Le foibe a Fiume e a Trieste
Credere nel rapporto di causa-effetto tra i crimini dell’esercito italiano e le foibe croate, è un errore.
La prova è persino ovvia: il comportamento criminale del nostro esercito (atroce: uccisione anche di donne e bambini, stupri, violenze, incendi di interi villaggi) avvenne nei paesi dell’interno. Le foibe invece riguardarono soprattutto le città di Trieste e di Fiume.
In Istria le foibe sono cavità carsiche profonde fino a 220 metri. Gli eccidi avvennero in due momenti: nel settembre del 1943 e nel giugno 1945. Nel primo gli studiosi, anche di parte croata, hanno ipotizzato 500 tra uccisi e dispersi, provocati dall’insurrezione popolare dopo l’8 settembre: podestà, gerarchi fascisti, proprietari terrieri, altri fascisti più presunti che veri. Nel secondo periodo furono gettati nelle foibe, morti e vivi, anche donne e bambini, dai partigiani croati, dotati di una propria polizia politica (l’OZNA), per primi i comunisti italiani e i membri del CLN che si opponevano all’annessione dell’Istria alla Croazia.
Togliatti aveva firmato un patto con Tito, benvisto anche dagli USA in funzione antisovietica. Quello dei partigiani jugoslavi patrioti è un mito privo di fondamento, e ciò che accadde dopo la morte di Tito lo conferma. Certo combatterono valorosamente i tedeschi, ma erano tutti, tranne gli sloveni, delle bestie assetate di sangue, analfabeti e feroci. Dopo il 1945 il Governo Italiano si accodò alla vergognosa rimozione dei crimini commessi sia dal nostro esercito sia da quello croato, ubbidendo agli ordini degli USA.
L’identificazione e la catalogazione dei morti appare complessa. Vi furono patrioti italiani, proprietari di case, di negozi, funzionari degli Enti locali, dipendenti pubblici, vigili urbani, carabinieri, sacerdoti, civili. A pochi km da Trieste, le foibe di Basovizza e di Monrupino contano più di 2.000 morti ciascuna. Sono state ritrovati, talvolta per caso, cadaveri in altre 36 foibe. Il totale non si saprà mai. La stima potrebbe avvicinarsi ai 10.000.
La fonte prima di queste informazioni è il corposo e documentato studio di padre Flaminio Rocchi (nato a Pola, laureato in Lettere e Storia presso le università di Lovanio e di Bologna, dirigente per 40 anni dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia con sede a Roma nel quartiere giuliano-dalmata, che ha creato un archivio importantissimo) “L’esodo dei 350mila giuliani fiumani e dalmati”, pubblicato da Difesa Adriatica, Roma, 1971, 2° edizione.