9788898860180_0_0_455_75

Oppio del popolo, di Gianni Castagnello

https://appuntialessandrini.wordpress.com

Alessandria: Scrivo di un libro abbastanza recente, non tanto per farne una recensione, quanto per riportarne alcune idee che interpellano chi nella scuola o in altri ambiti si occupa di cultura e chi riflette sul rapporto tra i mutamenti culturali, i comportamenti sociali  e la formazione del consenso politico nel nostro paese.

Il titolo è “L’oppio del popolo” l’autore: Goffredo  Fofi , che lo ha pubblicato per “elèutera” nel luglio 2019.

L’autore, nato nel 1937, vanta una lunga militanza come animatore di riviste, critico cinematografico, teatrale e letterario, mosso sempre dall’attenzione verso i diseredati, a partire dalla giovanile esperienza in Sicilia a fianco di Danilo Dolci, e sempre impegnato nel  proporre una cultura alternativa a quella che lui giudica integrata nel sistema economico politico.

L’evocazione del titolo “l’oppio del popolo” è a tutti nota: Karl Marx definì in questo modo la religione in un  saggio giovanile sulla filosofia del diritto di Hegel.

Nel suo pamphlet l’autore non rinnova l’attacco alla religione, della quale anzi riconosce le potenzialità di liberazione umana, registrandone però la debolezza di fronte alla deriva consumistica della società e  ai poteri globali. Declinata la religione o almeno la sua presa sulle coscienze nella società occidentale, il nuovo “oppio del popolo” è la cultura, una cultura che è prima di tutto un settore economico in crescita che, con i servizi collegati, in Italia raggiunge circa il 17% del PIL, con più di  400 mila addetti, senza contare gli insegnanti, impegnati nell’editoria, nella produzione di spettacoli, festival, mostre e altre iniziative, e che offre i suoi prodotti al consumo di massa, dando ai fruitori conferme della loro sensibilità e del  loro gusto , senza una effettiva messa in discussione di quella realtà esistente che Fofi giudica ingiusta, oppressiva per l’uomo, da combattere e cambiare.

I produttori di cultura, i nuovi intellettuali, tradiscono non già perché mettono le loro intelligenze a servizio di un’ideologia, abdicando al compito di rappresentare i valori e le istanze universali dell’uomo, come denunciò negli anni venti Julien Benda, bensì perché rinunciano al pensiero critico, all’arte come ricerca, alle indagini sociali coraggiose, e privilegiano la notorietà mediatica,  la fluidità brillante della  comunicazione che piace al pubblico colto e garantisce audience.

L’autore usa espressioni forti – proprie del pamphlet – per denunciare questa mutazione della cultura, insinuando il dubbio che sia “oggi, lo strumento privilegiato del dominio, lo strumento di cui il potere si serve per asservirci, per farci accettare l’inaccettabile” (p. 17), paragonando la scrittura e la lettura a “droghe … grazie alle quali si può diventare certamente più intelligenti ma anche, e pericolosamente, più acquiescenti all’andamento del mondo così come lo guidano i potenti, diventandone passivamente complici” (p. 71)

I termini “dominio”, “potere”, asservimento” e certi giudizi trancianti e apodittici sparsi nel libro (“la pubblicità è il fascismo del nostro tempo” p. 59, “Oggi gli intellettuali attaccano l’asino dove vuole il padrone” p. 106), rimandano a quella cultura di opposizione e di lotta, incline a intrecciare socialismo e radicalismo cristiano, che ha visto Fofi tra i suoi protagonisti a partire dagli anni sessanta.

Un protagonista con un’idea precisa di che cosa dev’essere la cultura: “Se il verbo non si fa carne, cioè presenza e intervento nella storia per renderla migliore, per riscattarne la tragedia, è grande il rischio che rimanga inerte chiacchiera, ciarla, evasione. E, a ben guardare, colpa.” ( p. 71).

C’è un’indubbia enfasi, che si aggiunge alla schematicità di certi giudizi e a una inclinazione apocalittica dichiarata, ma è questa denuncia della cultura ridotta a comunicazione, spettacolo e in sostanza chiacchiera piacevole e rassicurante a non lasciare indifferente chi legge il libro;  ed è sull’ idea di cultura come impegno per migliorare la vita e combattere il male  che non si può non convenire con lui.

L’ultimo capitolo del libro ha un altro titolo evocativo: “Che fare?”, assidua domanda posta da chi, analizzato lo stato delle cose, trovandolo insoddisfacente, voglia cambiarlo.

L’autore, che dichiara di non avere nessuna speranza nella politica italiana, “corrotta nell’intimo” (p. 73), dopo” la scomparsa di un popolo e la  morte per suicidio della sinistra” (p. 164) non può fare a meno di concludere evocando un ritorno alla politica che, a fronte del pessimismo sull’esistente più volte ribadito, nasce soltanto dalla volontà che non vuole soggiacere alla disperazione del nichilismo edonistico  e ripropone quelli che sono stati i motivi forti dell’impegno intellettuale di Fofi: la cultura come conoscenza rivolta all’emancipazione dei poveri, il radicalismo etico, l’imperativo di condurre una lotta non violenta, di ispirazione gandhiana, contro il potere, la fiducia nell’azione delle minoranze.

In sintesi, c’è una vena discutibile di romanticismo utopistico  nel libro; merita però di essere apprezzata  la forza e l’acutezza della critica rivolta a un sistema culturale che tante volte fa venire in mente anche a chi scrive un grande apparato di intrattenimento narcisistico e  distrazione collettiva. C’è poi  la passione per la giustizia e la dignità dei poveri che sostiene la nostalgia e l’evocazione di una cultura di impegno e di lotta, del noi e non dell’io,  che – afferma l’autore -avrebbe bisogno per rinascere di un nuovo Ignazio che formò e “mandò per il mondo  giovani preparati a intervenire nella novità del tempo” (p. 119). Esigenza che nella sua formulazione generale ci sentiamo di condividere, aggiungendo che questa nuova cultura, per non essere velleitaria e schiantarsi al contatto con la “novità del tempo” ha bisogno, accanto allo slancio della passione, di realismo e concretezza, parole che non sono molto presenti nel vocabolario di Fofi.