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Che il jazz di matrice nord europea fosse di tuo gradimento, lo avevi già intuito attraverso la dipendenza acustica maturata dall’ascolto delle note progressive del pianoforte accarezzato da Esbjorn Svensson assieme ai suoi compagni gni di avventura Dan Berglund e Magnus Ölström nel compianto Esbjorn Svensson Trio. Se poi uno come te si trova sabbaticamente a Copenhagen durante il “Vinter Jazz Festival 2020”, si creano una serie di circostanze che probabilmente ti spingeranno ad assistere a concerti strepitosi, sia per i contesti intimamente conviviali che per il tasso tecnico ed empatico espresso dai musicisti coinvolti. Di conseguenza cominci a girare a vanvera per le silenziose strade della capitale danese barcollando in stato di ebbrezza acustica e, disegnando un percorso surreale alla Escher, ti ritrovi davanti ad un negozio di vinili e cd, uno di quei negozi che sembrano essere stati allestiti in tempo reale dagli angeli per soddisfare la tua necessità fisica di portarti qualcuno di quei magici istanti con te. Alzi la testa, guardi l’insegna che reca la scritta “Jazz Cup” e non vuoi credere ai tuoi occhi ma, visto che in precedenza non hai voluto credere alle tue orecchie, affronti il cigolio della porta di legno ed entri: la prima cosa che ti colpisce è il profumo delle copertine dei vinili usati, non lo sentivi da anni ed è come ritrovare un vecchio amico dopo averlo perso per strada tempo fa.

Non se la prendano i digitalizzatori seriali, ma il supporto fisico ha un impatto viscerale sovrumano e sebbene si tratti di un’obsoleta visione del produttivismo dissennato, il compromesso sarebbe possibile concedendo ad ogni artista, oltre ai canali digitali, la possibilità di stampare un massimo di mille vinili e tremila cd. Basta che ne rimanga uno per te da stringere al petto nelle notti di malinconia.

Chiacchierando con il proprietario del negozio, ovviamente dopo aver diggato come ai vecchi tempi la quasi totalità degli scaffali, impari poi che nelle “segrete” del Jazz Cup, ovvero al piano interrato, c’è una sala dove domani si terrà un esibizione collegata al suddetto festival, ma tu domani parti per proseguire il tuo itinere divincolatorio ed implodi una sorta di bestemmia autoreferenziale. Allora parli con lui di musicisti italiani, parli della scena di Copenhagen, parli di come il mercato musicale sidestream (quando non mi sovviene una parola ho il vizio di neologizzare…visto?) si stia riprendendo alla grande dopo aver lasciato da parte vittimismi fuori luogo e, soprattutto dopo aver disintermediato il più possibile il rapporto musicista – spettatore. Ad un certo punto capti la precisione del momento e dopo avergli fornito le coordinate dei tuoi gusti, gli chiedi un consiglio per acquistare un cd di jazz danese di livello. Lui si china dietro il banco, comincia a scartabellare decine di cd in ordine soggettivo, non vedendolo più riemergere sei incerto se far partire le ricerche, ma è proprio in quell’attimo che si ridesta e rimettendosi a posto i capelli scompigliati e gli occhiali perpendicolarizzati, ti tende con la dolcezza che solo chi ama la musica può avvertire, il cd dello Snorre Kirk Quartet with Stephen Riley “Tangerine Rhapsody” e aggiunge “è questo” come se tu gli avessi domandato quel preciso album, album di cui scriverai abbondantemente domani, perchè non vorresti che troppa goduria porti ad idealizzazioni illusive della solita vita da intossicati di brutturie.

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