CORRADO DI MONFERRATO SECONDO ALCUNE FONTI ARABE.

Le imprese di Corrado di Monferrato in Outremer ebbero vasta risonanza non solo
in Occidente ma anche presso il mondo arabo di allora:con la sua valorosa difesa di Tiro, con l’assunzione del titolo reale di Gerusalemme e con la tragicità della sua morte, avvenuta nel 1192 in circostanze misteriose e discusse, la figura di Corrado colpì parimenti l’immaginazione dei cronisti greci, latini e arabi.

عصبيـة[ Nelle fonti arabe ammirazione per il nemico, zelo religioso, ‘asabiyya spirito solidarietà nazionale] colorano il ritratto di Corrado: “uno dei più furbi e gagliardi tra i Franchi” [BAHÀ’ AD-DIN IBN SHADDÀD, an-Nawadir as-sultaniyya wa l- mahasin = Gli aneddoti sultaniali e le virtù giuseppine], Latini di cui il marchese “era divenuto signore e governatore (…), ottimamente governandoli e rafforzando oltre misura la terra [Tiro]” [‘IZZ AD-DIN IBN AL-ATHÌR, Kamil at tawarìkh = Storia perfetta o Somma delle storie]. Ma l’Aleramico era pur sempre un infedele in armi sul territorio arabo, “il maggior diavolo che avessero i Franchi”[IBN AL-ATHÌR], colui che “aveva fatto dipingere un cavallo, con su montato un cavaliere musulmano che calpesta la tomba del Messia, su cui il cavallo orinava”; un nemico degno dunque di finire all’inferno “dove Malik [l’arcangelo preposto alla sorveglianza dell’ Inferno] era in attesa del suo arrivo […] e la Vampa avvampava e la Fiamma fiammeggiava attendendolo”[‘IMÀD AD-DIN AL-ISFAHANI, al-Fath al-qussi fi l-fats al-qudsi = L’ eloquenza ciceroniana sulla conquista della Città Santa].

Sono pagine ben conosciute da cui traspare una sorta di ammirazione per un nemico così abile e spregiudicato, passi che, servendosi di argomenti polemici, sia pure di segno opposto, già sperimentati con successo dalle coeve cronache occidentali, mostrano, per usare le equilibrate parole di Francesco Gabrieli, come “tutto sommato le due parti si ripagarono […] di egual moneta” senza lasciar affiorare alcuno sforzo per una migliore reciproca conoscenza.
Ancora nel Trecento vi è un curioso scritto, risalente al 1324 e attribuito allo sheikh Abu Firàs di Màinaqa, che raccoglie alcuni aneddoti circa la setta eretica degli Ismaeliti di Siria, del loro gran maestro Sinan, e anche il ricordo dell’uccisione dell’Aleramico: “Accostatisi i due [assassini] al sovrano [nemico] e giunto il tempo e il momento fissato, si avventarono sul re [Corrado], e lo trovarono (…) ubriaco e senza anima viva accanto. Gli tagliarono la testa, la misero in un sacco (…) affrettandosi fino a ricomparire dal re Saladino”[ABU FIRÀS DI MÀINAQA, Manaqib Rashid ad-din = Virtù del nostro signore Rashid ad-din].

È inutile domandarsi quale nucleo di verità contenga questa ricostruzione di avvenimenti, una volta depurata dai contenuti apologetici e retorici intesi di solito rappresentare.

Sicuramente le vicende di Corrado di Monferrato in Terrasanta svoltesi in un periodo in cui “l’Islamismo e il Cristianesimo si combatterono senza guardarsi in faccia” e senza capirsi colpirono in uguale misura l’immaginario mentale dei Latini, dei Greci e degli Arabi, e in questo contesto, anche solo l’evanescente quanto tenue ricordo del marchese in una fonte orientale del secolo XIV, non appare più un futile fatto letterario degno solo di una ricerca erudita, ma acquista una propria dimensione più pregnante.
Walter Haberstumpf

retorici intesi di solito a rappresentare.