“L’obolo” di Mohamed Malih – struggente nella sua crudele intensità, come un bisturi tagliente mette in evidenza ogni disagio invisibile agli occhi dei “prescelti”. Quanto attuale ai tempi del coronavirus in cui ogni certezza è crollata come un castello di sabbia mentre noi “artisti di strada e ciarlatani mendicanti (cit.)” combattiamo per le briciole della dignità umana.

I.T. Kostka

 

 

L’obolo

Benvenuti amici nell’umile dimora dei reietti,
noi siamo i vinti
artisti di strada e ciarlatani
mendicanti e scrittori migranti
madonnari, poeti e ubriaconi
mimi e mangiatori di fuoco
parolieri a cottimo
nudi senza fierezza, ci hanno spogliati di ogni dignità
inabili alla schiavitù
siamo ad un bivio
di qua l’indignazione di là il martirio
ci manca la forza per entrambi
fiaccati da ideali di giustizia libertà e uguaglianza.
Tuttavia, o signori dell’opulenza
noi coltiviamo ancora desideri fra gli interstizi della vergogna
Ci esibiamo nelle fiere, nelle piazze, nelle sagre
Esponiamo le nostre storie ad ogni angolo
e aspettiamo l’obolo
Noi siamo i vinti e voi i magnifici vincitori
Piangiamo la nostra sconfitta e cantiamo la vostra vittoria
Tuttavia, o signori dell’opulenza
noi coltiviamo ancora desideri fra gli interstizi della vergogna
eccovi la nostra storia
ora dateci l’obolo
o liberateci anche da questi residui desideri
dove cresce la vergogna.
Tuttavia…
Al di là dell’obolo
E dell’arte mercenaria
noi custodiamo nello sguardo
un verso, preghiera e bestemmia, al dio che ha creato la bellezza
… e gli oboli
Tenetevi l’inferno e il paradiso
a me basta l’obolo.

 

Mohamed Malih

Diritti riservati all’autore

 

Mohamed Malih nasce a Casablanca (Marocco) e vive a Senigallia. Presidente Associazione Stracomunitari. Mediatore culturale a chiamata, migrante di lungo corso, articolista estemporaneo, ogni tanto poeta, giocatore di biliardo, scrittore migrante. Presidente protempore della consulta degli stranieri del comune di Senigallia.