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“A unire il cuore delle persone non è soltanto la sintonia dei sentimenti. I cuori delle persone vengono uniti ancora più intimamente dalle ferite. Sofferenza con sofferenza. Fragilità con fragilità. Non c’è pace esente da grida di dolore, non c’è perdono senza sangue sparso sul terreno, non c’è accettazione che non nasca da una perdita. Perché alla radice della vera armonia ci sono dolore, sangue e perdite.”
 
Haruki Murakami – “L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio”

Ci siamo chiesti tutti se, dopo questa pandemia, avremmo capito cosa sbagliavamo nei nostri rapporti interpersonali.
Ci siamo detti tutti che, domani, quando tutto questo sarebbe finito, saremmo stati migliori.

Ci siamo augurati, intimamente o con chi ci è rimasto accanto, di apprendere dal karma comune un insegnamento costruttivo.

Quasi nessuno ha capito che non c’è bisogno del male come strumento per apprendere: possediamo già tanta di quella letteratura che – solo a conoscerla – ci regalerebbe spunti, stimoli emotivi e mentali per affrontare nel modo più empatico, più resiliente possibile tutto quanto accade.

 

La conoscenza e il sapere non sono mutuabili ma implicano tempi di apprendimento, vanno praticati, sono l’unica soluzione concreta con la quale tentare di immaginare un domani.

Dall’isolamento si esce esclusivamente con la sintonia del sentire comune. La sofferenza unisce chi è predisposto, isola però chi è già troppo ripiegato su se stesso. Per arrivare a provare pace, dev’esserci stato un incontro / scontro con la sofferenza. Si deve essere riusciti a sublimarla col coraggio. Bisogna averla già battuta.

 

Non è pensabile il raggiungimento di un certo pragmatismo, se non si sono superate tutte le fasi dello sforzo e del dolore. Non si conoscono le cose senza la profondità del pensiero, né le si può vincere, non fa testo la fortuna. Conta solo la volontà lucida, ferrea, implacabile. Senza la coscienza di tutto questo, non c’è vicinanza ma distacco.

 

@lementelettriche – di Paola Cingolani