Insegnanti

Insegnanti e insegnamenti, di Angelo Marinoni

29 aprile 2020

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Alessandria: Sono moltissime le cose che stiamo imparando in queste giornate furibonde senza atti d’amore, per parafrasare De André: moltissime e nessuna particolarmente bella.

Alcune, però, sono insegnamenti importanti e, seppure segnali inequivocabili di errori e fallimenti, hanno il pregio di indicare quali strade non prendere più, quali sono da evitare e quali tentare di percorrere.

In Italia, però, gli insegnamenti restano spesso lettera morta, lo sanno bene gli insegnanti che a furia di riforme si ritrovano a chiedere “per favore” se possono insegnare qualcosa con la possibilità di sentirsi dire di no e magari in maniera pure stizzita con il consenso, anzi la complicità, dello Stato di cui gli insegnanti sono, o meglio dovrebbero essere, fra i principali e più autorevoli rappresentanti.

Sono, dovrebbero essere infatti, gli insegnanti a formare le persone nella loro fase evolutiva più delicata e ne avrebbero tutte le capacità se lo potessero fare per davvero, se le scuole non fossero diventate aziende alla ricerca di clienti e non istituti di formazione, se le scuole non volessero diventare centri per formare lavoratori invece che istituti di formazione di una persona con gli strumenti intellettuali necessari ad affrontare la vita e prendere le proprie scelte in maniera consapevole: dovrebbero essere, quindi, luoghi in cui la persona viene preparata ad affrontare le giuste scelte che la porteranno, fra le altre vicende umane, a trovare un lavoro; le scuole non sono luoghi deputati a confezionare lavoratori.

Nel sistema scolastico italiano esisteva il concetto di istituto professionale, ovvero di una scuola superiore in grado di dare una formazione culturale di base e una capacità di approccio a una o più genere di professioni, istituti che consentivano a quelle persone non predisposte né interessate ad una formazione culturale  più avanzata in grado di preparare la persona ad affrontare un percorso universitario di inserirsi nel mondo del lavoro con maggiore facilità seppure in un ambito più definito e chiaramente ristretto.

L’idea di trasformare la scuola superiore in un istituto professionale differenziato per tipologia è una delle, purtroppo, tante aberrazioni costituzionali, intendendo per aberrazione costituzionale una delle tante occasioni in cui la Costituzione della Repubblica Italiana, apparentemente difesa da tutti, è stata calpestata con il plauso di quasi tutte le forze politiche, chi per un verso e chi per un altro seppure in competizione.

Viene quindi alla luce una delle ragioni per cui questo paese sia così infantile, perché le ultime generazioni di classe dirigente e classe media (sempre più ex-media) stiano dando uno spettacolo così indecoroso e stiano a passi leonini divorando la splendida Repubblica che ha visto la luce nel 1946 per infilarsi in tunnel sempre più bui dagli anni Settanta del secolo scorso in poi.

La formazione culturale sempre peggiore e, beninteso, non per la classe insegnante che combatte una guerra quotidiana in particolare oggi inventandosi la didattica a distanza tanto facile a parole e così complessa e poco comunicativa nella realtà, ma perché quel sistema scolastico che invece aveva formato la classe dirigente e buona parte della popolazione della Repubblica nel secolo scorso, invece di essere aggiornato è stato riformato non nei programmi, ma nell’approccio e da istituto di formazione è diventato un servizio di terziario avanzato.

Non è solo l’avvento della comunicazione digitale e dei social-media ad avere trasformato il modo di interagire, ma anche la sempre minore formazione della persona e associata deresponsabilizzazione a trasformare i cittadini in viziati consumatori, a trasformare i rapporti sociali in competizione e non collaborazione, a utilizzare forme di comunicazione sempre più sintetiche e dense di acronimi, parole polisemiche e anglicismi che riducono la portata dei ragionamenti: è facile immaginare che un linguaggio sempre più semplificato sia incompatibile se non con un pensiero complesso sicuramente con un ragionamento complesso ed è proprio il ragionare che manca nella Repubblica dell’impulsività che siamo diventati.

La tifoseria da stadio che era, correttamente, confinata alla passione calcistica per chi l’aveva, ora è una interpretazione esistenziale: ad ogni questione, sia essa sociale o economica o politica, si formano delle fazioni che si combattono a suon di opinioni derubricando i fatti non graditi in opinioni dell’avversario.

Questa dinamica è arrivata ai massimi livelli dello Stato tanto che il dibattito politico è ormai inesistente e ridotto ad una riproposizione urlata delle proprie tesi dove l’elettore deve districarsi su quale “strilla” investire il proprio voto.

Drammaticamente questa impostazione, in tempo di pandemia, si è estesa anche a comparti, per fortuna limitati, della comunità scientifica e la cronaca recente rivela che certe opinioni non suffragate da fatti abbiano più capacità di diffusione che capacità persuasiva dettata da risultati di calcolo o di laboratorio.

Chiaramente l’Italia della post-pandemia potrà avere un futuro degno se uscirà da queste logiche di comunicazione e per farlo deve investire, e molto, nella formazione culturale riportando l’Istituzione scolastica lontana da qualunque impostazione manageriale, impostazione altrettanto degna che mi sono pregiato di studiare all’Università dove deve essere fornita laddove insegnamento del percorso, non filosofia gestionale dei settori dello Stato che determinano la formazione dei cittadini.