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Lasciate ogni speranza voi ch’entrate… di Agostino Pietrasanta

Domenicale ● Agostino Pietrasanta

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Alessandria: Avrei pensato di ritornare sui ragionamenti proposti nelle settimane scorse sulla festa della Liberazione e sui fallimenti in atto dell’Unione Europea; con tutta probabilità prima o poi lo farò, ma per ora la lingua batte dove il dente duole e così dopo lo sfogo tanto condivisibile e condiviso quanto argomentato di Angelo Marinoni sulle falle del sistema formativo e il commento “sferzante” e lucido nella battuta del Borri, ripartirei proprio di lì per il domenicale.

Concordo: la politica scolastica ha mancato gli obiettivi posti alla formazione dal dettato costituzionale almeno su tre elementi fondativi: la realizzazione di una democrazia concreta e realizzata, oltre le forme istituzionali e grazie al loro apporto anche strumentale, il pieno e concreto sviluppo al massimo possibile di ogni persona e di tutte le persone fatte cittadini della nazione, la promozione del merito a servizio della collettività con esclusione di qualsiasi privilegio. Su tutte le componenti siamo ad un esito fallimentare, anche a prescindere da altre valutazioni possibili.

Tuttavia nulla nasce per caso: c’è sempre una storia e, alla fine, la conseguente degenerazione del piano inclinato. Il sistema scolastico nasce con una logica precisa, una logica di discriminazione della classe dirigente rispetto alla nazionalizzazione o, se si vuole, controllo delle masse; dai primi interventi dovuti alla destra storica fino alla “Riforma Gentile” il principio ispiratore non fu mai oggetto di significativa contestazione o non lo fu ai livelli istituzionali. Però mentre il versante della formazione della classe dirigente sortì effetti soddisfacenti, gli interventi per risolvere l’analfabetismo si fecero lenti, discontinui e assolutamente inadeguati almeno fino alla legge Daneo/Credaro del 1911 che avocò allo Stato le competenze dei Comuni in materia di istruzione elementare; così non pochi intellettuali giudicarono il popolo italiano come diviso tra avvocati (minoranza sempre più nutrita: riferisco pareri altrui, non prendetevela con me) e analfabeti (maggioranza), senza via di mezzo. E nessuno riuscì a correggere la discriminante o rectius (meglio) nessuno ci badò. I lamenti degli intellettuali, già in allora, non interessavano nessuno.

Gentile nel 1923 codificò e realizzò (parzialmente e con molte contraddizioni) le logiche di partenza: dette vita a un ottimo o almeno organico progetto per al formazione della classe dirigente cosiddette élite e un percorso “di scarico” per tutti gli altri. Il fascismo aveva bisogno di formare il fascista perfetto non solo con l’elmetto ma anche col libro. Tuttavia il libro, nel caso di coloro che andavano controllati attraverso la formazione, si realizzava in scuole senza sbocco di promozione: imparare a credere obbedire e combattere e “fermi lì”. Qualcuno definendo tali corsi di studio che si fermavano obbligatoriamente a apprendimenti e apprendistato (gabbati per professionalizzanti) nonché a nozioni di educazione civica o meglio di controllo ideologico, qualcuno, dicevo, scomodò il celeberrimo verso di Dante, “Lasciate ogni speranza voi ch’intrate”.

E veniamo a noi tenendo ben presenti le premesse perché le tradizioni si impongono tanto nel bene quanto nel male: potrebbe fare differenza una classe politica attenta e competente, soprattutto nello specifico da affrontare. Se c’è stata una svolta promossa dai Padri costituenti in materia di formazione, questa riguarda l’attenzione alla persona, prima che agli interessi delle élite della nazione e dunque l’obiettivo del “minimo indispensabile” per i meno fortunati fu sostituito dal massimo possibile per tutti; attenzione però, il massimo “possibile” con riferimento al merito, all’impegno e alle potenzialità personali, un merito vuoi dell’eccellenza, vuoi delle fragilità perché anche i meno dotati fossero posti in grado di essere promossi in ogni loro residua possibilità. Una svolta di trasformazione radicale per l’interesse di tutti: se da una parte le cosiddette eccellenze venivano poste (obiettivo mancato) a servizio del Paese, dall’altra la promozione dei più fragili avrebbe avuto il vantaggio di evitare parecchi costi sociali nel corso degli anni (obiettivo mancato).  Nello stesso tempo la scuola non è riuscita a formare un cittadino in grado di scegliere con motivata dialettica, sul versante politico e istituzionale. Per un certo periodo i partiti politici hanno, parzialmente operato anche in supplenza, poi la loro caduta ha provocato il disastro: come dire che “con l’acqua sporca si è buttato via il bambino”.

Probabilmente (ma qui ogni dissenso sta dietro l’angolo) la degenerazione è cominciata contestualmente o contemporaneamente alla scelta degli stessi Padri costituenti perché il sistema tradizionale della discriminazione ha posto resistenza: un conto era il liceo, un conto l’istruzione e la formazione professionale. C’è stata sì la Riforma della media unica (1962), poi basta e i vari corporativismi nonché le varie ideologie hanno impedito ogni passo successivo, salvo interventi parziali talvolta persino discutibili. Faccio un esempio: personalmente sono convinto della necessità di affrontare lo studio della storia contemporanea, ma ciò comporta che sul lungo periodo dei secoli precedenti si decidano le strutture indispensabili da trattare; necessita insomma un approccio metodologico organico e non una semplice correzione delle scansioni riguardanti i secoli antichi, medioevali e moderni. E ci sarebbe ben altro; e ci sarebbe ben altro su scelte senza alcuna logica e organicità. Anche qui, mi limito a un esempio: cosa significa fare ricerca nella scuola media? Usare colla e forbici per costruire dei tabelloni e dei pupazzi: la ricerca la fa l’Università: o dovrebbe farla!

E via di seguito.

Resta il fatto che, a fronte di un mondo del lavoro sempre più esigente si è imposta, più nel male che nel bene, la forza di una tradizione impostando sempre più un sistema di carattere professionalizzante con l’unica sacrosanta eccezione rivolta alle lingue straniere. Gli “umaniora” furono umiliati e ritenuti inutili e inutile la promozione della persona umana; le pompose dichiarazioni in contrario, tali sono rimaste. Le stesse esperienze, in sé condivisibili, circa i percorsi scuola lavoro, sono caduti talora in perdita di tempo e talora in carattere di apprendistato: occasione persa, almeno in parte, per dare informazioni sul lavoro e favorire le conseguenze di un autonomo giudizio.

Tale la situazione e non saprei da dove ripartire, salvo ripensare a una programmazione costituente in cui rientri anche il sistema formativo, ma che non può limitarsi alle sue componenti sia pure costitutive. In caso contrario qualcuno potrebbe ancora scomodare Dante: “Lasciate ogni speranza voi ch’intrate”.