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QUANDO DIO ERA MORTO, di vittoriano borrelli

In occasione della giornata della memoria, che si celebra il 27 gennaio di ogni anno ai sensi della legge 20 luglio 2000 n. 211, riporto alcune testimonianze delle vittime di Auschwitz raccolte da Paolo Mordechai Sciunnach, dottore in Storia-Filosofia, Studi Ebraici Collegio Rabbinico e membro Assemblea dei Rabbini d’Italia. Storie toccanti da non dimenticare che hanno segnato una brutta pagina della Storia dell’umanità. Un momento storico in cui, forse, Dio era veramente morto.

Quello che sto per scrivere è tratto e basato su tutte le testimonianze che mi sono personalmente state raccontate da due ex deportati sopravvissuti al campo di sterminio di Auschwitz 2 Birkenau, Shlomo Venezia e Luigi Fagi.

Fummo arrestati una mattina presto, quando ancora faceva buio in modo da nascondere ai cittadini la deportazione di massa. Ci caricarono subito su un grosso vagone di un treno merci, ci spingevano a calci se uno camminava piano, avevano cani e manganelli.

Rimanemmo stipati nel vagone per tutto il viaggio ci fu concesso di scendere una sola volta. I bisogni corporali venivano soddisfatti nel mezzo del vagone. Ci furono dati viveri in quantità assolutamente insufficiente. Ci dissetammo con la neve.

Trascorremmo tutto il viaggio al buio senza poterci neanche coricare per deficienza di spazio. Tentativi di fuga dal nostro vagone furono frustrati dalla vigilanza della scorta, dai contrasti tra i prigionieri, alcuni dei quali, per paura delle conseguenze, ostacolavano i tentativi dei compagni, e dalla delazione.

Stalattiti di ghiaccio si formavano dalle aperture del vagone. Per tutta la durata del viaggio udimmo numerosi bombardamenti aerei che facevano vibrare il vagone.

Arrivati a Auschwitz 2 Birkenau fummo incolonnati a fianco del treno nella rampa principale al centro del campo, c’era una grande confusione poi un grande silenzio; sotto la neve, gli ufficiali e i soldati delle SS ci misero perfettamente in fila con i cani poliziotto. Dalla ciminiera dei crematori usciva un odore terribile e uno strano pulviscolo vagava nell’aria.

I tedeschi, muniti di manganelli, picchiarono alcuni nostri compagni per futili motivi. Ci furono quindi tolti gli abiti e le valigie, la valuta e tutti gli oggetti personali.

Poco dopo iniziarono la selezione: i vecchi e i bambini che non potevano lavorare venivano a forza trasportati alle camere a gas, chi invece era ritenuto idoneo al lavoro veniva portato alla zauna dove avveniva la doccia, la rasatura e la marchiatura.

Rimasti in possesso solo della cintura dei pantaloni ci vennero forniti una camicia, pantaloni, un cappello e un paio di zoccoli. Al momento della marchiatura e della rasatura la pelle era ricoperta di sangue, il numero sul braccio era una tortura.

Usciti bagnati dalla doccia ci rivestimmo, fummo cacciati all’aperto nella neve con un freddo polare, ci costrinsero per divertimento a rotolarci nella neve e chi non lo faceva veniva picchiato a sangue. Dopo una lunga permanenza all’aperto fummo avviati alle baracche.

Il campo era ed e’ formato da: doccia, cucina, crematorio, camera a gas, caserma di tolleranza per i tedeschi, e le baracche di alloggiamento per i prigionieri. Nelle baracche si dormiva su pagliericci che erano stesi sui bancali a tre piani e cosiddetti letti a castello. A volte si dormiva addirittura in 5 su un letto solo. Ogni baracca (block) era inquadrata da un capo-blocco, che provvedeva alla disciplina nel blocco.

Nelle baracche non c’erano nè gabinetti nè lavabi: questi erano raggruppati in baracche apposite.

Il vitto giornaliero consisteva in caffè senza zucchero al mattino e un litro di zuppa di rape in cui raramente qualche fortunato trovava una briciola di carne; ognuno di noi disponeva di una gamella che utilizzava per i più svariati usi oltre che per mangiarci; alla sera 300 grammi di pane e surrogato di caffè, brodaglia che usavamo per lavare la gamella. Questo vitto poteva bastare a tenerci in vita malamente; di giorno si lavorava e basta. Di giorno e di notte le bastonature e i maltrattamenti erano molto frequenti anche per stupidaggini.

Fra i prigionieri la vita media era di 4-5 mesi dopodiché per malattia, per fame, per torture o per le camere a gas morivi: non c’era speranza di salvezza nel modo più assoluto.

Di giorno alcuni degli haftlinge (prigionieri) lavoravano, come noi, al sonder kommando altri all’arbeits kommando: il sonder kommando consisteva nel trasportare i selezionati alle camere a gas, gassarli e successivamente sgombrare le camere a gas, togliere tutto il recuperabile dai cadaveri nudi e deformati: denti d’oro, capelli, ecc.., successivamente bruciare i cadaveri nei forni, trasportarne le ceneri, il tutto essendo consapevoli che prima o poi quella sarebbe stata la propria fine.

L’arbeits kommando consisteva in un altro tipo di lavoro forzato: attività di vario genere, costruzione di baracche, torture, lavori di vario genere, organizzazione del revier del lager (una specie di lazzaretto dove venivano ricoverati i soggetti cavia). Lavoravamo tutto il giorno nelle camere a gas e nei crematori. La mortalità era altissima.

Periodicamente venivano, assieme ai nuovi arrivati, effettuate delle nuove selezioni anche tra di noi: chi non le superava, era morto; ogni volta che c’era la selezione era per noi il panico, pensavamo di non poterla superare. La fame, unita alle epidemie di tifo e di diarrea, era ossessionante: difficile era scacciare l’idea del cibo dalla mente, che minacciava di sommergere ogni altro pensiero.

Molti occupavano tutta la giornata in trattative per racimolare qualche pezzo di pane in più, alcuni genitori rubavano il pane ai figli e viceversa, c’erano continue risse per un pezzo di pane.

La tortura della fame non dava tregua neppure nel sonno.

Una mattina, invece di recarci come al solito al sonder kommando, ci portarono al revier dove fummo vittime di un esperimento farmacologico per conto della Bayer: tutto quello che ricordo e’ una siringa, e poi di essermi svegliato con 40 di febbre.

Ricordo che un giorno, mentre sgombravamo le camere a gas sentimmo tra i cadaveri un piccolo gemito: scoprimmo che era un lattante che si era salvato e che non trovava più la mammella della madre stesa a terra; lo prendemmo e cercammo di nasconderlo ma un SS lo trovò e lo uccise subito.

Le esecuzioni dimostrative sulle forche e nelle celle della fame aumentarono vertiginosamente, soltanto per stupidaggini; le torture e gli esperimenti chirurgici accelerarono la distruzione. I trattamenti speciali: fucilazioni e isolamento a vita, aumentarono, le camere a gas raddoppiarono la loro produzione 25000 gassati al giorno (solo gassati, senza contare il resto).

Si avvertiva qualcosa nell’aria, c’era tensione, gli alleati avanzavano verso di noi, c’era una speranza, ma lo sterminio accelerava.

La distribuzione del vitto diminuiva paurosamente, il ritmo di lavoro del sonder kommando aumentava con il numero dei morti, non c’era nessuna pietà. I campi più piccoli venivano evacuati e uomini scheletrici, dai tedeschi considerati pezzi, affluivano nel campo in massa: 20000, 30000, sempre di più.

La vita media dei prigionieri si era accorciata a 3 mesi, solitamente variava tra 1 e 2 e 1/2.

Il numero di persone nei blok era raddoppiato, triplicato: si dormiva in 7 in un letto. malattie di ogni genere uccidevano dappertutto, il vitto era quasi totalmente assente, non c’era più pulizia nel modo più assoluto.

Dopo alcune settimane ci trasferirono in 3000 a Mauthausen dove rimanemmo per altri 3 mesi poi in un altro campo (di cui io, Paolo, non ricordo il nome), dove rimanemmo per un po’, prima di essere liberati.

Ricordo però che prima di essere trasferiti a Mauthausen fummo selezionati per il gas, ma una rivolta del sonder kommando risparmiò il nostro turno; poi fummo trasferiti, come ho già detto: un lungo viaggio a piedi sulla neve mezzi nudi, dormivamo all’aperto e al freddo; alcuni (i più debilitati), naturalmente, sono morti, camminavamo picchiati dai fucili di ferro delle SS e chi andava a stento veniva ucciso. Restammo nel lager per circa una settimana. Finalmente un giorno verso le ore 12 comparve una staffetta degli alleati.

La voce si sparse, accorremmo tutti fuori dai reticolati, l’alta tensione era stata staccata, correvamo: sani, ammalati. Questi ultimi balzarono dai letti e, seminudi, barcollando e cadendo si fecero con gli altri incontro ai liberatori.

Fu un momento di grande commozione: i volti di tutti erano rigati di lacrime; e mentre le voci si levavano in coro a cantare gli inni della resistenza di tutta Europa ci stringemmo in un fraterno abbraccio. Si cantò l’Ani-Mamin, e si recitò il Kaddisch. Ormai il campo era in mano nostra e degli alleati.

Al lager furono giustiziati un’ottantina di SS: il conto che essi pagarono fu ben esiguo rispetto alle colpe di cui si erano macchiati (tra di essi c’era un capo blocco colpevole di numerosi stermini e massacri). Gli alleati arrivarono con il grosso delle loro forze e un reparto di carristi prese possesso del campo. Iniziò per noi un periodo di libertà, poiché non eravamo più schiavi ma i reticolati e le sentinelle non ci consentivano ancora di essere completamente liberi. Giunsero ufficiali, fotografi, medici, una commissione sovietica, tutti ad ammirare le bestie rare.

Ci venne dato da mangiare, ma questo era troppo e così iniziarono le prime indigestioni e diarree: i nostri stomaci non erano più abituati al cibo. Ricordo che noi e i nostri amici dovemmo lottare a sangue per impossessarci di un sacco militare su un camion russo, ci barricammo in una baracca e lì tirammo a sorte il cibo da spartirci. Il padrone del camion allontanatosi per un istante si ritrovò saccheggiato di tutto.

Una mattina in due uscimmo dal lager e per caso trovammo un gallo in un cortile, facemmo di tutto per non farlo strillare, il padrone se ne accorse ma ci permise di catturarlo; portatolo nel lager non sapevamo come ammazzarlo: lo torturammo un poco, e alla fine cessò di strillare, facemmo uscire il sangue dal collo e poi lo spennammo e lo pulimmo, lo cuocemmo sul fuoco e alla fine, nonostante fosse un po’ duro, lo mangiammo festeggiando con un bel Lehaim con acqua. dopo mangiato un bel Hazzak ve matz e am Israel hai non ce lo vietava nessuno. Nonostante la libertà, le malattie erano sempre in agguato, si moriva ancora di grosse epidemie, l’igiene era scarsa come prima, non e’ che la situazione fosse molto migliorata. L’indomani ci caricarono su camion alleati e ci trasportarono attraverso il Tirolo e l’Alto Adige in Italia.

Finalmente eravamo in Italia. Eravamo liberi. Col passare degli anni siamo tornati alla vita normale, mettemmo su famiglia, ma dentro di noi abita sempre la morte. Soltanto nel 1990 trovammo il coraggio di parlare con gli altri della tragedia dei lager di sterminio, neppure ai nostri figli era stato raccontato nulla da parte nostra.

Ma oggi tutti devono sapere e prima di morire dobbiamo far sapere tutto al maggior numero di persone, per ricordare e non dimenticare mai. Tutti, nessuno escluso, sia ebrei che goim si devono sentire coinvolti in prima persona nella shoah. Ricordare e nulla dimenticare. Vi ringrazio molto ragazzi, voi siete ebrei e dovete sapere e ricordare per dare il buon esempio agli altri popoli. Voi siate Kedoschim (santi) come Kadosch (santo) sono io, siate eletti, osservando i miei comandamenti. Questo disse il santo e benedetto egli sia, al popolo di Israele (dal Pentateuco). ricordate, voi darete l’esempio… grazie ragazzi, grazie di cuore a chi ci ha ascoltato fino qui.

Questo è tutto quello che mi hanno raccontato i sopravvissuti ai campi di sterminio di Auschwitz 2 Birkenau durante il mio viaggio in Polonia, questo è quello che ora so e che tutti dovrebbero sapere, anche se questa è solo una briciola in confronto a quello che si dovrebbe sapere sulla shoah. Spero di avere dato a coloro che hanno letto questo piccolo giornale qualche cosa in più per iniziare a documentarsi sulla shoah.

E con questo concludo sperando di essere riuscito a trasmettere il mio messaggio.

 Paolo Mordechai Sciunnach

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