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ANTICHE TAVERNE IN PIEMONTE di Walter Haberstumpf, da Fabrizio Priano

Alessandria 13 aprile 2020

In tutto il Piemonte, nelle città, nelle campagne come nei piccoli borghi si

trovavano diffuse taverne e osterie.

In specie dopo il Mille, con il rifiorire dei commerci e con il conseguente sviluppo delle vie di comunicazione, si moltiplicarono “ospizi di vario genere” o “locande e taverne” lungo le strade, al fine precipuo di assicurare ristoro e protezione contro possibili pericoli.

Sul finire dell’età di mezzo la taverna era così divenuta una sorta di pubblico servizio, un luogo ove si concedeva ospitalità ad avventori locali e forestieri con offerta di vitto, alle volte d’alloggio, e con la possibilità anche di acquistare merci al dettaglio.

Del pari, dal Trecento in poi, erano considerate taverne anche le mescite itineranti, ove il taverniere, poste le botti su di un carro, le portava direttamente alle feste, alle fiere od ove si svolgevano grandi lavori nei campi.

L’esercizio del taverniere era scandito dal suono delle campane che annunciavano l’alba, con la relativa apertura del locale, e il tramonto allorché avveniva la chiusura regolata, quest’ultima soprattutto, da norme rigide, dato che si puniva severamente quegli osti che offrivano ospitalità, vino o cibi dopo l’ora consentita.

Diversi da luogo a luogo erano le bevande e i cibi, di solito a base di carne che i tavernieri offrivano ai loro clienti, ma il genere più diffuso e più consumato doveva essere il vino, la cui mescita era severamente regolata da precise e dettagliate norme. Ricordiamo a tal proposito che nelle fonti non si riscontrano sostanziali differenze tra locande e taverne, sebbene appaia evidente che la locanda, con vitto e alloggio, era destinata al viandante di passaggio, al mercante, al forestiero, mentre le taberne, ben più numerose, erano tradizionalmente punti d’incontro e di aggregazione della popolazione locale, gestiti da tabernarii e anche da tabernarie.

Un’insegna – comunemente detta in Piemonte “frasca” (frascas o ramas) – che dichiarava manifestamente il genere dell’attività, era esposta all’ingresso di locande e di taverne sebbene la loro presenza fosse limitata e alle volte vietata dalle autorità locali.

Al fine di attirare i clienti sovente era dato al locale un nome facile da ricordare poiché caratteristico.

Peraltro ancora oggi molte trattorie e bettole pedemontane di antica data recano la dicitura “Cannone d’Oro” (nome di tarda tradizione di origine leggendaria), “Tre Re”, forse a ricordo dei Magi, o richiamano alla mente animali come “Osteria al Cervo”, oppure armi – tale è il caso delle numerose locande dette “La Spada Reale” – e così via. Non a caso nella città di Casale Monferrato vi erano: nel Quattrocento l’Hosteria della Spada, ora gestita dal comune, ora dal marchese di Monferrato; quella del Cervo; la taverna del Fringuello, dove nel Cinquecento si radunarono i congiurati contro il duca Guglielmo Gonzaga; il Cannone; il Moretto e la Pergola fiorita, quest’ultima assai rinomata ancora nel secolo XVII.

La taverna si configurava anche come un pericoloso luogo deputato al vizio e al gioco, un luogo simile al postribolo, con cui le differenze erano minime.

Era ricetto di avventori insolventi, ruffiani, bestemmiatori, giocatori d’azzardo, violenti, di prostitute e osti truffatori, personaggi tutti ai quali la legislazione medievale dedica ampio spazio.

Sicché, per secoli, le taverne furono considerate luoghi di perdizione, prova ne sia che ancora cent’anni fa in una vecchia osteria torinese, in via della Basilica, si poteva leggere su una piccola insegna: “Tre lire per il vino, due per il fieno al mulo, otto per la ragazza …”.

Peraltro, non si deve dimenticare come, alcuni di questi esercizi ospitarono, con munificenza e con relativo sfarzo, illustri personaggi quali Chiara Gonzaga che, in viaggio di nozze, a Torino fu alloggiata nell’osteria di S. Giorgio dove fu servita dal taverniere con bicchieri d’argento.

Sempre per restare nella capitale subalpina, ove gli osti avevano il loro protettore in S. Teodato, come non ricordare il principe di Anhalt che, dopo la vittoriosa battaglia di Torino del 7 ottobre 1706, si presentò all’osteria “Alla Rosa” in Borgo Dora, per assaporare tutto ciò che gli era presentato, dai vini, ai rosoli alla rabbiosa (come in quei tempi era chiamata l’acquavite), trascurando però di saldare i conti.

Walter Haberstumpf

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