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Centristi, al centro o centrali?, di Carlo Baviera

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Alessandria: Pur essendo tutti attenti all’evolversi degli aspetti sanitari relativi al virus Covid-19 e alle direttive emanate da Governo e Regioni, non possiamo evadere o lasciarci deviare riguardo agli aspetti del rinnovamento della politica e dei movimenti per riproporre progetti e metodi che tengano conto della cultura popolare e cattolico-democratica.

Qualche tempo fa mi ha colpito uno scritto di Luigi Lochi sul sito della rete c3dem, il quale interviene sulla questione che, apertasi con il centenario dell’Appello ai Liberi e forti è terminato con quello che viene indicato come “Appello Zamagni”: “da De Gasperi a da Moro il centro non è mai stato considerato come idea statica, immobile nella sua fissità, ma come idea in continuo movimento: un centro che ha voluto sempre guardare verso le istanze della sinistra.

Il centro pensato dalla parte più idealista della DC alludeva ad un modo d’essere della politica fatto di educazione e rispetto per tutti e non di odio o di risentimento; di ragionamento e non di semplificazioni o di slogan. Un modo d’essere della politica che assumeva la moderazione come categoria morale e non tanto come cifra timida delle soluzioni ai problemi della comunità, e che assumeva la mediazione come metodo per la composizione degli interessi in gioco, nella prospettiva della ricerca del bene comune.  In definitiva, il modo d’essere di una politica popolare e non populista, attento a tener conto dei sentimenti della maggioranza, ma con la capacità di ascoltarli, leggerli ed interpretarli e non di farsi guidare, e al tempo stesso attento a preservare l’importante funzione pedagogica all’esercizio della responsabilità politica”.

Riguardo al metodo (la moderazione) e alle finalità (il bene comune, la funzione pedagogica della responsabilità politica, la capacità di ascoltare senza farsi guidare dai sentimenti della maggioranza), ma anche in merito ai contenuti e alle proposte, mi pare che il documento Zamagni sia pienamente in linea con la storia e la cultura politica popolare; e perciò largamente condivisibile. Dirò di più, anche utile e necessario per rilanciare temi importanti come gli enti locali, le autonomie, la famiglia, una nuova visione del lavoro, tante volte dimenticati dai riformisti di ogni colore. Al di là delle parole e delle promesse; un po’ come la cultura e l’istruzione, di cui si parla molto ma nei bilanci si individua poco come risorse.

Cos’è allora che mi ha colpito dello scritto? I passaggi che si riferiscono al “centro”: perché in fondo, almeno dai commenti di alcuni aderenti al documento, si intuisce che la distinzione dalla destra e dalla sinistra sia in fondo anche utile alla ricomposizione dell’area moderata e centrale degli elettori. Cosa auspicata anche da alcuni opinionisti della stampa quotidiana che “tifano” per la ricomparsa di un centro cattolico equilibratore.

Lochi commenta: “la politica esercita il suo dovere collocandosi non in un centro definito lungo l’asse destra-sinistra ma assumendo una posizione centrale rispetto ad un cerchio [..] più che centrista, centrale.  […] Se il centro non è dato una volta per tutte, se non esiste in natura come spazio fisso ma prende consistenza in forme e in contenuti mutevoli, pretendere di rappresentarlo – come esplicitamente vorrebbero i cattolici del Manifesto Zamagni – è l’ennesimo tentativo di piegare la realtà ai propri desideri e come tale destinato a fallire”.

Non sta a me giudicare se le critiche di cui sopra siano fondate e opportune. Mi prendo invece qualche spazio per due brevi riflessioni, non nuove e da altri evidenziate meglio di me. Si continua, un po’ a sproposito a parlare (e confondere) fra cattolici, centro, e moderati: a volte le cose possono risultare (quasi) sovrapponibili, ma i termini indicano realtà diverse; pur se il popolarismo e il cattolicesimo democratico (anche questi non sempre indicano la stessa cosa!) hanno per lunghi periodi rappresentato posizioni e interessi in cui si riconoscevano anche o soprattutto i moderati e i centristi.

Perciò se è legittimo, soprattutto con una legge elettorale proporzionale, per i credenti (singoli o in gruppo) assumere posizioni politiche, aderire o formare movimenti partitici con riferimenti ampi alla Dottrina Sociale e ricollegandosi ad una storia importante, ciò non deve portare a spacciare una nuova esperienza che si definisce popolare come strumento di ricomposizione dei cattolici. Se è proposta laica e non confessionale, va giudicata per i programmi, la visione sociale, le eventuali alleanze.

Allo stesso modo però ci può essere chi, pur senza dimenticare o tradire i riferimenti storici e valoriali ritenga importante giocare la partita sull’innovazione e su alcune riforme istituzionali (mi pare che grosso modo il nuovo partito di Renzi intenda svolgere questo compito) diventando riferimento non esclusivo del popolarismo.

Oppure si potrebbe pensare da parte di altri che nella fase attuale (lasciamo da parte le convenienze elettoralistiche e le difficoltà a raccogliere consensi) sia utile, anche in considerazione delle nuove questioni come globalizzazione, rivoluzione digitale, clima, migrazioni, denatalità in occidente e bomba demografica in Asia e Africa, Europa da rafforzare, che quanti fanno riferimento ai valori del popolarismo e ad una storia (che pur tra contraddizioni ed errori inizia da Rosmini e Gioberti, passa per Murri, Toniolo, Meda, si definisce in modo più compiuto con Sturzo, si completa con DeGasperi e sviluppa con Dossetti, Fanfani, Moro e Zaccagnini) la quale ha svolto un ruolo importante anche per tenere insieme la nazione, oggi possano operare, senza tradire anzi arricchendo quei riferimenti e quella storia, con forme e modalità nuove insieme ad altre culture politiche. Sia all’interno di un partito comune, sia federandosi ad altre sensibilità e storia, ma soprattutto collocandosi per contenuti, proposte, e desiderio di trasformazione radicale della società nel campo progressista.

E questo è il contrario della collocazione centrista, è il contrario della semplice rappresentanza dei moderati. Ognuna delle tre ipotesi formulate può essere centrale più che centrista. Ma deve saper convincere l’elettorato della bontà delle sue proposte, deve saper toccare la mente il cuore e anche gli interessi concreti dei ceti sociali.

Lochi concludeva il suo articolo, con queste parole: “Per non dire, poi, che riaffermare in ambito politico l’autonomia dei laici credenti dalle posizioni della gerarchia, dopo la lunga stagione clericale imposta dal cardinale Ruini, significa fare i conti anche con il grado di consapevolezza politica del laicato impegnato e dei cattolici anonimi praticanti che non è direttamente proporzionale al grado di maturità della fede”.

Questa è un’altra questione, più volte sottolineata anche in queste pagine; ma conferma che non è sufficiente essere credenti per essere laici adulti e autonomi, capaci di scelte politiche serie perché formati opportunamente e con la capacità di informarsi correttamente e di pensare politicamente.