1 maggio

Primo maggio se il lavoro non c’è, di Marco Ciani

30 aprile 2020 Marco Ciani

Alessandria: Un giornalista esperto e acuto osservatore delle vicende alessandrine mi ha chiesto nei giorni scorsi “cosa si festeggia il 1° maggio, se il lavoro non c’è?”.

Domanda facile, risposta difficile.

Il rischio vero del tempo che stiamo vivendo è di passare da una tragedia all’altra. Da quando è iniziato questo dramma mi sono messo a ripetere sperando di essere compreso, per il poco che mi riusciva, che la salute deve in ogni caso essere preservata come bene primario. E senza nessuna distinzione. Nemmeno relativa all’età o allo stato psicofisico delle persone.

Parentesi. Non avevo intuito alcunché. Solo, a metà febbraio, avevo potuto assistere a Venezia ad un dibattito tra due virologi di fama mondiale, Ilaria Capua e Giuseppe Ippolito dell’ospedale Spallanzani, Michele Boldrin che insegna economia alla Università di St. Louis in America, e un investitore di Fidentiis Equities laureato in matematica, tale Gianluca Codagnone. Quest’ultimo, studiando i grafici ed i retrostanti numeri come fossero dati di un qualunque fenomeno indefinito aveva capito qualcosa che i virologi o balbettavano, o non avevano compreso realmente: stava per arrivare uno tsunami. Il resto è cronaca. Parentesi chiusa.

Ho sentito ripugnanza di fronte a certe affermazioni di chi proponeva di classificare i “meritevoli” di terapia intensiva o di cure in base all’età o alle patologie pregresse perché mi sembra assurdo che la vita umana possa essere assoggettata a logiche di tipo utilitaristico. Ma oggi che la fase più acuta sembra, e speriamo lo sia veramente, alle spalle, incominciano a farsi strada le preoccupazioni per il futuro economico ed occupazionale.

Alcuni personaggi politici, a mio avviso compiendo un gioco sporco, provano a metter in contrapposizione la salute con il lavoro. Credo vadano considerati per quello che sono: miserabili speculatori.

Non si possono porre gli esseri umani di fronte al dilemma: o rischiare la pelle, o rischiare la fame. Ogni ripartenza delle attività produttive dovrà necessariamente essere attuata garantendo tutti gli accorgimenti necessari a prevenire nuove infezioni e altri lutti. Anche perché, banalmente, se riaprissimo fabbriche ed uffici senza sufficiente ponderazione, correremo il rischio di doverle richiudere poco dopo a causa di una nuova ondata di contagi. Con un effetto molto più depressivo della prima.

Resta il fatto che, specie nella provincia di Alessandria, la situazione si prospetta assai dura. In questi anni ho ricordato innumerevoli volte, fino a stancarmi, che il nostro territorio si pone nella graduatoria Istat appena dopo Imperia tra le province del Nord Italia per maggiore disoccupazione. Possiamo affermare di essere in qualche modo il Mezzogiorno del Settentrione. Ogni discorso sui presunti vantaggi derivanti dalla posizione geografica posta al centro del fu-triangolo-industriale appare ormai una pulsione nostalgica fuori tempo. Anche perché il triangolo ormai si è spostato verso Nord-Est, sull’asse Milano-Modena-Vicenza, mentre l’intero Piemonte declina da anni, con Alessandria che si presenta come una specie di provincia ligure senza il mare.

Un colpo d’occhio sul futuro prossimo vede tutto il settore turistico in caduta libera. Penso, per esempio, alla zona termale di Acqui o alle Langhe del Monferrato casalese. Il commercio in gravi ambasce ovunque e la bomba innescata dell’Outlet di Serravalle, con i suoi 3 mila occupati. La manifattura alle prese con un crollo degli ordinativi. Per l’edilizia si profila una difficile ripartenza dopo una crisi pluriennale che ne aveva già dimezzato gli addetti. E l’agricoltura, che si troverà invece in una situazione particolare, essendo ragionevole ipotizzare che molta manodopera importata dall’estero, i cosiddetti “stagionali”, difficilmente saranno rimpiazzati integralmente da italiani disoccupati.

Insomma, un panorama post-bellico. La cui fine non è nota, vista che non dipende solo dall’uomo, ma anche dalla natura, cioè dal virus, dalla sua resistenza e da come evolverà.

Che fare?

Assicurate le cautele necessarie, per riaprire occorrerà avere in mente un piano di rilancio. Che per un periodo non noto richiederà necessariamente sussidi pubblici a iosa. E non solo per consentire alla gente di mantenersi. Ma anche per non distruggere capacità produttive altrimenti compromesse. E poi serviranno altri denari per investire massicciamente allo scopo di spingere la ripresa. Investire in opere pubbliche, in istruzione, in innovazione, in riconversione e formazione dei tanti disoccupati che si saranno comunque generati. Parliamo di una montagna di denaro. Non di foglietti colorati che non varrebbero nulla. Di soldi veri, che solo chi mantiene un apparato produttivo adeguato possiede realmente.

La crisi che ci ha colpito non è simmetrica, come molti vanno sostenendo. Perché se da un lato è vero che il virus colpisce ovunque, gli effetti e la resilienza di fronte alla pandemia, anche sotto il profilo economico, risultano profondamente diversificati da Stato a Stato. Esattamente come capita con il contagio. A parità di infezione alcuni si salvano, altri periscono e non manca chi nemmeno se ne accorge.

Parliamoci chiaro. Da soli non ce la possiamo fare. Abbiamo bisogno di aiuti internazionali. E nella situazione data solo l’Europa può, credibilmente, salvarci da un destino altrimenti segnato. Per questo le grida scomposte udite negli ultimi anni all’insegna del facciamo da soli, qualora malauguratamente trovassero seguito, ci condannerebbero ad una regressione economica e sociale non reversibile per molti anni a venire. Anche a causa della nostra demografia.

Non abbiamo alternativa a sperare e batterci, seppur da una posizione estremamente debole perché gravata da anni di incoerenze e di opportunismi decisivi nel far lievitare il nostro debito pubblico a dismisura, affinché prevalga la solidarietà malgrado tutto. Europea, ma anche nazionale. Auguriamoci che i timidi segnali giunti da Bruxelles negli ultimi tempi si trasformino in qualcosa di più serio e tangibile. E in quanto a Roma, Torino e Alessandria speriamo capiscano che si può condividere un obbiettivo comune anche avendo idee politiche profondamente diverse nell’interesse superiore della popolazione. Posto, ma non assicurato, che tale sia l’obiettivo prioritario.

75 anni or sono l’Italia liberata dagli orrori della dittatura assaporava il gusto di celebrare la Festa dei Lavoratori in una nazione finalmente libera e riappacificata. Distrutta, ma decisa a compiere il suo destino. Le forze costituzionali, pur nella radicalità della propria contrapposizione, seppero trovare le ragioni per collaborare – chi dal governo, chi dall’opposizione – alla rinascita del paese. Seppure a costo di grandi sacrifici, esse posero le basi, assieme ai lavoratori, ai loro rappresentanti sindacali, e con l’aiuto determinante fornito dagli alleati americani attraverso il Piano Marshall, per una miracolo economico e sociale. Gli italiani raggiunsero nell’arco di pochi decenni livelli di benessere mai veduti prima. La laboriosità nazionale divenne, con il made in Italy, il simbolo di un riscatto economico e morale pienamente compiuto.

Non possiamo che guardare a quell’esperienza, in fondo non così lontana, come la bussola alla quale ispirarci per rinascere, per restituire alla generazioni che verranno un paese più unito, più solidale, più consapevole della propria responsabilità di fronte alla storia e al consesso dell’intera famiglia umana.

È solo per queste ragioni, forse troppo scompostamente illustrate, che penso a dispetto dei santi si possa continuare ad augurare buon 1° maggio! Buona festa dei Lavoratori!