La paura

La paura e la lezione che vengono dalla Cina, di Daniele Borioli

Il punto ● Daniele Borioli

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Alessandria: Del Covid-19 si dicono in queste settimane moltissime cose, a cominciare da quelle che riguardano gli aspetti sanitari. Certamente, giorno dopo giorno, appare sempre più evidente come tutti i suoi effetti si collochino nel contesto di quel processo di integrazione economica, sociale e culturale tra le diverse aree del mondo, che dagli anni ’90 del secolo scorso si definisce con il termine “globalizzazione”.

La caduta del “Muro” e la fine della guerra fredda, frettolosamente fatta coincidere da taluni con la “fine della storia”, hanno fornito a noi occidentali il narcotico ideologico necessario a chiudere gli occhi sulle contraddizioni gigantesche che quell’evento pur epocale lasciava aperte. Tra queste, quella del sub-continente cinese, connotato dall’originale abbinamento tra il consoldamento di un regime comunista totalitario, in grado di esprimere una spietata macchina di controllo sociale, e l’accelerata apertura alle dinamiche del capitalismo internazionale.

A più di trent’anni da quel cruciale 1989, quasi più nessuno tra gli osservatori e i protagonisti della politica nazionale, europea e internazionale fa almeno lo sforzo di provare a mettere in relazione i due passaggi cardine che lo segnarono: il 9 novembre, la caduta del muro di Berlino e la rottura definitiva della “cortina di ferro” che separava l’occidente e l’oriente d’Europa; e appena pochi mesi prima, il 4 giugno, giorno in cui fu stroncata nel sangue di un massacro la protesta degli studenti di piazza Tienanmen a Pechino.

L’opaca natura del regime comunista cinese ha sempre impedito di arrivare a una determinazione precisa delle vittime di quella cruenta repressione, che l’ambasciatore britannico dell’epoca quantificò in almeno diecimila. Ciò che è certo, viceversa, è che ancora oggi per i vertici di Pechino la strage fu la decisione giusta: come ha sottolineato ancora pochi mesi fa il ministro della difesa “il governo centrale pose misure decise e questo fu il modo corretto”.

Parole che non suscitano alcun commento di qualche rilievo tra gli uomini di stato del mondo democratico né, ovviamente, danno luogo ad alcuna misura che possa riguardare le relazioni anche solo economiche tra le nazioni da loro governate e il gigante cinese. D’altronde, nella diffusa cattiva coscienza occidentale, il capitolo del “comunismo” risulta essersi chiuso in via definitiva nel dicembre del 1991, con la fine dell’Unione Sovietica e la chiusura di quello che Eric J. Hobsbawn ha chiamato “il secolo breve”

E poco importa che il comunismo abbia continuato e continui a esistere nella sua purissima versione, autoritaria e totalitaria, in quella che è di gran lunga la più popolosa nazione del mondo, nella quale vivono all’incirca un miliardo e mezzo di persone, pari a poco meno del venti per cento dei sette miliardi e settecento milioni che compongono l’umanità complessiva.

Per quanto ricordo, dal 1989 in poi, quando migliaia di studenti italiani ed europei scesero in piazza in solidarietà con gli studenti di piazza Tienanmen, le uniche mobilitazioni di qualche significato, che l’occidente ha riservato al tema dei diritti e delle libertà in territorio cinese, hanno riguardato la figura carismatica del Dalai Lama e la regione del Tibet, dove vivono poco più di tre milioni di persone. Una goccia in quell’oceano immenso di territorio e popolo.

Apparentemente tutto questa dissertazione c’entra poco con l’epidemia in corso, partita dalla Cina e ormai dilagata in molte altre parti del mondo, tra queste l’Italia, particolarmente colpita. Eppure il nesso esiste ed è insediato nelle peculiari caratteristiche che hanno accompagnato l’irruente dispiegarsi del fenomeno “globalizzazione”. Il quale, se da un lato ha portato fuori dalle condizioni di denutrizione, sottoalimentazione e povertà assoluta intere aree continentali e centinaia di milioni di esseri umani, dall’altro ha moltiplicato sino alla soglia dell’intollerabilità le disuguaglianze tra le diverse aree del mondo e, all’interno delle aree più sviluppate, tra i differenti segmenti della popolazione, molti dei quali si sono sentiti scivolare verso il basso della scala sociale rispetto alle posizioni economiche e di status in precedenza occupate.

Concentrazione estrema di ricchezza e potere, attraverso immensi processi di finanziarizzazione e informatizzazione dell’economia, delocalizzazione dei processi produttivi di massa verso le aree del mondo in cui lo sfruttamento del lavoro risulta sgombro dalla presenza di organizzazioni in grado di promuovere e tutelare i diritti sociali; mentre il saccheggio delle risorse ambientali può esercitarsi in un contesto reso ottimale da un controllo politico di stampo autoritario su ogni fermento che possa segnare un’apertura verso le istanze ecologiste ormai diffuse in larga parte del mondo di prima industrializzazione.

La Cina, con il suo sconfinato territorio e con il suo sistema capitalistico di Stato, fondato su una pianificazione programmata e totalmente controllata dal potere politico, in grado di determinare e garantire, al riparo di qualsivoglia dialettica conflittuale, il rapporto tra capitale e lavoro nei processi produttivi, è stata nei decenni che abbiamo alle spalle l’Eldorado per centinaia di imprese occidentali, molte delle quali italiane, che hanno trovato nei processi di delocalizzazione produttiva condizioni di rinnovata competitività. Lo spostamento verso la Cina di molte delle produzioni dello stesso glorioso made in Italy, ha incrociato così, in modo altrettanto massiccio e inverso, i fenomeni paradigmatici dell’invasione cinese nel distretto di Prato o della nuova Chinatown milanese di via Paolo Sarpi.

Per uno dei paradossi che ogni tanto la storia riserva, molti esponenti di quel mondo dell’impresa, avamposto tradizionale sul piano degli orientamenti politici domestici dell’anticomunismo che ha lungamente connotato, e ancora connota, parte significativa dei ceti medi italiani, hanno finito per trovare albergo ai propri legittimi affari proprio nell’unica nazione nella quale il comunismo non solo permane ma porta la propria rinnovata sfida all’egemonia mondiale all’occidente, molto più insidiosa della romantica capsula spaziale di Yuri Gagarin.

La Cina e attraverso di essa il “comunismo” si sono così ricostituiti in potenza al tempo della globalizzazione, scrivendo una nuova storia oltre la “fine della storia”, trascinando l’occidente in una serie macroscopiche conseguenze. Una delle quali, forse la più eclatante, è che grazie all’enorme esercito di riserva di manodopera, senza o quasi senza diritti, esistente in quella nazione, si sono strada facendo depressi diritti e condizioni materiali delle classi lavoratrici europee, costrette a rivedere le posizioni conquistate, sia sotto il profilo del trattamento economico sia nel campo dei diritti di rappresentanza.

Lo sviluppo a doppia cifra dello Stato in cui almeno formalmente il potere appartiene ai lavoratori ha paradossalmente finito per colpire al cuore i lavoratori dei Paesi del capitalismo storico, gettandoli a capofitto in una progressiva retromarcia sul terreno dei diritti, della distribuzione della ricchezza, del ruolo sociale. Su tutto questo, diffusamente, le stesse élites più avvedute del pensiero liberale, tacitate a lungo in casa propria dall’irruenza ideologica del neo-liberismo, hanno da tempo avviato una riflessione profonda e autocritica, che arriva a interrogarsi sul nesso tra la voragine di disuguaglianze cresciuta negli ultimi decenni e la crisi drammatica in cui versano le stesse istituzioni democratiche, europee e nazionali.

L’epidemia del Covid-19 innesca a mio avviso, su questo ceppo di ragionamento, l’esigenza di un ulteriore salto di qualità. Certo, dopo gli anni  passati ad ascoltare la predicazione sovranista e xenofoba delle destre europee, circa il “pericolo di contaminazione”, declinato non senza accenti eugenetici in relazione ai barconi di profughi in arrivo alle nostre coste dal  sud del Mediterraneo, è forte la tentazione di irridere il totale errore di “asse” commesso da Salvini, Meloni, Orban, Le Pen e compagnia cantante. Se c’è un pericolo, arriva da Est e non da Sud, e ci è portato in casa non tanto dalle comunità cinesi che da anni vivono tra noi, quanto dalla fitta dinamica di relazioni commerciali e produttive con la Cina, che hanno per protagonisti tecnici e uomini d’affari, in gran parte riconducibili, almeno per ciò che riguarda l’Italia, alle aree di prima e intensa diffusione del contagio.

Ciò rende particolarmente patetiche, ancorché non meno insidiose, le reazioni xenofobe a caldo che in diversi luoghi e soprattutto in rete si sono prodotte nei primi giorni di emergenza nei confronti delle comunità cinesi o di cittadini cinesi presenti in Italia per svariate ragioni. Così come, sull’altro versante, non possono che destare amarezza le misure che in diversi Paesi del mondo si stanno adottando nei confronti degli italiani, molto spesso su una base del tutto irrazionalmente fondata sul pregiudizio.

E’ invece fondato dire, più seriamente e non senza il massimo possibile della sobrietà di giudizio, che in qualche modo il Covid-19 si colloca a pieno titolo sul versante oscuro della globalizzazione. Insieme alle ineguaglianze, alle devastazioni ambientali, al controllo sistematico della vita di miliardi di persone ingerite dal “grande fratello” sin nel profondo della propria privatissima intimità, al deperimento dei poteri democratici in favore della escrescente potenza delle lobbies finanziarie globali e delle multinazionali, il contagio con cui oggi facciamo i conti ci dice dell’enorme divario che oggi contraddistingue, in un continente quale di fatto è la Cina, la realtà del mercato dalla realtà sociale, a cominciare dagli aspetti che riguardano quel fronte primario per ogni sistema di welfare  che è la salute.

Un articolo dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI), prendendo spunto dalla vicenda dell’influenza aviaria (SARS) evidenziava già a ridosso di quella vicenda la particolare criticità delle condizioni del sistema sanitario cinese, soprattutto nei confronti di quel 60% di popolazione ancora residente nelle campagne, e specificava: “la decentralizzazione e il sottofinanziamento del sistema sanitario hanno seriamente compromesso la capacità di gestire eventuali pandemie infettive… Il sistema sanitario attuale non sembra nemmeno essere in grado di tenere sotto controllo le malattie infettive “più classiche”, che ancora oggi rappresentano un grave problema per la salute pubblica. La Cina è infatti il secondo paese al mondo per incidenza complessiva della tubercolosi….Il sistema sanitario cinese… sembra davvero essere giunto a un punto oltre il quale non è più possibile spingersi e non solo a causa della precaria situazione sanitaria nazionale: con oltre 1,3 miliardi di abitanti, i problemi della Cina sono i problemi di un quarto della popolazione mondiale e gli eventi recenti stanno mettendo ancora una volta in evidenza come le conseguenze di una cattiva sanità possano rappresentare un serio pericolo ben al di fuori dei confini nazionali”.

Ora, è del tutto dubitabile che nel frattempo le condizioni complessive del sistema socio-sanitario cinese abbiano compiuto il salto di qualità  necessario a scongiurare quel rischio. E non è pertanto fuori luogo immaginare che il diffondersi del nuovo “coronavirus” abbia conosciuto un adeguato trampolino di lancio in quel contesto: caratterizzato da un lato dalla sempre più fitta e stretta correlazione con il sistema economico degli scambi globali, di merci e di persone, dall’altro dalla sostanziale, permanente arretratezze del sistema posto a presidio della salute e della prevenzione delle patologie, abbinata alla opacità nell’accesso alle informazioni e conoscenze tipiche di un regime autoritario.

Non sono i cinesi gli untori, ma la falla determinatasi sulla faccia oscura della globalizzazione riguarda inevitabilmente i rapporti determinatisi nei decenni trascorsi tra il turbocapitalismo di derivazione occidentale e il neocapitalismo di stato, guidato dal colosso comunista. Affascinati dalle opportunità di un mercato nuovo verso il quale dare sbocco alle produzioni di eccellenza del made in Italy, allettati dalle frotte di turisti orientali che colmavano le strade, gli alberghi e i musei delle nostre città, ingolositi dalla possibilità di delocalizzare verso il gigante asiatico le nostre produzioni, sfruttando una manodopera a basso costo e senza diritti, liberandoci dei lacci e degli ostacoli costituiti dalla presenza fastidiosa della rappresentanza e dei corpi intermedi, abbiamo perso di vista uno dei canoni più rilevanti del riformismo, che ha strutturato dopo la fine del secondo conflitto mondiale il modello originale del welfare europeo e i tratti essenziali della cosiddetta “economia sociale di mercato”.

Vale a dire l’idea, densa di principi ma praticissima anche a scongiurare esiti imprevisti e non desiderabili dell’interdipendenza economica, per la quale non c’è vero sviluppo: se la crescita economica non è accompagnata da un contestuale sviluppo dei sistemi di protezione sociale, a cominciare da quelli destinati a presidiare la salute delle persone; se i numeri a due cifre dell’incremento del PIL non sono contrappuntati da un sincrono movimento di espansione delle libertà sindacali, politiche e di accesso all’informazione; se non si sa guardare oltre i confini della piazza del mercato, in cui si realizzano gli affari più lucrosi, per scorgere le condizioni di arretratezza e degrado in cui vivono coloro, e in questo caso parliamo di centinaia di milioni di persone, che stanno subito oltre il perimetro.

Non sembri esagerato, ma anche il Covid-19 è, quantomeno alla sua origine, anche una grande questione di “disuguaglianza”. Che potevamo vedere e non abbiamo visto. Oppure che abbiamo visto ma abbiamo deciso non ci riguardasse. Prendersela con la Cina e ancor più con i cinesi sarebbe ora non solo sbagliato ma anche ridicolo. Meglio meditare su noi stessi: per ora facendo quanto possibile per uscire al meglio dall’emergenza e dalla paura, e in futuro per comprendere meglio come evitare di farci del male.

Porte di Pietra 2020: EVENTI DI CORNICE ALLE GARE

il comitato organizzavo dell’evento sportivo Porte di Pietra 2020 comunica di dare possibilità alle realtà locali pubbliche e private della Val Borbera (territorio che ospita l’evento sportivo), di associare GRATUITAMENTE il proprio brand e le proprie iniziative alla manifestazione, che si terrà il 15 e 16 maggio 2020 presso il Palazzetto di Cantalupo Ligure (AL).

Qui di seguito ciò che verrà offerto a coloro che mostreranno interesse a associare la propria identita’ con quella delle Porte di Pietra, evento sportivo di Trail Running che tutti gli anni richiama a partecipare tanti atleti da tutta Italia nazionale e anche dall’estero.

Il desiderio di creare un tessuto di iniziative in collaborazione con le realta’ locali della Val Borbera, nasce dalla volontà di far conoscere il territorio agli atleti e al pubblico che segue l’evento e il Trail Running, con le sue eccellenze, le sue tradizioni e la sua cultura rurale.

Inoltre obbiettivo di questa proposta é promuovere il turismo ecosostenibile e lo sport outdoor sul territorio della Val Borbera, esteso al vasto pubblico che segue la manifestazione sui social durante tutto l’anno.

Cio’ che offriamo é:

1.Video riprese durante la manifestazione con marchio ben visibile e pubblicazione sulle pagine social ufficiali dell’evento durante l’anno successivo alla gara

2. Video intervista con marchio ben visibile e pubblicazione sulle pagine social ufficiali dell’evento durante l’anno successivo alla gara

3.condivisione di max 2 post riguardanti la propria iniziava/progetto sulla pagina Facebook ufficiale dell’evento

4. Spazio dedicato sul palco per presentare dal vivo la propria iniziativa/ progetto

Chiunque fosse interessato ad approfittare di tale opportunità (limitata esclusivamente all’edizione 2020) puo’ richiedere maggiori informazioni scrivendo a portedipietra2020@gmail.com, inviando una presentazione della propria iniziativa/progetto che si intende promuovere all’interno dell’evento Porte di Pietra 2020.

Verranno valutati con maggiore attenzione i progetti e le iniziative legate all’ospitalità turistica, alla valorizzazione della storia e cultura, tradizioni e prodotti tipici del territorio.

Monica Basso