it

Vuoto di politica, Agostino Pietrasanta

Domenicale ● Agostino Pietrasanta

https://appuntialessandrini.wordpress.com/2020/02/02/vuoto-di-politica/

Le analisi del voto amministrativo sono state espresse con diverse angolature e opinioni talora contrapposte, ma sempre attente, salvo poche sbavature, a non porre su mercato la pelle dell’orso, prima della caduta del simpatico quanto temibile animale. Tutti hanno compreso e sottolineato lo smacco subito dal Matteo; ma tutti, o quasi, sanno che per cantare caduta salviniana conviene rimandare data, senza troppe illusioni per alcuni e senza eccessivi patemi per altri.

Saltano però agli occhi poche cose: sottolineate da molti, servono a me per qualche considerazione a margine e in prospettiva. Intanto sembrerebbe (condizionale, per carità!) che quando si sconfigge l’astensione, si recupera sia la politica che la buona amministrazione; ne viene che i passaggi proposti in anni passati anche da politologi di avvertita competenza, sul valore implicito in un certo livello di astensionismo, non sono né proponibili né credibili, se non in percentuali minime. In Emilia Romagna si è fatta buona amministrazione il cui peso ha contribuito a una ripresa di fiducia e in termini politici ha sconfitto l’astensionismo, riproposto un percorso di partecipazione e, in ultima sintesi, di politica. In Calabria i tentativi di buona amministrazione (quando vi siano stati) non hanno sortito alcuna rilevanza di consenso: ha ancora vinto l’astensione (maggioranza assoluta!) e non si evidenziano segnali di ripresa della politica proprio come partecipazione, se non quella della protesta per l’appunto del disimpegno esplicitato dai numeri. Nel merito di quest’ultimo risultato però ci sarebbe un’aggiunta sottolineata da molti, ma senza trarne, a mio modesto parere, conclusioni sufficienti. Il fatto è che la schiacciante vittoria della “destra destra” si porta dietro molte componenti di ripresa del “centro/destra” grazie ai successi di “Forza Italia”, e fin qui le valutazioni sono unanimi; tuttavia in questo complesso risultato sta forse il segnale più inquietante per Salvini perché non passa solo il suo approccio di protesta radicata esclusivamente nella paura del diverso, ma anche una opzione più moderata. Ora in questo sta un dilemma che pone il Matteo nel passaggio proverbiale tra Scilla e Cariddi perché se si lascia attrarre dalle indicazioni di un voto moderato perde il suo carisma di leader (?!) difensore dei sacri confini della patria; se al contrario insiste sul precitato ruolo potrebbe succedere che il segnale moderato della Calabria non rimanga un semplice segnale. Salvini che sulle questioni di consenso resta geniale (la Politica però non c’entra per nulla), penso lo tenga presente con qualche preoccupazione.

Lascio stare l’osservazione largamente accreditata di una ripresa del bipolarismo perché mi lascia molto perplesso: non si può dedurre un percorso di organizzazione delle maggioranze confrontando sistemi elettorali radicalmente diversi come quello delle elezioni regionali a fronte di quello delle politiche nazionali.

Mi preme invece aprire ( e solo aprire) la valutazione sul comportamento interno al Pd di fronte a un successo indiscutibile, soprattutto perché risultato di una sconfitta straordinaria e impensabile, fino a una settimana fa, dell’astensionismo. Insomma il Pd vince se l’elettore si presenta ai seggi; siamo davanti a un segnale parziale, ma importante e, si spera contagioso. Questo però costituisce una faccia della medaglia, l’altra faccia sta nella constatazione che il partito ha marcato, per troppo tempo, un percorso negativo di fiducia; un percorso che va interrotto, ricostruendo un progetto.

Ora va precisato che il progetto in agenda passa, considerate le culture della solidarietà, attraverso l’incontro plurale delle opzioni politiche che ne derivano e che sono state umiliate dalla intervenuta e sempre più marcata diseguaglianza interna al ceto medio. Sembra che la classe politica che dovrebbe porvi rimedio non  lo voglia capire. Certo c’è di mezzo una crisi internazionale, c’è di mezzo una caduta di crescita, ma c’è anche un’ottusa mancanza di elaborazione politica, interna al nostro Paese, capace in qualche modo di sciogliere i nodi di un’augurabile convergenza delle culture della solidarietà. Ne viene che i leader che si rifanno ai padri della sinistra storica guardino indietro ai percorsi dell’egemonia tradizionale e gli eredi del cattolicesimo democratico sognino ancora un contenitore non più proponibile. E così invece di convergere si scompaginano le possibilità residue di promuovere il progetto di solidarietà. Siamo ancora in tempo? Forse, ma con tanta buona volontà e significativa elaborazione progettuale.