Idoli

Idoli nelle parole di papa Francesco

Domenicale Agostino Pietrasanta

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Tempo addietro, poco meno di un ventennio, mi capitò, per funzioni che esercitavo, di essere convocato, assente il sindaco in ferie, dal prefetto; mi anticipò che la questione era di urgenza inquietante. Dopo alcuni momenti di attesa in compagnia dell’eccellenza laica, galantuomo di grande sensibilità, entrarono tre compassati e freddi personaggi dirigenti di una attività produttiva già fondata da un lungimirante industriale alessandrino; ormai defunto aveva lasciato eredi della sua iniziativa protagonisti di altra pasta. Senza alcuna premessa, né convenevoli che in genere sarebbero di prammatica, comunicarono che avrebbero chiuso con effetto immediato l’attività produttiva perché delocalizzando avrebbero avuto un abbattimento ragguardevole dei costi del lavoro. Ovviamente i lavoratori in numero elevatissimo per un territorio come quello alessandrino, dopo un periodo di cassa integrazione, sarebbero rimasti sul lastrico. Ciò che mi lasciò letteralmente sconvolto non fu solo la notizia, ma soprattutto il tono di distaccata insensibilità con cui ce la buttarono letteralmente in faccia; inutilmente il prefetto supportato dal suo vice (autentico galantuomo anche lui) e da alcune mie povere parole tentò di ragionare, di richiamare diritti di persone impegnate con famiglie e figli minorenni, nulla da fare, il mercato era quello, le regole non lasciavano spazio, ma soprattutto non lasciava spazio la convenienza di stipendi impraticabili da noi. E se ne sarebbero andati in Paesi che poi cominciarono a crescere con due cifre percentuali: almeno fin che durò. In definitiva: l’uomo per il lavoro e non il lavoro per l’uomo!

Vorrei precisare che già in allora ero e anche adesso sono convinto che la globalizzazione e l’apertura dei mercati tanto della produzione quanto dei consumi costituiscano un inevitabile fenomeno dei rapporti oggi possibili a livello mondo, ma proprio per questo sarebbe quanto mai necessaria e urgente una regola possibile solo con un governo del mondo che stabilisca alcune modalità di intervento e alcune procedure di contenimento degli abusi: in soldoni, un mercato organico a un progetto politico. E invece, ma non voglio ripetere ciò che AP va dicendo da tredici anni, non c’è neppure un tentativo di governo politico dell’Europa; anzi in questo caso siamo al disastro e, in questi giorni all’incubo.

Il fatto è che perché la politica compia un passo in direzione coerente in materia, si presupporrebbe un ideale di cultura politica e di solidarietà sociale che invochiamo nella nostra Carta costituzionale, ma che non è mai stato realizzato. Ora, pensavo a questa ultima questione persino distraendomi da ciò che stavo ascoltando, alcuni giorni scorsi. Preciserei che il mattino alle sette seguo la messa di papa Francesco a S. Marta e sentivo il commento del passo biblico (Esodo 32) in cui si dice che il popolo eletto, stufo di aspettare Mosè, si costruì in vitello d’oro e, dimentico di Dio, adorò un idolo.

Francesco propose alcune figure ben precise. Il primo idolo si identifica col primato del consumismo fine a se stesso, il primato dell’avere a scapito di un essere che chiude il cuore alla solidarietà. Il secondo idolo è quello del cuore che fa di ogni essere umano l’adoratore di se stesso, dimentico anche in questo caso di qualsivoglia solidarietà. Infine, dimostrando il coraggio di cui il papa sa porre in essere, si spinse a sottolineare l’idolo dello sfarzo di certi cerimoniali che finiscono per oscurare le celebrazioni del sacramento perché i fiori, gli abiti, gli addobbi, i pranzi e le tavolate si sostituisco o si impongono, togliendo ogni significato ai segni della fede o anche, per chi non dovesse condividerla, ai significati più autentici delle nostre scelte.

E sono idoli che prima o poi si pagano, come si pagano i rapporti a livello mondo quando non siano ordinati e regolamentati secondo primati di natura politica, come si pagano gli effetti di mercati globali quando siano emancipati da qualsivoglia regola.