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Il contagio dell’individualismo, di Agostino Pietrasanta

Domenicale ● Agostino Pietrasanta

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Alessandria: Pochi giorni fa, l’arcivescovo di Torino, commentando le disposizioni restrittive per contenere i rischi di contagio da Codiv-19 (Coronavirus), ha manifestato qualche rispettosa contrarietà e equilibrata irritazione. In particolare ha rilevato il divieto delle messe, mentre i supermercati “rigurgitavano” di clienti alla ricerca isterica dei più diversi generi alimentari: affollamento non certo riscontrabile nelle cerimonie liturgiche ordinarie. L’osservazione di Cesare Nosiglia mi ha suggerito una rapida valutazione di carattere locale e mi sono reso conto che alle messe feriali, di norma si contano le presenze con le dita di una mano; almeno nella nostra Chiesa solo nel mercoledì santo (celebrazione crismale), nella festività conclusiva della Madonna della Salve (processione) e in qualche funerale si può parlare di affollamento pericoloso a rischio di contagio e mi sono chiesto se non si possa distinguere, sia pure con tutta la prudenza del caso, imputando alcune relative responsabilità alle autorità civili  e religiose competenti in loco.

Tuttavia ci sarebbe ben altro che, di per sé, non riguarda solo la congiuntura che stiamo vivendo, ma che comunque viene suggerita dagli eventi in agenda. Il fatto è che incredibilmente ci sono parecchi fedeli che prendono atto con fastidio delle limitazioni alle celebrazioni eucaristiche di casa nostra e non si fanno un pensiero al mondo di popolazioni intere prive della comunione che costituisce il culmine dei percorsi della vita cristiana e della liturgia cattolica. Mi è capitato, alcuni giorni fa, di incontrare amici e “fratelli” nella fede che esultavano alla constatazione che nei recenti documenti del papa non si trovano aperture circa deroghe del celibato ecclesiastico almeno in certe zone particolarmente estese e praticamente prive di sacerdoti. 

Stavo pensando, senza ovviamente alcuna riserva sulle decisioni della Chiesa, alla valutazione parziale di documenti (cito soprattutto l’esortazione apostolica sull’Amazzonia) ricchissimi, riducendoli a un paragrafo se non irrilevante quasi marginale; proprio nell’occasione mi è capitata fra le mani la proposta di un vecchio gesuita che consigliava di inviare nei luoghi periferici e privi di sacerdoti tutti i curiali (celibi!) e ordinati “in sacris” nelle regioni summentovate risolvendo così il problema delle celebrazioni di cui masse di fedeli sono prive. Cosa c’entra con le restrizioni nostrane alle celebrazioni di casa nostra? L’ho anticipato: di per sé proprio nulla; tuttavia le “sofferenze”(tra virgolette) di casa nostra ci invitano a pensare a sofferenze(senza virgolette) di casa altrui.

Capita la stessa cosa anche su materie più…profane. Per limitare il contagio si chiudono le frontiere; per la verità qui l’Italia sta muovendosi se non perfettamente, certo meglio di altri; ora resta di tutta evidenza che chiudere le frontiere, a fronte dei processi di globalizzazione è come rincalzare i fossi per contenere le piene del Po. Siamo non solo in condizione di commerci che coinvolgono i mercati e le strade del mondo, ma anche in organizzazioni produttive i cui centri di intervento si collegano a livelli globali; sappiamo benissimo che le “unità” produttive” sono in gran parte, superate dagli eventi. 

E dunque, quanto possiamo ancora tollerare, indipendentemente dalla congiuntura Coronavirus che le paure del diverso ci inducano a chiudere le frontiere? Ci sono materie in cui necessita un governo del mondo e noi non sappiamo neppure pensare a un governo dell’Europa adeguato alla domanda dei mercati, della produzione e delle fruizioni di cultura dal momento che le derive dell’individualismo hanno contagiato con gli egoismi diffusi molte opportunità di collaborazione. Forse ci penseremo quando ne subiremo devastanti conseguenze.