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Tra la via emilia e il west, Daniele Borioli

https://appuntialessandrini.wordpress.com/2020/01/29/tra-la-via-emilia-e-il-west/

Alessandria: Il risultato elettorale dell’Emilia Romagna ha fatto tirare a tutti coloro che si ostinano a stare e sperare nel centrosinistra un grande sospiro di sollievo. Salvini è ancora forte, nonostante qualche ammaccatura; le destre, nella doppia partita che si giocava domenica, hanno piantato la bandierina blu su un’altra casella delle carta geografica d’Italia, sino a sabato segnata di rosso: la Calabria. Letta in questa chiave, la giornata di domenica non ci ha certo restituito una vittoria piena. E tuttavia, poiché in politica gli appuntamenti che si caricano di significati simbolici finiscono sempre per assumere un valore molto debordante rispetto alla concreta posta in gioco, non c’è dubbio che la vittoria di Stefano Bonaccini consegna alla rappresentazione della scena politica del giorno dopo un sensibile mutamento d’aspetto.

La balorda “guerra di liberazione” dichiarata da Salvini all’Emilia delle sinistre, finisce su un binario morto, e scarica sul “generale sconfitto” tutto il peso delle attese alimentate, narrate, contrabbandate attraverso una sicumera declinata con irresponsabile leggerezza. In estrema sintesi, l’esito finale si presta a differenti, positivi livelli di lettura. Ristabilisce il principio, troppo spesso rotolato sotto spesse coltri di irrilevanza, secondo il quale governare bene o governare male può fare la differenza: principio che in questo caso ha premiato il presidente uscente nei confronti di una sfidante così pallida da non suscitare neppure l’adesione elettorale del padre. Fa giustizia, per una volta, di una modalità di propaganda politica fondata sulla calunnia e sul discredito degli avversari: declinata nell’occasione attraverso la campagna martellante e ributtante del “parlateci di Bibbiano”. Rende evidente come, nel complesso, un territorio affidato da lungo tempo al governo di una sinistra accorta, che ha saputo coniugare le spinte economiche con un efficiente modello sociale, disponga di un’opinione pubblica avveduta, poco incline a gettarsi in avventure senza costrutto.

Nel tratto della vittoria emiliano-romagnola si legge anche, con nettezza, un altro elemento rilevante. Anzi, rilevantissimo, rispetto ai pronostici della vigilia: il successo del Partito Democratico, che strappa nettamente il primo posto alla Lega tra i partiti, con oltre due punti e mezzo percentuali di scarto, cresce nettamente rispetto alle europee, laddove Salvini si era piazzato davanti con circa due punti in più di quelli registrati ora. Quindi, il Pd, indubbiamente nutrito dalla mobilitazione del movimento delle “sardine”, torna a profilarsi come il perno essenziale e insostituibile di qualunque progetto seriamente intenzionato a contendere la vittoria alle destre anche sul livello nazionale, se e quando si arriverà ad elezioni. Un ruolo centrale, quello democratico, che si propone in modo analogo anche in Calabria, seppure in misura largamente inferiore nei valori, a fronte comunque di un significativo calo della Lega rispetto alle europee dello scorso anno.

La somma di tutte queste note positive non può, tuttavia, indurci a eludere i molti problemi aperti, che per alcuni aspetti il risultato di domenica non semplifica ma complica ulteriormente. Il primo riguarda la tenuta del governo. Personalmente, rispetto al cammino sin qui compiuto dal Conte 2, mi sto su un giudizio intermedio, tra coloro che sostengono non essere cambiato nulla rispetto alla stagione del governo giallo-verde (non è vero, non è così), e coloro che invece sostengono sia da vere nel rapporto con i 5S e nel primato di Conte l’asse strategico di un’alleanza in grado di fermare il nazionalismo estremista interpretato in Italia da Lega e FdI. Penso che qualcosa di buono il governo giallo-rosso abbia fatto; ma penso nel contempo che il registro litigioso e l’arroccamento identitario delle forze minori ne abbiano impedito un’azione più efficace e utile, secondo una modalità che, a valle delle elezioni, il largo consenso ottenuto dal Pd temo renderà ancora più aggressiva.

Per i 5S, detentori di una maggioranza relativa in Parlamento, vasta per quanto in progressiva erosione, la batosta è stata micidiale. Anche “storicamente” l’Emilia è stata la terra del loro primo sfondamento, a Parma: malamente mandato in fumo dal Grillo ancora in versione “Vaffa”. Sommando a questa dèbacle lo smottamento registrato in Calabria, dove il M5S è addirittura fuori dalla rappresentanza consiliare, abbiamo forse uno dei più clamorosi casi (se non il più clamoroso in assoluto) di dissociazione tra la rappresentanza parlamentare in corso e la reale consistenza elettorale nel Paese. Un paradosso certo non incompatibile con la nostra Costituzione, ma certo difficile da metabolizzare nel momento in cui mancano al termine naturale della legislatura più di tre anni, la cui durata è affidata a un assetto in cui il gruppo di gran lunga prevalente, nonostante i non pochi esodi, è espressione di un partito che sta nella graduatoria nazionale al terzo posto, insediato sempre più da vicino dai Fratelli della Meloni.

Su questo punto, che riguarda la durata del governo e della legislatura, faccio voti affinché si trovi la quadra per non limitarsi a vivacchiare in attesa del giudizio universale nel 2023, ma si riesca ad operare per il bene del Paese e per togliere dal campo la prospettiva, ancora del tutto incombente, di una sua consegna all’egemonia destrorsa, non meno dolorosa perché allontanata un po’ nel tempo. Faccio voti ma non scommetto, perché pur apprezzando e sostenendo gli appelli al buon senso di Nicola Zingaretti, non riesco a intravedere lo spiraglio di un ripensamento da parte di un gruppo politico che, possibilmente, si avvia all’esaurimento della sua funzione storica, e il cui gruppo dirigente assesterà colpi di coda in ogni direzione pur di garantire la propria sopravvivenza.

Diverso, ma non meno ingombrante, è il punto occupato da Italia Viva: nata per scissione parlamentare e ancora insussistente nel suo radicamento sociale, la nuova formazione ha scelto di non misurarsi ancora nelle competizioni elettorali, e i sondaggi costantemente al di sotto delle attese dell’ex premier è assai più probabile spingano quel gruppo ad un ulteriore rialzo della posta del contenzioso interno alla maggioranza. Un’azione destinata a logorare il governo senza peraltro portare alcun vantaggio significativo al partito di Renzi, peraltro piuttosto incline a cavalcare in politica progetti autoimmuni.

Per questo, senza trascurare l’importanza del governo, al posto di Zingaretti mi dedicherei molto a coltivare il germoglio più vitale e interessante emerso dalla consultazione di domenica e, al tempo stesso, ad affrontare quelli che si confermano come i gaps più ostici con i quali fare i conti.

Il germoglio è quello legato alla consistenza ritrovata del Pd. Consistenza che consiglia di mandare in archivio, non certo la proposta di rifondare attraverso un percorso congressuale tematico la comunità democratica, ma quella particolare lettura che da taluni ne è stata data, tra noi e fuori di noi, che vorrebbe una sorta di “superamento” del Pd, in vista dell’ennesimo nuovo partito politico. Con particolare insistenza, nelle settimane scorse, il tema è stato rilanciato da Bersani: al quale, con il massimo rispetto, conviene evidenziare che non si soglie un partito proprio nel momento in cui gli elettori affidano ad esso il compito di coprire uno spazio politico alternativo alle destre.

Il progetto del Partito Democratico va certamente aggiornato e reso coerente con un quadro che ha radicalmente ribaltato l’ottimismo vigente prima della grande crisi e le speranze ingenue nella globalizzazione felix e che, oggi, rimette al centro la questione del governo dei conflitti derivanti dalle vertiginose disuguaglianze accumulate negli ultimi decenni, insieme a quella altrettanto grave della salvezza del pianeta. Ma nel suo proporsi quale laboratorio per la costruzione di una cultura politica nuova, il progetto del Pd mantiene tutta la sua attualità, tanto più in una stagione nella quale i valori dell’ambientalismo, del solidarismo e dell’attenzione alla persona e ai suoi diritti, il contrasto delle povertà e delle disuguaglianze insieme alla battaglie per la giustizia sociale entrano prepotentemente nelle prime pagine dell’agenda politica del riformismo.

Al Pd spetta piuttosto il compito di rinascere e rendere più aperta e inclusiva la comunità dei democratici e progressisti, non di dissolversi seguendo consigli generici e affrettati. La mia opinione, che le elezioni di domenica rafforzano, è invece che flettere il Pd in questo momento sarebbe un grave errore, che priverebbe il centrosinistra di una massa critica senza la quale non esisterebbe neppure la possibilità di provare a competere. In Italia, si mettano il cuore in pace Renzi e Calenda, non sussiste il terreno di coltura per una variante democratica e liberale di stampo macroniano: troppo sedimentato nel profondo della società è ancora oggi il nucleo delle culture solidariste di matrice socialista e cattolica, le sole nel nostro Paese (ogni Paese fa su questo terreno storia a sé) a poter aggregare un nucleo di resistenza all’aggressione del nazionalismo riemergente.

Al posto di Zingaretti mi concentrerei su questo: come far reagire e riemergere la forza latente di queste radici, in endemico conflitto con le altrettanto forti pulsioni nazionaliste e autoritarie, combinandola con il risveglio democratico di cui “le sardine” si sono rese protagoniste, vincendo lungo la strada le perplessità di molti (tra i quali chi scrive). Come delineare l’impianto di un progetto comune con questo civismo, che per anni abbiamo evocato senza mai vederlo materializzarsi, e che sarebbe delittuoso non cogliere nel momento in cui prende forma e sostanza. Mi concentrerei su questo, lasciando all’esecutivo il compito sfibrante di inseguire i 5S o Renzi sul terreno delle mediazioni. Abbiamo bisogno, l’Italia ha bisogno, di un Pd forte, senza il quale saranno le destre di Salvini e Meloni a tenere banco per chissà quanto tempo ancora.

Infine, un’ultimissima riflessione. Anche le elezioni di domenica scorsa ci hanno restituita la frattura tra gli orientamenti delle aree centrali e/o metropolitane, e quelli delle periferie e delle cosiddette “aree interne”. La provincia, il tessuto rurale e microcomunale dell’Italia guardano a destra. Bisogna fare i conti con questa tendenza, ormai ricorrente. Che non si corregge solo con la “linea politica”, ma con un profondo e complicatissimo lavoro di lunga lena, di ricostruzione di un modello territoriale di sviluppo più equilibrato, rispetto alle dinamiche monodirezionali di svuotamento delle periferie e della provincia e di addensamento delle aree metropolitane, cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Deprivate di servizi e opportunità di socializzazione, le province e le periferie italiane, e ancor più i piccoli centri montani che contrappuntano la nostra penisola, assumono progressivamente i connotati di uno status d’abbandono nel quale cresce un rancore che trova la sinistra afona e immobile. Eccezion fatta per gli sforzi eroici di qualche amministratore locale. Ha fatto bene, Bonaccini, a dedicare la prima riflessione da vincitore ai sindaci. È lì che bisogna lavorare, per contenere la forza ancora dirompente della Lega.