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Archivi aperti su Pio XII, Agostino Pietrasanta

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Domenicale ● Agostino Pietrasanta

Alessandria: Il 2 marzo prossimo si renderanno definitivi i lavori per la consegna e la pubblicazione degli archivi  vaticani sul periodo dell’ultimo pontificato piano. Ovviamente ne conseguiranno dei lavori molto complessi di ricerca e di studio sulla relativa copiosa documentazione cui si impegneranno esperti di discipline avvertite e cospicue; i relativi risultati saranno disponibili in tempi non brevi.

Basterebbe tale ovvia considerazione per evitare da parte di tutti ogni pregiudiziale apologetica o, tanto più accusatoria sui comportamenti di Pacelli, e soprattutto bisognerebbe evitare di restringere un periodo che si ferma alle soglie di un Concilio di svolta, ai soli anni della guerra. Purtroppo il problema dei cosiddetti “silenzi” di Pio XII sullo sterminio degli Ebrei ha sempre condizionato un giudizio storico che si è fermato agli anni della guerra, mentre, nella realtà,  il “dopo” evidenzia connotati essenziali per la vita della Chiesa, ma anche per la rilevanza di una presenza che ha condizionato scelte importanti delle svolte di modernità. Dico in premessa che non affronterò i problemi connessi alle condizioni politiche italiane; mi limiterò a pochi cenni sul registro magisteriale di Pacelli per poi ritornare al comportamento della S. Sede in occasione del rastrellamento nel ghetto romano, avvenuto il 16 ottobre del 1943, dal momento che c’è già chi ha messo le mani avanti, prima ancora di ogni verifica, per dichiarare che il papa nell’occasione, fu del tutto assente.

Potrei sbagliarmi e ne chiedo preventivo perdono ai miei affezionati censori, ma io ho  maturato negli anni la convinzione che Pacelli, alla fine del conflitto, si fosse convinto della scarsa incidenza della diplomazia nei rapporti con gli Stati, ma anche negli interventi sulla complessità di un fenomeno sociale di scristianizzazione in atto. Può sembrare affermazione provocatoria, a fronte di una vulgata che definisce il carattere diplomatico del pontefice, ma personalmente non vedrei il perché di una novità nel percorso di Pio XII che ha introdotto un magistero generalizzato su tutte le questioni in agenda nella vita della società, se non nella constatazione che il carattere diplomatico era fallimentare. Raccontava Tardini, suo collaboratore per i rapporti con gli Stati, che si trovò a constatare sul tavolo del papa una pila di libri riguardanti il gas; stupito ne chiese il motivo. Si senti rispondere che era in agenda un’udienza a operatori del settore e toccava a Lui, pontefice e maestro della Chiesa affrontare le questioni connessi e conseguenti sul piano morale. Episodio significativo sia pure nella sua scarsa rilevanza; il fatto è che Pio XII per almeno un decennio dal 1946, sentì urgente la responsabilità della Chiesa “maestra dei popoli e delle nazioni”. Su tutte la questioni tentò di rispondere e orientare: la scuola, la famiglia, il lavoro, la morale sessuale e la paternità responsabile furono oggetto di una “angosciata” presenza di magistero. Su tutto questo si sa parecchio, ma l’accesso alla documentazione ulteriore sarà tanto più proficuo quanto più rispettoso.

Ancora. C’è già chi ha messo le mani avanti nel definire una rigidità dottrinale che fa parte della vulgata corrente. Per certi aspetti sarà anche da valutare una componente di radicato tradizionalismo nella Chiesa del periodo; tuttavia stiamo attenti alle ideologie di qualsiasi provenienza. Prima vediamo cosa esce dagli archivi, ma ci sono episodi di straordinaria incidenza che potrebbero mettere in mora proprio le vulgate. Lasciamo stare le novità introdotte sul digiuno eucaristico, lasciamo da parte gli interventi più diversi sulla celebrazione vespertina dell’Eucarestia, veniamo invece a un richiamo sulle scelte in campo missionario. Da tempo la Chiesa si era smarcata dalle vicende del colonialismo; soprattutto dai tempi di Benedetto XV (Giacomo Della Chiesa) con la “Maximum Illud” aveva affrontato il difficile nodo dei rapporti missione/colonialismo e aveva creato degli episcopati indigeni anche attraverso le scelte in campo missionario di Pio XI (Achille Ratti). Pacelli percorre una strada anche più impegnativa: mette a disposizione delle Chiese dei popoli in via di sviluppo le risorse delle Chiese locali europee; con la “Fidei Donum” promuove, tra l’altro, l’invio di sacerdoti del continente antico, alle dipendenze dei vescovi indigeni. Il passo resta fondamentale perché richiama il ruolo delle Chiese locali, secondo un’ecclesiologia che verrà a piena maturazione solo col Concilio Vaticano II.

Vengo brevemente all’episodio del Ghetto romano; anche qui c’è chi mette le mani avanti e afferma l’assoluta indifferenza dimostrata da Pio XII. Alcune cose già smentiscono, ora spero si faccia piena luce, ma la cosa non è di facile soluzione. Sicuramente, nella mattinata drammatica del 16 ottobre Pio XII ebbe informazioni sufficienti per capire ciò che stava accadendo e fece convocare l’ambasciatore tedesco presso la S. Sede dal segretario di Stato Maglione, il quale allertò per il tramite diplomatico, sulle possibilità che Pio XII potesse arrivare, qualora non fossero cessate le razzie, a una condanna esplicita e specifica dei comportamenti nazisti, nei confronti degli Ebrei. Aggiunse anche (sempre Maglione) che fino a quel momento le proteste avevano seguito un registro di diplomatica (e io dico, purtroppo) prudenza. Da quel momento, al netto della razzia in corso, non ci furono altre deportazioni generalizzate da Roma. Se ci sia un rapporto di causa effetto, se quanto fatto sia stato sufficiente, tutto può comportare diverso orientamento e plurale giudizio; ma dal giudizio di varia opinabilità all’affermazione che nulla è stato fatto mi pare ci sia da distinguere. Alla fine vedremo se sul tutto, gli archivi diranno di più, di meglio e di definitivo.