Leonardo si era rintanato nello studio di suo padre come sempre, quando era arrabbiato, ma solo dopo averlo visto uscire per andare in tribunale. Era sempre in penombra e profumava dell’aroma di tabacco della sua pipa. C’era un’atmosfera accogliente, con le tende in broccato, la moquette crema e la boiserie in legno. Una stanza da giudice serio e rispettabile, che però gli piaceva. Ascoltava l’album degli America, il suo preferito, tra i tanti che suo padre teneva nel raccoglitore, a fianco del divano Chesterfield.

Si addossava alla scrivania, accendeva la preziosa lampada da bancario e leggeva i fumetti di Black Panther. Poi sognava l’arrivo di un misterioso uomo dalla Costa d’Avorio che gli rivelava la sua vera identità: sua madre biologica non era morta per le conseguenze della traversata dieci anni prima, bensì, si era fatta uccidere pur di proteggerlo. Perché lui, Leonardo Giuffrida, arrivato su un gommone all’età di due anni, nei suoi giochi infantili era il figlio segreto di Black Panther. In genere a questo punto sua madre apriva la porta, interrompendo il sogno prima che gli fosse svelato il suo vero nome. Ma non aveva nomi da sussurrare, poiché lei era morta stringendolo al petto, a Lampedusa, senza un’identità certa.
Ultimamente aveva preso l’abitudine di rovistare tra le cose di suo padre, alla ricerca di una vita segreta, immaginandolo coinvolto in missioni pericolose per arrestare mafiosi e trafficanti. Il suo amico Farouk, diceva che era un giudice in guanti bianchi e non come Falcone, che aveva combattuto la malavita fino alla morte.
Farouk, sempre Farouk. Era popolare a scuola, anche se era egiziano. Aveva gli occhi azzurri e fumava da vero fico, mentre lui era nero come la notte, adottato, imitava i pagliacci per fare ridere e sedeva in panchina. Se fosse stato davvero il figlio di Black Panther, sarebbe stato più fico di Farouk. Leonardo si era stancato di subire le scelte dei suoi amici. Quello che decideva Farouk, era la Bibbia per tutti. Le ragazze più carine andavano dove c’era Farouk e i ragazzi giocavano a calcio, perché in squadra c’era Farouk. Avrebbe potuto adeguarsi, ma non ci riusciva.

«L’hai detto a tuo padre che non vieni più a calcio?» Gli stava chiedendo Farouk al cellulare, che la madre gli aveva lanciato, sentendolo squillare in camera. Leonardo aveva aspettato che lei uscisse dalla stanza e poi gli aveva risposto un colpevole «No».

Il primo cassetto a destra, sotto la scrivania, era più piccolo degli altri, forse per quel motivo aveva attirato l’attenzione di Leonardo. Suo padre non voleva che ci guardasse dentro e lo inchiavava sempre, quando usciva. Gli aveva chiuso le dita in mezzo una volta, «Così, spero che te lo ricorderai e non lo toccherai più» gli aveva urlato dietro brusco, vedendolo scappare dalla madre. La chiavetta aveva una coffa siciliana legata da un nastrino e suo padre la teneva sempre nella tasca della giacca.
Quel giorno, dopo aver fatto pace con Farouk, si accorse del ciondolo. Il padre aveva dimenticato di portare via la chiavetta. L’afferrò e tirò, pensando di estrarla dalla serratura.

Il cassetto venne fuori con tanto impeto che uscì quasi del tutto, per la forza che ci aveva messo. Lo richiuse frettolosamente, indietreggiò e soffiò forte quasi fischiando. Si coprì la bocca, chiuse gli occhi e passò una mano tra i ricci folti, indeciso sulla prossima mossa. Aveva disobbedito a suo padre, doveva scappare e dimenticare subito. Invece era già passato un tempo infinito e non si era mosso da lì. Alla fine, cedette.

Michela Santini

http://www.raggiodisoledotblog.wordpress.com