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Avv. Marina Ottazzi: L’ISTITUTO DELLA CITTADINANZA ITALIANA

Avv Marina Ottazzi via Trotti 38 Alessandria Studio legale con collab 

Cel. 335 6175994.  0131 484632 avvocatomarinaottazzi.it

Alessandria: Il termine “cittadinanza” indica il rapporto tra un individuo e lo Stato di appartenenza; rappresenta uno status al quale l’ordinamento giuridico ricollega il godimento dei diritti civili e politici. In Italia il moderno concetto di cittadinanza si sviluppa a partire dal momento della costituzione dello Stato unitario ed è attualmente disciplinato dalla Legge 5 febbraio 1992 n. 91 e relativi regolamenti di esecuzione (DPR 12 ottobre 1993 n. 572 e DPR 18 aprile 1994 n. 362).

La cittadinanza italiana normalmente si acquista con la nascita:

iure sanguinis, se si nasce o si è adottati da cittadini italiani (anche se è cittadino italiano uno solo dei genitori);

iure soli, se si nasce in territorio italiano e i genitori sono apolidi o ignoti o non possono trasmettere la propria cittadinanza secondo la legge dello Stato di provenienza, oppure se si nasce in territorio italiano da genitori stranieri risiedendo legalmente ed ininterrottamente in Italia dalla nascita fino al raggiungimento della maggiore età (in questo ultimo caso il soggetto deve dichiarare di voler acquistare o meno la cittadinanza italiana entro un anno dal raggiungimento della maggiore età).

In alternativa, la cittadinanza si può acquisire a seguito di una manifestazione di volontà: può, infatti, essere richiesta dallo straniero non comunitario che risiede in Italia da almeno 10 anni ed è in possesso di determinati requisiti – tra cui, in particolare, reddito sufficiente al sostentamento, assenza di precedenti penali, assenza di motivi ostativi per la sicurezza della Repubblica (non è necessario avere commesso dei reati della specie, ma è sufficiente essere stati segnalati per comportamenti altamente sospetti in ordine alla sicurezza dello Stato). Numerosi sono i casi per i quali il periodo di residenza occorrente è inferiore: 3 anni per lo straniero di cui il padre o la madre o uno degli ascendenti in linea retta di secondo grado sono stati italiani per nascita o per lo straniero nato in Italia e ivi residente, 4 anni per il cittadino di uno Stato aderente all’Unione Europea e 5 anni di residenza legale successivi all’adozione per lo straniero maggiorenne o al riconoscimento dello status per l’apolide o il rifugiato politico; non è previsto il requisito della residenza per lo straniero che ha prestato servizio anche all’estero per lo Stato Italiano per almeno cinque anni.

Dal momento che la concessione della cittadinanza è un provvedimento discrezionale – non esiste, cioè, alcun obbligo di soddisfare la richiesta da parte dell’Autorità cui questa viene rivolta – situazioni quali, ad es., una querela rimessa o un piccolo precedente penale possono essere considerate sintomo di un atteggiamento asociale o di una scarsa integrazione nel contesto di appartenenza, e contribuire al rigetto della richiesta stessa.

La residenza stabile in Italia può essere sicuramente dimostrata in base alle risultanze anagrafiche, ma è possibile utilizzare allo scopo qualsiasi altra documentazione idonea (p. es., bollette di fornitura di luce / gas, contratto di affitto).

Si può diventare cittadini italiani, sempre facendone richiesta, anche a seguito di matrimonio con un cittadino italiano. In tale ipotesi è necessario aver risieduto legalmente in Italia per almeno 2 anni dopo il matrimonio (termine ridotto della metà in presenza di figli nati o adottati dai coniugi – se si risiede all’estero occorre attendere 3 anni, termini ridotti alla metà in presenza dei figli); il matrimonio deve essere valido ed il vincolo coniugale attuale nel momento dell’adozione del decreto; infine è parimenti indispensabile che non sussistano precedenti penali per delitti contro la personalità dello Stato o per i quali sia prevista una pena non inferiore nel massimo a tre anni di reclusione, sentenze di condanna da parte di un’Autorità giudiziaria straniera ad una pena superiore ad un anno per reati non politici, oppure motivi ostativi per la sicurezza della Repubblica.

E’ inoltre possibile che la cittadinanza venga concessa con Decreto del Presidente della Repubblica per meriti speciali allo straniero che abbia reso eminenti servizi all’Italia, o quando ricorra un eccezionale interesse dello Stato; l’avvio della procedura non richiede un atto di impulso del soggetto interessato, ma necessita di una proposta avanzata da enti, personalità pubbliche o associazioni che comprovino una diffusa valutazione circa la sussistenza dei requisiti previsti dalla legge in capo all’eventuale destinatario; è comunque sempre necessaria la dichiarazione di assenso dell’interessato all’acquisto della cittadinanza.

Infine, il riconoscimento della cittadinanza italiana può avvenire anche in base a leggi speciali (L. 14 dicembre 2000 n. 379 per le persone nate e già residenti nei territori dell’ex Impero austro-ungarico e ai loro discendenti; L. 8 marzo 2006 n. 124 per i connazionali residenti dal 1940 al 1947 in Istria, Fiume e Dalmazia e per quelli residenti sino al 1977 nella zona B dell’ex Territori

L’acquisto della cittadinanza italiana non determina la perdita della cittadinanza originaria (né viceversa: è ammessa, difatti, la c.d. “doppia o tripla cittadinanza”) a meno che lo Stato di provenienza (o acquisizione) non imponga la scelta.

Diversa cosa è la cittadinanza europea: essa non rappresenta un vero e proprio status che si acquisisce. Ogni cittadino di un Paese membro della UE, oltre alla cittadinanza del paese di origine, gode anche della cittadinanza europea. Secondo la testuale dizione del trattato di Maastricht (TUE), è cittadino dell’Unione chiunque abbia la cittadinanza di uno Stato membro.

La cittadinanza dell’Unione europea comporta una serie di norme e diritti ben definiti, che si possono raggruppare in quattro categorie:

• la libertà di circolazione e di soggiorno su tutto il territorio dell’Unione;

• il diritto di votare e di essere eletto alle elezioni comunali e a quelle del Parlamento Europeo nello Stato membro di residenza;

• la tutela da parte delle autorità diplomatiche e consolari di qualsiasi Stato membro in un paese terzo nel quale lo Stato di cui la persona in causa ha la cittadinanza non è rappresentato;

• il diritto di presentare petizioni al Parlamento europeo e ricorsi al mediatore europeo.

Il primo passo necessario per ottenere la cittadinanza italiana è costituito dalla presentazione della richiesta di cittadinanza, che); la pratica, una volta inviata, viene inserita in un sistema interattivo al quale accedono in contemporanea tutti i vari organi che si occupano del procedimento.

Il primo controllo che viene effettuato è un controllo di formalità sui documenti presentati (Prefettura), quindi ha inizio l’iter di formazione del procedimento: i documenti vengono inseriti in un fascicolo elettronico di modo da consentire l’istruttoria durante la quale vengono effettuate le verifiche sulla documentazione presentata, acquisiti pareri dai vari organi coinvolti e raccolte informazioni e dati, effettuate le indagini riguardo la residenza effettiva del richiedente, il suo nucleo familiare, il grado di integrazione, la sicurezza, le fonti di reddito, la conoscenza della lingua italiana e via dicendo; a completamento delle indagini, le Forze di Polizia provvedono ad effettuare controlli sulla condotta del richiedente cittadinanza e dei suoi familiari: è sulla base delle informazioni ottenute durante questa fase che il Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione – Direzione Centrale Cittadinanza – del Ministero dell’Interno valuterà se concedere o meno la cittadinanza.

La valutazione del grado di integrazione si basa sulla sufficiente conoscenza dei principi dell’ordinamento giuridico italiano – che emergono per mezzo di semplici domande effettuate dalla polizia durante il colloquio – e sulla valutazione della posizione lavorativa e reddituale dell’istante: è dunque necessario che il richiedente porti con sé tutta la documentazione inerente il proprio reddito e quello di ogni membro della famiglia convivente e che specifichi se l’alloggio nel quale risiede – che deve essere adeguato al nucleo familiare – sia di sua proprietà o sia nella sua disponibilità in ragione di un contratto di locazione.

È richiesta, inoltre, un’adeguata conoscenza della lingua italiana (almeno livello B1).

Dal 1° giugno 2012 la cittadinanza per matrimonio viene decretata direttamente dalla Prefettura, sempre che nel corso dell’istruttoria non emergano elementi ostativi inerenti la sicurezza della Repubblica, caso in cui la competenza torna al Ministero dell’Interno (questa ipotesi rappresenta l’unico caso in cui l’ottenimento della cittadinanza costituisce un diritto soggettivo e non un interesse legittimo).

Il secondo passo dell’iter di concessione della cittadinanza si svolge presso il Ministero della Giustizia: qui viene rilasciato il rapporto del Casellario Giudiziale, che riporta non solo le condanne eventualmente subite dal richiedente ma anche una informativa sui suoi trascorsi penali e sui carichi pendenti, pure se minimi; tutti questi dati vengono trasmessi direttamente per via telematica dal Tribunale competente.

L’ultima fase del procedimento è costituita dal parere del Dipartimento della Pubblica Sicurezza: questo, all’esito dell’esame di tutti i dati raccolti e di quelli che gli vengono forniti dalla Direzione Centrale della Polizia Criminale, che dipende dal Dipartimento stesso, emette un parere nel quale determina se il richiedente cittadinanza italiana possa o meno essere considerato un pericolo per l’ordine pubblico o per la sicurezza dello Stato; con questo parere termina l’istruttoria e la pratica passa al Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione – Direzione Centrale Cittadinanza – del Ministero (fase valutativa) il quale, a seconda di quanto è emerso durante la fase istruttoria, può in alternativa:

– richiedere ulteriori indagini nel caso vi siano dei dubbi;

– predisporre il decreto di diniego della cittadinanza qualora siano emerse criticità per lo Stato o la documentazione fosse carente dei requisiti di legge;

– sentito il Consiglio di Stato, predisporre il decreto di concessione della cittadinanza ai sensi art. 9 L.91/92, che deve essere inviato alla firma del Presidente della Repubblica.

Completato così il procedimento di formazione, il decreto viene trasmesso alla Prefettura per la notifica all’interessato: da questo momento ci sono 6 mesi di tempo per prestare il giuramento presso il Comune di residenza pena l’inefficacia del provvedimento (l’acquisto dello status decorre dal giorno seguente il giuramento).

Il termine per la definizione del procedimento è di 48 mesi dalla data di presentazione della domanda, decorso inutilmente il quale l’interessato può rivolgersi al Tribunale Civile del luogo ove risiede per chiedere una sentenza che accerti la cittadinanza (il termine è stato modificato di recente, ma con effetti retroattivi: si applica, cioè, anche alle richieste già pendenti al momento dell’entrata in vigore della modifica). L’eventuale rifiuto di concessione della cittadinanza deve essere anticipato dal preavviso di rigetto ai sensi dell’art 10 bis della legge 241/90 (comunicazione dei motivi ostativi all’accoglimento dell’istanza), in difetto del quale l’interessato riacquista la possibilità di integrare la documentazione mancante o presentare eventuali elementi utili al perfezionamento dell’istanza.

In caso di preavviso di rigetto ex art. 10 bis L. 241/90, l’Amministrazione comunica al richiedente la propria intenzione di respingere l’istanza invitandolo a presentare alla stessa Amministrazione una memoria scritta entro 10 giorni. Vi è dunque la possibilità di avviare un dialogo tra la P.A. procedente ed il soggetto istante prima che il procedimento addivenga alla fase strettamente decisoria, e se le argomentazioni presentate dall’istante risultino fondate l’amministrazione procedente potrebbe rivedere il proprio orientamento e decidere anche di concedere la cittadinanza. La possibilità di interloquire con la P.A. prima del rigetto dell’istanza costituisce inoltre una forma di tutela endoprocedimentale, anticipata rispetto al ricorso giurisdizionale avverso il provvedimento negativo, che potrebbe portare ad un esito favorevole all’istante in tempi decisamente più brevi e a costi inferiori. In ogni caso, la presentazione “per iscritto di osservazioni, eventualmente corredate da documenti” è essenziale per dimostrare di non aver manifestato, in nessun modo, acquiescenza rispetto al provvedimento di diniego preannunciato dall’Amministrazione e insieme per rimarcare una ferma motivazione ad ottenere la cittadinanza.

La cittadinanza viene revocata ai colpevoli di reati con finalità di terrorismo. La revoca della cittadinanza è adottata con Decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Ministero dell’Interno, entro tre anni dal passaggio in giudicato della sentenza di condanna.

Nel caso in cui, invece, si arrivi al provvedimento di diniego della cittadinanza italiana si può proporre ricorso al TAR del Lazio – sede di Roma – perché accerti se la Pubblica Amministrazione, sulla base degli elementi acquisiti, abbia o meno provveduto correttamente nel respingere l’istanza (la competenza del TAR del Lazio è stata affermata dal Consiglio di Stato in quanto il ricorso investe un atto – diniego di conferimento della cittadinanza italiana – emesso da una Autorità centrale dello Stato ed avente efficacia erga omnes e sulla base di principi rilevanti per la collettività nazionale in cui tale soggetto aveva chiesto di inserirsi – decisione 2561 del 24/04/2009).

Il precedente Parlamento aveva discusso un testo di modifica della legge attualmente in vigore che prevede il c.d. “ius soli temperato”:

– i bambini figli di stranieri che nascono in Italia acquisiscono la cittadinanza se almeno uno dei due genitori “è residente legalmente in Italia, senza interruzioni, da almeno cinque anni, antecedenti alla nascita” o anche se uno dei due genitori, benché straniero, “è nato in Italia e ivi risiede legalmente, senza interruzioni, da almeno un anno” – la cittadinanza italiana verrebbe assegnata automaticamente al momento dell’iscrizione alla anagrafe;

– i minori nati in Italia senza questi requisiti e quelli arrivati in Italia sotto i 12 anni potranno ottenere la cittadinanza se avranno “frequentato regolarmente, per almeno cinque anni nel territorio nazionale istituti scolastici appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale idonei al conseguimento di una qualifica professionale”;

– i ragazzi arrivati in Italia tra i 12 e i 18 anni, infine, potranno avere la cittadinanza dopo aver risieduto legalmente in Italia per almeno sei anni e aver frequentato “un ciclo scolastico, con il conseguimento del titolo conclusivo

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