì nel cortile assolato e scavalcò il feticcio che lo proteggeva da quando era tornato. Ashaki sorrideva eccitata e dipinta per la festa. Si era rifatta le treccine e indossava un gonnellino cortissimo. Sul petto spiccavano tante collane di legno colorato che lasciavano la schiena nuda. Imbarazzato, la superò guardando in alto.
Nel piazzale, dietro al granaio, appoggiato all’albero di iroko, il maestro Yannick fumava meditabondo. Davanti a lui, a fianco alla catasta di legna, due ragazzini con la scritta New York sulla t-shirt, ammiravano la motocicletta. Si schiarì la voce per scacciare il ricordo, ma il disagio lo riportò al giorno del suo arrivo da Abidjan, quando non poté nascondere di trovarla vecchia e brutta. «Valentino Rossi non ci salirebbe mai», commentò in italiano, da sbruffone. Il maestro gli aveva tirato addosso un feticcio con la testa piena di capelli neri e il ghigno in faccia, poi aveva recitato parole incomprensibili e danzato come un pazzo. Rosso per la vergogna, Leo gli aveva assicurato che era bellissima e non aveva più detto una parola a riguardo.
Appoggiata ai suoi piedi, vide la lunga maschera verde e rossa del grande Coccodrillo, il dio del fiume, che Yannick usava durante i riti propiziatori. In mano teneva la sua, tonda e bianca. Il maestro contemplò l’espressione rabbiosa che Leo vi aveva dipinto la prima volta e gliela consegnò in modo solenne. «È pronta per mostrare chi sei adesso, dopo il tuo viaggio nel Bosco Sacro». Leo l’afferrò senza riconoscerne i segni. Si sentiva profondamente cambiato. «Siedi e mettiti in comunicazione con il Leopardo. Lui ti guiderà», ordinò, indicandogli un tronco basso. Poi si raccolse in meditazione sulla catasta. Leo lo osservava. Aveva imparato ad aspettare. Il maestro riaprì gli occhi, vide quelli del ragazzo fissi su di lui, timorosi e impazienti. «Dopo la danza iniziatica, Uche farà una magia e sarai protetto per tutto il viaggio di ritorno». Abbassò il mento e attese.
«Io voglio restare qui» dichiarò Leo con forza, ma lo sguardo duro del maestro lo zittì. Ripose la maschera e ritirò le mani strette a pugno, fissando la terra rossa sotto le ginocchia.

Michela Santini

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