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Salviamo la vita, l’economia, …. e l’Europa (altrimenti chiudiamola), Carlo Baviera

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Alessandria: La campanella dell’ultimo giro per l’Unione Europea sembra essere arrivata. Nel senso che mancano pochi giorni per capire cosa succederà in futuro.

Prima però partiamo dalle considerazioni di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi i quali il 22 marzo 2020 individuavano ancora spiragli per tenere insieme gli Stati membri. “Già nel 1951, con il trattato che istituì la «Comunità europea del carbone e dell’acciaio» [..] si costruì una prima istituzione europea. [..] Via via che si sviluppava, il processo di unione europea acquisì un altro obiettivo: dare una voce comune e quindi rafforzare il potere contrattuale di Paesi minuscoli”; e continuano ricordando che  il libero commercio tra Paesi piccoli, aperti e vicini fra loro, ha facilitato la crescita. La mobilità delle persone e delle idee ha sanato poco a poco le ferite delle guerre. Il progresso tecnologo è stato favorito dalla collaborazione fra ricercatori e scienziati di ogni Paese “Questa idea (di Europa) rischia di essere distrutta. È il momento di chiedersi se fosse sbagliata in partenza”.  Dopo aver spiegato che, da una recente, ricerca i cittadini europei sono fra loro molto più simili di quanto lo siano fra loro gli abitanti degli Stati Uniti d’America, aggiungono che oggi il Mes è lo strumento giusto per affrontare gli effetti dello choc sanitario comune, per finanziare non solo le spese dovute all’emergenza Covid ma anche le loro ricadute su lavoratori e imprese, poiché non si tratta di correggere “errori” per sforamento di bilancio e mancate riforme. “La difficoltà è che nel Mes i Paesi del nord hanno insistito per avere un diritto di veto e ora potrebbero usarlo per bloccare tutto, ad esempio assoggettando gli aiuti per la pandemia a condizioni che nulla hanno a che vedere con l’emergenza sanitaria. Se prevalesse questa impostazione, come sembrava due settimane fa, con l’infelice conferenza stampa di Christine Lagarde, l’Unione europea avrebbe perso un’occasione e andrebbe dritta verso il suo dissolvimento [..] dopo le insensate parole della Lagarde eravamo assai pessimisti. Ora vediamo spiragli di luce”.

I due studiosi si aggrappano ai fondi stanziati dalla BCE e dalla possibilità concessa allo sforamento dei bilanci, ritenendoli spiragli. E sicuramente è una buona cosa; ma può non essere sufficiente. Ciò che fa più male all’economia, al sistema di welfare, ma soprattutto all’ <europeismo> sono le (per ora) posizioni di chiusura del Governo tedesco e di altri Stati del Nord riguardo agli Eurobond e alle richieste degli Stati più in difficoltà. Queste possono favorire la tesi del <ognuno si salvi da solo> e le tentazioni dell’exit dall’Unione. Sappiamo che fare da soli è un’impresa impossibile (anche il Papa ci ha ricordato “nessuno si salverà da solo, ci salveremo solo tutti insieme”), quindi è necessario fare di tutto, continuare a pressare, mettere in campo da parte di Governi e parti sociali ogni iniziativa per aiutare a sgretolare le rigidità di chi è ancora chiuso ad una maggiore solidarietà nell’applicare le regole; altrimenti il sogno che si è via via concretizzato dal 9 maggio 1950 imploderà.

Non deve prevalere l’impostazione di chi vorrebbe far “pagare” ad ogni Stato quelli che sono considerati “errori” per sforamento di bilancio e mancate riforme, come sembrava delineare la nefasta dichiarazione della Lagarde. Qui non c’è una questione di deficit, ma un virus, di cui non sono colpevoli le politiche economiche degli Stati membri.

Sono significative le parole di Mattarella e di Draghi, che sollecitano a cambiare gli schemi e gli interventi tradizionali: “L’Europa intervenga prima che sia troppo tardi”.

L’Europa, anche se lo percepiamo poco, ha saputo contribuire alla crescita; basti pensare, per citarne solo alcuni, gli interventi quali il Fondo sociale europeo, Erasmus, gli Investimenti nelle infrastrutture, il  Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (supporto ai lavoratori che perdono l’impiego a causa di cambiamenti dei modelli di commercio globali), la Garanzia Giovani per affrontare la disoccupazione giovanile, il supporto alle piccole e medie imprese, il Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale.

Per questo la chiusura registrata nella videoconferenza dei Capi di Stato e di Governo delude quanti sperano ancora nel progetto Europeo; e mostra l’eccessivo peso degli Stati.

Mi chiedo perciò se “cambiare gli schemi e gli interventi tradizionali” non significhi anche pensare da subito (oltre che alla fondamentale salvaguardia della vita e della salute, e al sostegno all’economia al lavoro e al reddito delle famiglie) a cambiare le Istituzioni. Se non sarà nulla come prima, si dovrà intervenire anche sull’impalcatura della Casa Comune, sottraendola agli egoismi nazionali:  per non dover prendere atto che siamo alle battute finali. E’ vero che bisogna trovare il modo di non “rubare” i risparmi alle nazioni virtuose per regalarle alle spendaccione. Tra parentesi un pensiero va alle nostre posizioni razziste interne: quante volte ci siamo comportati allo stesso modo noi nordici verso i “terroni che non lavorano”? verso gli “immigrati che manteniamo a fare nulla”? Ora proviamo l’ebbrezza di essere noi i “terroni dell’Europa”!  Noi gli immigrati guardati da sfaccendati! Ma il Covid-19 non è frutto di lassismo nazionale!

Allora, contestualmente all’impegno prioritario per salvare vite e per non distruggere il sistema economico e produttivo, si inizi a ragionare alla Costituzione della Federazione Europea; condividere la sovranità su tutta una serie di materie in modo da sottrarle al sistema dei veti e/o dell’unanimità; assegnare poteri legislativi al Parlamento (eletto su liste di partiti sovranazionali), il quale sceglie il Governo federale con una propria maggioranza politica; avere istituzioni economiche, militari, scientifiche, culturali, non nominati dagli Stati ma dai rappresentati eletti dal popolo; fare in modo che notabili e tecnici non eletti democraticamente facciano il loro mestiere senza sostituire il ruolo della politica e dei rappresentanti popolari nelle decisioni e nelle scelte; avere procedure comuni per appalti, concorsi, accesso al credito, ecc.

Altrimenti continuando a ragionare come se la soluzione dei problemi fosse in una trattativa tra controparti (i francesi contro i tedeschi, gli spagnoli contro i polacchi, gli italiani contro gli olandesi, ecc.) non solo l’Europa non farà passi in avanti ma si sfascerà. Se così deve essere, facciamolo coscientemente e non per presa d’atto dell’autodisfacimento.

Io ovviamente spero ancora che esista in Europa una dirigenza politica di livello che sappia imprimere una svolta decisa verso la Federazione. Anche se inizio a temere che la mia generazione, dopo avere assaporato la bellezza del sogno, non riesca a vederne la completa realizzazione: in cui il siciliano, il cipriota, l’irlandese, il lettone, il catalano, il tirolese, siano effettivamente cittadini di uno stesso Stato.