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Incontro Barbara Rossi in un caffè del centro di Alessandria, di ritorno da una delle sue lezioni all’ UNITRE, dove è docente di linguaggio cinematografico. Appassionata ed entusiasta, comincia , dopo i saluti, a parlare subito di cinema, a cui si dedica da sempre: ha studiato storia e critica del cinema e si è laureata in lettere moderne a indirizzo storico- cinematografico. Media Educator, giornalista pubblicista, presidente dell’ Associazione ” La Voce della Luna “, con cui organizza rassegne , in particolare sul cinema tedesco, e progetti rivolti ai giovani , come “Immersi nelle storie “.

Dopo il libro su Anna Magnani, è prioprio a un importante rappresentante del cinema tedesco che Barbara dedica il suo secondo lavoro: ” Edgar Reitz. Uno sguardo fatto di tempo”, di Bietti editore .

Le chiedo di parlarmi del contenuto del libro.

Mi spiega che il libro racconta la cinematografia di questo regista, uno tra gli artefici e più importanti e prestigiosi rappresentanti del Nuovo Cinema Tedesco, che ha le sue origini negli anni ’60. Viene illustrato il lungo e vivace percorso artistico del autore ,tra gli altri , di ” Mahlzeiten “, miglior opera prima alla Mostra del Cinema di Venezia del 1967 e soprattutto dal 1984 della trilogia di “Heimat”, opera di enormi dimensioni, divisa in 11, 13 e 6 episodi, per un totale all’ incirca, di -rispettivamente – 15, 25 e 11 ore.

Cominciamo con lo spiegare la parola HEIMAT.

Barbara afferma che HEIMAT è la patria, anche la patria ideale, il luogo a cui si appartiene e a cui tornare.

Cosa racconta questa grande opera cinematografica di cui tratta ampiamente nel libro?

Mi risponde che “Heimat” è la cronaca di una famiglia tedesca: i Simon di Shabbach, dal 1919 ai giorni nostri. In “Heimat ” ( 1919- 1982) si affronta il processo di rimozione della Germania verso l’ Olocausto , in “Heimat 3” ecco i fermenti artistici degli anni ’60, e poi le speranze e i desideri di un rinnovamento legati alla caduta del muro di Berlino del 1989, fino alla globalizzazione e ai recenti fenomeni migratori. Questo romanzo familiare dal respiro epico, con la cronaca che si intreccia alla finzione, testimonia quindi i passaggi storici fondamentali del’ ‘900 in Europa.

Parliamo delle suggestioni che ha ricevuto da Reitz, scelto per questo secondo libro.

Risponde che ha conosciuto Reitz durante gli studi e si è appassionata a questo regista tedesco, dalla storia turbolenta, che ha imparato la cronaca orale dai racconti del nonno ferroviere, che è stato prima fotografo e più tardi docente universitario di cinema e anche fotografo di scena per il collega Alexander Kluge. Barbara è particolarmente colpita dalla sua concezione del tempo, non necessariamente lineare o cronologica, dove tempo della vita e tempo della storia vengono a coincidere, attraverso il mezzo cinematografico, e a sovrapporsi nella percezione dello spettatore. Quando si raccontano storie si sente la vita. Gli istanti , che sfuggono, divorati dal flusso del tempo, rimangono insieme in una storia. Questo messaggio di Reitz è tra quelli che più l’ha colpita .

Infine le chiedo di raccontarmi del suo incontro con Reitz, che oggi ha 87 anni.

È avvenuto, mi spiega, nel corso della riproposizione sul grande schermo dell’ intero ciclo di Heimat 2, che si è tenuta tra novembre e dicembre dello scorso anno al centro San Fedele di Milano. In quell’ occasione ha , con grande piacere, intervistato lui e la moglie Salomè per la rivista “Cineforum”.

Non raccontiamo altro, ci salutiamo e vi invitiamo a leggere questa monografia, completa e aggiornata, sul regista di Morbach, che ha dato al cinema un contributo così importate.

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