Nazionalismo

Nazionalismo di difesa, Gianni Castagnello

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Alessandria: Le riflessioni politiche di Ernesto Galli della Loggia sono sempre incisive e stimolanti, anche quando non se ne condividono presupposti o conclusioni. Lo storico ed editorialista del Corriere non lesina nei suoi interventi analisi allarmati del declino italiano in tutti i settori, dall’economia, alla cultura alla scuola. La sua collocazione nell’area di un liberalismo laico deluso dalla storia politica nazionale e dal ruolo giocato dai partiti lo porta ora ad esaminare non senza preoccupazione le nuove espressioni assunte dalla destra politica in Europa e in Italia.

Lo ha fatto sul Corriere del 14 novembre 2019 con l’articolo “Perché la destra è forte” dove Galli della Loggia registra, nel nostro continente, l’avanzata di una destra antiliberale ma, secondo lui,  non fascista, bensì impegnata a conquistare il potere politico puntando sul consenso elettorale, da ottenere ergendosi con spregiudicatezza a rappresentante del risorgente nazionalismo che attraversa il nostro continente e fa presa su quelle componenti della società preoccupate e disorientate dai fenomeni di innovazione e globalizzazione, dei quali una parte consistente della popolazione non è in grado di cogliere le opportunità economiche, patendone tuttavia gli effetti con l’erosione del loro reddito e la perdita di sicurezze.

Il nazionalismo, per queste componenti sociali, ha una funzione difensiva, diventa soprattutto un rifugio culturale di fronte a un modo troppo vasto, complesso e competitivo, spiazzante con i suoi continui mutamenti per chi non sa tenere il passo.

Chi è più legato alla cultura, ai modi di vita tradizionali cerca lo scudo protettivo del nazionalismo anche perché “il cattolicesimo politico”, che  ha rappresentato in passato istanze e valori di queste componenti sociali, sarebbe “pressoché scomparso”.

La conclusione dell’articolo è dedicata alle difficoltà della sinistra, incapace di comprendere e rappresentare queste resistenze delle fasce più deboli della popolazione al nuovo mondo globalizzato perché  ancora convinta che le masse popolari aspirino naturalmente alla libertà e  progresso, e che ad opporvisi siano per definizione le classi dominanti, i grandi interessi costituiti.

Fin qui Galli della Loggia. Degna di nota mi sembra prima di tutto l’osservazione sulla vitalità del nazionalismo che torna d essere, in questa prima parte inizio di millennio, punto di riferimento per ampi strati popolari, però mutato di segno. Il semi del nazionalismo affondano nel terreno della rivoluzione francese, dell’età napoleonica, della cultura romantica, quando si affermò l’idea di nazione, legata ad aspettative di progresso, di libertà individuali ed economiche, di indipendenza delle nazioni e sovranità popolare. Lo sviluppo del nazionalismo fu poi  segnato da una visione competitiva della storia, con l’affermarsi della convinzione che vi fosse un “sacro interesse nazionale” da difendere anche contro le altre nazioni, anche a costo della guerra. L’esito di questo sviluppo – è noto – sfociò nell’imperialismo e poi nel primo grande conflitto mondiale che aprì in modo tragico il Novecento ma non spense il nazionalismo il quale alimentò ancora la cosiddetta guerra civile europea terminata solo nella catastrofe dell’Europa con il secondo conflitto mondiale.

Se veniamo all’Italia, il nazionalismo che si intrecciò con il movimento fascista era retorico, baldanzoso, espansivo, le camice nere aggiunsero l’arroganza, la violenza sistematica, i loro capi il cinismo criminale; inconsapevole o incurante dello spostarsi degli equilibri mondiali, il fascismo lusingò il nazionalismo degli italiani e li illuse di avere un destino imperiale davanti a sé. Coglie quindi nel segno Galli della Loggia quando afferma che le nuove destre non rappresentano un ritorno al fascismo, anche se è doveroso rilevare la comunicazione tra quest’area e i portatori di nostalgie, riflessi condizionati ed esibizioni becere che dal fascismo provengono.  Le odierne formazioni di destra sono una realtà nuova perché il nazionalismo a cui si appellano esprime un bisogno di protezione: chiede di difendere privilegi, sicurezze, presunti valori e  identità culturali.

Questo significa che le destre del XXI secolo non sono nemmeno interpretabili con i concetti impiegati per capire e combattere il fascismo storico, o almeno, se quei concetti qualche cosa colgono, sfuggono loro altri aspetti che sono  essenziali per capire il successo delle nuove formazioni politiche.

Si deve anche comprende, a proposito delle odierne destre antiliberali, che il loro successo, arrivato  sull’onda della crisi del 2008, aggravata per l’Europa dall’intensificarsi dei flussi migratori, non è dovuto a fattori congiunturali perché quella crisi è stata effetto di cause strutturali che tutt’ora agiscono, per cui la minacciosa avanzata delle formazioni cosiddette sovraniste in parecchi paesi europei tra cui il nostro, non sarà un fenomeno passeggero: le nuove destre sono qui per rimanere,  saranno l’antagonista, magari vittorioso, contro il quale difendere i principi della democrazia liberale e solidaristica perché non siano di fatto svuotati e piegati a nuove forme più o meno mimetizzate di autoritarismo.

Venendo all’Italia, l’avanzata delle destre – afferma Galli della Loggia – è stata anche favorita dalla scomparsa pressoché totale del cattolicesimo politico, come punto di riferimento per i ceti popolari più legati alla tradizione. Il giudizio è sbrigativo – un passo di poche righe nell’articolo –  ma non si può negare che la fine della Democrazia Cristiana, la parabola discendente dei partiti che furono eredi della sua ispirazione e il carattere velleitario dei tentativi di far rinascere un partito che faccia del cristianesimo sociale  il perno della sua proposta, sembrerebbero giustificare l’affermazione, tuttavia, anche tralasciando di esaminare il rapporto fra tradizione popolare cattolica e modernità, per chi non vuole rinunciare all’idea che i cattolici di saldo spirito democratico possano ancora dare un contributo alla politica italiana qualche considerazione aggiuntiva va fatto.

E’ vero che la maggioranza degli appartenenti a un cattolicesimo sociologico per mentalità e scelte di vita, priva di saldi riferimenti etico politici alla dottrina sociale della chiesa, passati i tempi dell’unità politica dei cattolici sostenuta dall’episcopato, finisce per essere attratta dal bacio al rosario e da rassicurazioni spavalde sulla difesa dell’identità cristiana contro la minaccia islamica. Ed è anche vero che un’altra componente cattolica, più colta e smaliziata, tende a considerare la propria scelta religiosa un fatto privato, tutt’al più da vivere nel sociale, ma non vincolante per le scelte politiche.

Nondimeno, se una presenza organizzata dei cattolici, realizzata nelle forme del passato, non è proponibile né auspicabile, e se  il cattolicesimo democratico ha perso forza attrattiva, di esso rimane un patrimonio ideale e una saggezza rintracciabili in tante aggregazioni di impegno sociale che guardano verso la politica, e riconoscibili in alcune figure che mantengono con la loro presenza dignità alle istituzioni e alla stessa attività politica; senza addentrarci in esemplificazioni, un nome per tutti, quello di Sergio Mattarella.

Infine è lo stesso scenario delineato da Galli della Loggia per trarre le conclusioni del suo articolo a mostrare che  una proposta politica con respiro adeguato alle esigenze e alla complessità di questo tempo non può limitarsi a spingere sui pedali dell’efficienza, del merito, dell’apertura al mondo  globale ma non può nemmeno arroccarsi nella difesa della cultura tradizionale e  della sovranità nazionale supponendo che tanto basti e che davvero convenga al popolo italiano.

Per superare queste unilateralità possono entrare in partita le proposte sociali della dottrina cristiana che sono bussola per tante forme organizzate di impegno e che Papa Francesco sa proporre con rinnovato coraggio adeguandole ai tempi: la mondialità dei problemi che condizionano il futuro dell’umanità; l’istanza di dare all’Europa il volto dell’accoglienza, della terra dove i diritti sono riconosciuti, senza escludere la necessità di contenere le migrazioni e creare canali umanitari adeguati; l’indicazione del legame tra economie di sfruttamento, drammi della povertà e devastazioni dell’ambiente; la denuncia della cultura dello scarto, che si configura come una colpa collettiva   dei paesi sviluppati; la necessità di regolare i sistemi di tassazione e migliorare la qualità della spesa pubblica recuperando il criterio del bene comune.

Da queste idee, dalla valorizzazione di questa stagione straordinaria di un pontificato purtroppo osteggiato all’interno stesso della chiesa, devono ripartire i cattolici che vogliono  misurarsi sul terreno della politica sempre più accidentato e cedevole, ma irrinunciabile.