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LE CAREZZE DEL DOLORE, vittoriano borrelli
Il dolore chiama il dolore che quasi non lo senti più. Ci si abitua alla sofferenza e ai dispiaceri molto più in fretta dei momenti di sparuta felicità o serenità. Ci sono stigmate che ti porti dentro che non puoi cancellare, nemmeno a volerlo. Il dolore da dentro si somatizza in ogni strato della pelle divenendo una sola cosa con una fisicità che si fa prematuramente decadente.

Non c’è miglior terapia del dolore che il dolore stesso, come un’arancia che si spreme per far uscire ogni goccia dalla sua buccia fino a farla divenire sottile da sembrare invisibile. Se pensiamo a certe pratiche terapeutiche di origine orientale come l’agopuntura, si prova a debellare il dolore con un’azione dello stesso segno: l’iniezione di aghi in determinati punti del corpo per procurare il benessere fisico e spirituale.

Il dolore appartiene soltanto a chi ce l’ha, inutile girarci intorno. È inviso, reietto, qualcosa che  portafortuna, da tenere a debita distanza. Per non esserne attratti o influenzati, ci si ripara dal dolore come si fa quando s’indossa una mascherina per tenersi immuni dai suoi germi.

Il dolore è isolamento, voluto o forzato da qualcosa che non ti appartiene, a cui tu stesso non appartieni più.

Il dolore è il giorno che si fa sera in un attimo. È un cielo buio senza stelle in cui ci s’infila nell’infinita oscurità che avanza verso la notte.

Il dolore è l’insonnia che non ti fa dormire, il silenzio che è un rumore sordo che senti soltanto tu. Malefica compagnia che ti sta accanto e non vuole abbandonarti. Lo senti in ogni parte del corpo, lo accarezzi e ti accarezza fino alle prime luci dell’alba.

E allora speri che finalmente sopraggiunga Morfeo a chiuderti gli occhi per non sentirlo più.

Fino al prossimo risveglio, alla prossima carezza.

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